Performer, violoncellista,  cantante: ascoltare Kelsey Lu e le sue mille anime

Ha posato per Nan Goldin, scritto colonne sonore per Netflix e per il cinema, lavorato per Miu Miu, Gucci, Bottega Veneta, intrecciato collaborazioni trasversali, inciso il suo secondo album, girato un cortometraggio, partecipato a una serie di podcast…

Kelsey Lu non trasforma la lentezza in una virtù. Non ne fa una posa, buona per addolcire il racconto dei sette anni trascorsi tra il debutto discografico e il secondo album: una voragine, per il mercato musicale contemporaneo. Performer, cantante e violoncellista, Kelsey Lu, nome d’arte di Kelsey McJunkins, classe 1991, arriva da Charlotte, North Carolina, e vede il tempo come materia malleabile: può essere attesa o resistenza, ma non garantisce automaticamente profondità. «Credo che la lentezza possa sembrare un atto di ribellione, quando tutto intorno chiede di essere così veloce. Il mondo si muove alla velocità della luce, ci sono macchine che aiutano a produrre le cose sempre più in fretta, la domanda è alta e quindi dovremmo muoverci alla sua velocità. È il capitalismo, insomma. Ma questo non significa che, se qualcosa viene creato rapidamente, non possa essere comunque un’opera d’arte. Per me la performance è anche questo: buona parte nasce dall’improvvisazione, dal fidarsi del proprio istinto», racconta da Red Hook, Brooklyn, dove vive. Questa immediatezza attraversa anche American Sonnet, uno dei brani del nuovo disco: «L’ho scritto in un’ora, e la voce che si sente nel pezzo è la prima take che ho registrato». L’album in questione è So Help Me God, uscito a giugno per Dirty Hit, dopo Blood, esordio con cui Lu aveva definito un territorio musicale già allora difficilmente classificabile: violoncello, voce, soul un po’ sghembo, formazione classica e pop sperimentale. Co-prodotto dal guru del pop Jack Antonoff e da Yves Rothman, So Help Me God ospita collaborazioni eclettiche: il produttore britannico Sampha, il sassofonista statunitense Kamasi Washington e Kim Gordon, co-fondatrice della band di culto Sonic Youth. Ma più che un semplice ritorno discografico, il progetto è concepito come un mondo: un album, ma anche un cortometraggio realizzato in collaborazione con la regista Savanah Leaf, interpretato da Lu e dall’attrice francese Garance Marillier, e girato dalla fotografa Yumna Al-Arashi.

Se la lentezza non è una virtù e l’arte può nascere dalla riflessione come dal guizzo, perché Lu ha aspettato così tanto prima di tornare in studio di registrazione? In parte la risposta si trova nel luogo dal quale proviene: «Ci sono cose che mi accompagnano da sempre e probabilmente continueranno a farlo, come la lentezza del Sud, che è innegabile, e forse il mio ritmo rilassato viene da lì». Racconta e divaga, perché le definizioni vanno riempite di storie: Lu ricorda le prime volte a New York, quando si stupiva che nessuno si guardasse negli occhi. Una sera, attraversando la strada, decise di fissare il primo uomo che passava accanto. «Si è fermato di colpo. Poi mi ha seguito. Io ridevo e dicevo a un’amica: vedi? È assurdo». Più tardi, in una bodega, ha visto ricomparire: «Stavo mangiando un sandwich e lui è entrato dicendo: “Ti ho cercato in ogni bar, in ogni negozio”». Scrisse anche una lunga lettera d’amore: «Ho incontrato i tuoi occhi. Sono un fornaio. La prossima volta che torni a New York ti preparerò la tua torta preferita e la mangeremo a Central Park». Aveva persino disegnato la torta. «Ho pensato: wow, guardare le persone negli occhi è molto potente».

