Più si diventa ricchi, più si diventa pessimisti? Ecco cosa dice la scienza

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“Dottore, ho letto che nei Paesi ricchi la gente è sempre più pessimista sul futuro. Ma come è possibile, se stanno meglio di tutti?”: in effetti sembra un controsenso, ma la scienza che studia questi temi – psicologi ed economisti comportamentali – ha raccolto dati che aiutano a capire perché chi vive meglio non per forza è più fiducioso nel domani, e quale ruolo giochino età e ricchezza in questo equilibrio.

Gli psicologi lo chiamano “ottimismo disposizionale” e lo definiscono come l’aspettativa generale che, nel complesso, accadranno cose positive nella propria vita. Non è quindi un giudizio su come stanno le cose oggi, ma un’aspettativa su come potrebbero andare in futuro. Uno studio che ha misurato questo tratto su oltre 15.000 persone in 61 Paesi ha permesso di confrontare quanto, in media, gli abitanti delle diverse nazioni si aspettino un futuro migliore. È importante anche distinguere tra i livelli diversi di ottimismo: una cosa è essere fiduciosi sulla propria vita personale, un’altra è esserlo sul proprio Paese o sul mondo in generale. Un editoriale scientifico distingue infatti un “ottimismo personale” (la fiducia sul proprio futuro individuale) da un “ottimismo sociale” (la fiducia sulla direzione del proprio Paese), sottolineando che le persone tendono, quasi ovunque nel mondo, a essere più fiduciose sulla propria vita che su quella collettiva. Un esempio concreto: si può essere preoccupati per il futuro dell’umanità in generale, e allo stesso tempo restare fiduciosi sul futuro dei propri figli. Come vedremo, questa distinzione aiuta a capire perché reddito personale e ricchezza del Paese non hanno lo stesso effetto sull’ottimismo.

Sì, ma qui bisogna distinguere due cose diverse: quanto siamo soddisfatti della vita che facciamo oggi, e quanto ci aspettiamo che le cose miglioreranno in futuro. Un ampio sondaggio internazionale ha mostrato che chi vive nei Paesi ricchi resta, in media, più soddisfatto della propria vita attuale rispetto a chi vive nei Paesi più poveri, ma sono proprio i cittadini dei Paesi più ricchi ad avere meno fiducia che la propria vita migliorerà negli anni successivi. È quindi una relazione inversa: più un Paese è ricco, più la sua popolazione si accontenta del presente ma meno crede in un futuro migliore. Uno studio più recente su 61 Paesi conferma questa tendenza anche guardando al PIL pro capite. Un’indagine ancora più recente, condotta tra ottobre e dicembre 2025 su quasi 60.000 persone in 60 Paesi, mostra lo stesso schema con dati aggiornati: i Paesi ricchi d’Europa occidentale, come Germania e Francia, risultano tra i più pessimisti sulle prospettive economiche per il 2026, mentre alcuni Paesi del Sud del mondo, come Kenya o Arabia Saudita, restano tra i più fiduciosi. Una possibile chiave di lettura di questo controsenso è stata proposta nello stesso editoriale citato sopra: riguarda l’ottimismo sociale, cioè la fiducia nella crescita del Paese nel suo complesso, non l’ottimismo personale. Un Paese già molto sviluppato offrirebbe, secondo questa lettura, meno margini percepiti di ulteriore crescita economica e sociale rispetto a un Paese ancora in via di sviluppo. Resta un’interpretazione proposta in sede editoriale, non una dimostrazione ottenuta con uno studio, e, soprattutto, riguarda le prospettive del Paese, non quelle della singola persona, come vedremo nella prossima domanda.

No, anzi: a livello personale succede il contrario, ed è coerente con quanto appena visto: l’ottimismo personale e quello sul proprio Paese sono due cose diverse. In Italia, tra chi ha solo la licenza media, il 22,7% pensa che la propria vita migliorerà nei prossimi cinque anni; tra i laureati questa percentuale sale al 40,8%. Anche avere un lavoro stabile è associato a maggiore fiducia nel proprio futuro personale. Più sicurezza economica individuale va, in genere, insieme a più fiducia nella propria vita futura, indipendentemente da quanto sia già sviluppato il Paese in cui si vive. Del rapporto tra denaro e benessere personale ne abbiamo già parlato nella scheda “I soldi non fanno la felicità?”, dove spieghiamo perché il reddito aiuta il benessere fino a un certo punto, oltre il quale conta sempre meno.

Sì, ed è uno degli effetti più marcati misurati su questo tema. Un’indagine su oltre 21.000 persone in 21 Paesi ha chiesto a giovani e adulti se pensassero che il mondo stesse migliorando di generazione in generazione: per ogni anno di età in più, la probabilità di rispondere “sì” scende dell’1%. L’indagine più recente sui 60 Paesi conferma l’effetto: i più giovani restano nettamente più fiduciosi nel futuro, mentre chi ha più di 55 anni risulta pessimista sia sulla fiducia generale, sia sulle aspettative economiche, sia sulle prospettive di pace nel mondo.

Su questo punto abbiamo una risposta piuttosto diretta: gli autori della stessa indagine internazionale scrivono esplicitamente che le popolazioni più anziane nei Paesi più ricchi sono quelle più in ansia per il futuro. Il dato è coerente con la struttura demografica di questi Paesi: Germania e Francia hanno tra le popolazioni più anziane d’Europa, e sono anche tra i Paesi con le prospettive economiche più pessimistiche per il 2026. Va detto comunque che si tratta di un’osservazione tratta da un’indagine campionaria, non di uno studio sperimentale che isola in modo controllato l’effetto della sola età da quello del reddito: probabilmente entrambi i fattori – età media della popolazione e livello di ricchezza – contribuiscono insieme al quadro osservato.

Secondo i dati più recenti, il 30,3% delle persone dai 14 anni in su pensa che la propria vita migliorerà nei prossimi cinque anni, mentre il 12,1% pensa che peggiorerà. Il resto pensa che tutto sommato la situazione resterà la stessa, oppure non sa dare una risposta.

Non di per sé: essere realisti o preoccupati per quello che succede nel mondo non è un difetto. Quello che sappiamo è che chi ha un atteggiamento più fiducioso tende a gestire meglio lo stress e ad avere abitudini più sane. Il punto di attenzione è un altro: se le preoccupazioni per il futuro cominciano a toglierle il sonno, la fanno stare male ogni giorno o la isolano dagli altri, allora vale la pena parlarne con il proprio medico di medicina generale, che può valutare insieme a lei se serve anche un supporto psicologico. Questo vale in particolare per i più giovani, per i quali il pessimismo verso il futuro può concentrarsi su temi specifici, come la crisi climatica: ne abbiamo parlato nella scheda “L’eco-ansia esiste davvero?”, dedicata a quando questa preoccupazione diventa un disagio da riconoscere e seguire.

Qualche accorgimento pratico: se il pensiero del futuro diventa fonte di ansia continua o disturba il sonno, ne parli con il medico di medicina generale; coltivi le relazioni familiari e sociali, tra i fattori più legati al benessere personale; non confonda il pessimismo verso il mondo in generale con il giudizio sulla propria vita: sono due cose diverse, come mostrano anche i dati italiani.

Leggi la scheda integrale sul sito dottoremaeveroche di Fnomceo

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