Pirateria digitale, la trasmissione in diretta dei contenuti traina il settore

Italia e Francia leader nel contrasto, ma le azioni in Europa sono disomogenee e c’è il rischio di danni collaterali ai servizi di streaming legali

La nuova frontiera della pirateria digitale è la trasmissione in diretta dei contenuti, soprattutto per lo sport. Un mercato strutturato ed economicamente resiliente, rispetto al quale l’Italia, assieme alla Francia, ha il sistema di contrasto più avanzato d’Europa. Lo rivela un report del Parlamento europeo, «Countering online piracy of sports and broadcast in the Eu», che studia in particolare l’Iptv, ossia la tecnologia che consente di guardare la tv attraverso internet. È un servizio, secondo la relazione, organizzato in modo da replicare l’offerta legittima delle pay-tv.

Dal punto di vista del consumatore, infatti, la presenza di un abbonamento fisso, la possibilità di accesso ad applicazioni dedicate e a un elevato numero di canali televisivi rendono difficile distinguere chi offre un servizio illegale da chi agisce secondo le normative.

Nel 2019, secondo dati del Parlamento Ue, i servizi di pirateria basati sul pagamento mensile da parte degli abbonati valevano 522 milioni di euro. Da allora il settore ha continuato a crescere: è aumentata sia la scala sia il livello di sofisticazione offerta. A spingere la domanda sono i costi ridotti, ma anche il tentativo di sfuggire alla frammentazione dei contenuti che contraddistingue, invece, le piattaforme di streaming legalmente autorizzate.

In Italia nel 2024, secondo uno studio di Fapav e Ipsos citato dal report, il 38 per cento degli adulti aveva visto film, serie tv, competizioni sportive o programmi tv piratati almeno una volta. Nel corso dell’anno sarebbero stati 295milioni gli atti di pirateria. Lo sport gioca un ruolo significativo in questo contesto: circa il 15 per cento degli adulti, infatti, lo segue illegalmente in diretta. La disciplina predominante è il calcio, seguito da Fomula1, tennis e MotoGP. La pirateria digitale, conclude l’analisi di Fapav, costa all’Italia circa 2,2 miliardi di euro e mette a rischio più di 12mila posti di lavoro.

Secondo il report del Parlamento Ue, però, a due anni dall’adozione della legge contro la pirateria e dal lancio della piattaforma Piracy Shield, il 71 per cento degli italiani conosce la legge, mentre il 62 per cento la considera efficace. Il 70 per cento, inoltre, considera lo scudo uno strumento utile: secondo i dati di Agcom, più di 122mila siti illegali sono stati bloccati, con un tasso di errore risibile, lo 0,0057 per cento.

Infrastruttura distribuita, cambio di dominio e catene di fornitura basate sugli intermediari, che sono alla base della struttura tecnica della pirateria, rendono disagevoli le azioni di contrasto. Le misure di blocco della trasmissione sono ampiamente usate, ma possono bloccare anche il traffico legittimo ospitato dalla stessa infrastruttura di cui si serve la pirateria.

È quello che, secondo uno studio dell’Università di Twente del 2025, è accaduto in Italia: il blocco indiscriminato di indirizzi IP ha causato danni collaterali ad almeno 510 siti che non operavano nello streaming. Inoltre, più di 7.700 domini hanno subito interruzioni tra febbraio 2024 e giugno 2025, per una durata media di circa 320 giorni. Numeri che sono solo in apparente contraddizione con quelli Agcom, che classifica gli errori formalmente riconosciuti e non l’impatto su soggetti terzi.

A livello comunitario, sottolinea lo studio, la risposta è piuttosto disomogenea. Sono Italia e Francia ad avere i sistemi di contrasto alla pirateria più avanzati, che consentono di bloccare rapidamente le trasmissioni e valorizzano la cooperazione con le autorità e con i titolari dei diritti. Uno strumento vincolante a livello europeo, conclude il report, aumenterebbe la certezza del diritto e ridurrebbe le differenze che, allo stato attuale, possono essere sfruttate dagli operatori della pirateria.

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