In realtà, la ragione principale dell’interruzione sta soprattutto nel fatto che Kelsey Lu, oltre a fare musica, è molto altro. Da Blood in poi ha accumulato forme: canzoni, colonne sonore, performance, immagini. In questi anni ha firmato le musiche di Earth Mama (2023), primo lungometraggio di Savanah Leaf, e del documentario di Netflix Daughters (2024). Il lavoro per il cinema, racconta, ha permesso di affinare il rapporto tra suono e narrazione: «Amo lo storytelling e la mia musica è piuttosto cinematografica. Mi chiedo: chi sono i personaggi? Che cosa sta dicendo la storia? Quali strumenti possono accompagnarla e potenziarla? Che si tratti di desiderio, paura, gioia o liberazione, cosa accompagna questi sentimenti?». Negli ultimi anni la sua figura slanciata, lo sguardo grande, la bellezza non addomesticata hanno attirato maison e fotografi, ma non come semplice corpo da vestire. Il brand Miu Miu ha scelto Lu per Mind Mapping, campagna Primavera/Estate 21 con fotografie di Steven Meisel; per Gucci Beauty e Dazed Beauty ha preso parte a Growing Pains, serie video e podcast nei quali tornava alla sua infanzia in North Carolina; compare nel digital journal di Bottega Veneta accanto alla dj Honey Dijon, con gli scatti di Nan Goldin; quest’ultima, fotografa e attivista, ha poi realizzato alcuni nuovi ritratti per il magazine dell’app di dating Feeld. Ma l’elenco dei marchi conta meno del modo in cui Lu parla degli abiti. Alla domanda se la moda permetta di accedere a parti di sé che la musica da sola non raggiunge, non separa i due linguaggi. «Vanno mano nella mano, perché sono entrambe espressioni artistiche», dice. «Ho sempre avuto un amore per lo stile e per la moda, perché esaltano parti diverse del sé». Un completo Comme des Garçons e un abito Miu Miu, spiega, non producono lo stesso personaggio. Durante i residence al Blue Note di Los Angeles e New York, con due concerti a sera, indossava un abito diverso per ogni show: «E in ognuno ero un personaggio diverso». A volte l’abito porta gioia, altre volte può essere doloroso: «Mi capita di pensare: mi sento a disagio in questo, come posso lavorare con ciò che sto indossando?». Il ricordo più preciso è This is a test, performance commissionata dallo Shed di Manhattan nel 2021, quando la città ricominciava a riaprire i suoi spazi dal vivo dopo il covid. L’artista la descrive come un passaggio rituale: all’inizio un velo di Simone Rocha, sotto tutto nero, «una sorta di funerale, una processione»; alla fine una forma rosa, enorme, organica, come un fungo che sboccia: «Sul palco non potevo fare a meno di provare gioia», dice.

Anche le collaborazioni sembrano nascere da questa stessa logica, più istintiva che strategica. Alla domanda cosa renda qualcuno adatto a entrare nel suo mondo artistico, risponde: «Forse è un istinto viscerale». Poi racconta dei legami. Con la fotografa Yumna Al-Arashi, ad esempio, c’è un’amicizia di quasi dieci anni. «Abbiamo collaborato sulle nostre emozioni, sulla nostra amicizia, sul costruire quella relazione. È come una sorella per me». Per il matrimonio di Al-Arashi, nelle Alpi svizzere, Lu compose anche la musica della cerimonia, registrando durante una camminata i suoni della natura, i campanacci delle mucche, l’acqua di una cascata. Lo stesso vale per altri nomi che attraversano il disco e la sua storia. Sampha, racconta, è stato una delle figure attraverso cui ha iniziato a entrare nella scena londinese; il suo primo concerto in città fu proprio in apertura per lui e per Kamasi Washington. Kim Gordon aveva ascoltato Lu in concerto nel 2017 e, anni dopo, mentre lavorava al nuovo album a Los Angeles, è passata in studio: «È venuta e ha benedetto il disco». In tutto questo stratificarsi di performance, musica, moda, cinema, c’è qualcosa che continua a essere fonte d’ispirazione? Cita i Nine Inch Nails, la band di Trent Reznor. Poi si ferma e torna molto più indietro, alle cassette di racconti biblici che ascoltava con i genitori prima di dormire. La sua storia preferita era quella di Jezebel, o Gezabele, principessa fenicia e regina d’Israele, figura associata alla malvagità, alla manipolazione e alla falsa religione. «Ma era anche la mia storia preferita dell’infanzia», dice. Nella memoria di Lu, però, quella figura si è spostata altrove: è diventata più ambigua, quasi libera. «Forse stava solo andando verso quello che voleva. Stava vivendo la sua vita. Cavalcava la bestia. Credo che tutti, in un modo o nell’altro, dobbiamo cavalcare la bestia». E aggiunge: «In realtà stava andando contro il patriarcato». Non è una morale, e forse nemmeno una spiegazione. È, piuttosto, un’ultima immagine: una figura femminile da sempre letta come minaccia che, nello sguardo di Lu, diventa movimento e trasformazione.

Articoli correlati