
Secondo The Economics of Biodiversity il capitale prodotto pro capite è raddoppiato nel mondo tra il 1992 e il 2014; il capitale naturale si è ridotto del 40%. Con quali effetti?
Il Pil cresce da decenni, il capitale naturale pro capite segue la direzione opposta. In poco più di vent’anni si è infatti sensibilmente ridotto e nessun bilancio ne tiene conto. La perdita di un ecosistema può compromettere la disponibilità di risorse essenziali, aumentare i costi di produzione e rendere più vulnerabili infrastrutture e attività produttive. Eppure, mentre i benefici economici di un nuovo investimento entrano nelle statistiche, il valore dei servizi naturali che potrebbero andare perduti rimane spesso fuori dai calcoli. È una delle contraddizioni della crescita: il prodotto interno lordo può aumentare anche quando si riduce il patrimonio da cui dipende la prosperità di lungo periodo.
Ad accendere i riflettori sul tema è Alexis Bienvenu, gestore di La Financière de l’Echiquier (Lfde): «Nel lungo periodo, l’esaurimento del capitale naturale potrebbe indebolire la produttività e la resilienza dell’economia. La natura fornisce numerosi servizi ecosistemici essenziali, tra cui la regolazione idrica, la fertilità del suolo, la depurazione dell’aria e il sequestro del carbonio. In molti casi, tali servizi sono difficili o impossibili da sostituire. Il loro degrado inciderebbe quindi negativamente sulla crescita economica e ridurrebbe la resilienza dell’intero sistema economico».
Il rischio diventa concreto quando la perdita di capitale naturale si traduce in costi per gli Stati, le imprese e gli investitori. Bienvenu parla di “passività ambientali implicite” per descrivere gli effetti economici di un deterioramento che non viene pienamente contabilizzato nel presente, ma può emergere nel tempo sotto forma di spese aggiuntive, interruzioni produttive o responsabilità legali.
Il caso delle zone umide chiarisce il meccanismo. La trasformazione di un’area naturale in un complesso edilizio genera un valore economico misurabile attraverso gli immobili e le attività che vi si insediano. La perdita della capacità di assorbire l’acqua e ridurre il rischio di inondazioni, però, può comportare costi successivi per la collettività, per le imprese e per i proprietari degli immobili. I Governi possono essere chiamati a finanziare nuove infrastrutture di protezione, le aziende a sostenere maggiori costi operativi e gli investitori a fronteggiare una diminuzione del valore degli attivi.
«Il degrado del capitale naturale diventa tangibile quando le perdite a livello di ecosistema generano costi di sostituzione, interruzioni della produzione o danno luogo a responsabilità legali», sottolinea il gestore. Il capitale naturale non è dunque soltanto una questione di tutela ambientale: rappresenta anche una variabile da considerare nella valutazione della solidità finanziaria e delle prospettive di crescita.
Il problema nasce anche dai limiti degli indicatori economici tradizionali. Il Pil misura il flusso annuale di beni e servizi prodotti, ma non restituisce integralmente l’evoluzione della ricchezza complessiva di un Paese, né deduce pienamente il consumo delle risorse e il deterioramento degli ecosistemi. Per valutare la prosperità occorre quindi affiancare al capitale prodotto e al capitale umano il patrimonio naturale, costituito dalle risorse, dagli ecosistemi e dai servizi che questi rendono disponibili. Tra il 1992 e il 2014, secondo la relazione The [...]
Articolo precedente
Sulle tracce dei Viaggi di Gulliver che compie tre secoli

