In concorso alla Mostra di Venezia è stato presentato il film di Lee Chang-dong
A Venezia è arrivato il momento di uno dei film più attesi dell’anno: è stato presentato in concorso “Possible Love”, nuovo lungometraggio di Lee Chang-dong, uno dei massimi maestri del cinema dell’Estremo Oriente.
Autore di soli sette film in circa trent’anni di carriera, il regista sudcoreano è tornato finalmente dietro la macchina da presa dopo i bellissimi “Poetry” (2010) e “Burning” (2018).
Il film si apre raccontando di Ho-seok, un operaio rimasto senza lavoro, e di sua moglie Mi-ok, che accetta di essere ripresa e intervistata da Ye-ji, una documentarista che vorrebbe girare un film sulle lotte sindacali. Decisa a raccontare anche il punto di vista di Ho-seok, la regista si insinua sempre più a fondo nelle loro vite e coinvolgerà anche suo marito in un gioco di coppie che si farà sempre più ambiguo.
Va subito evidenziato che “Possible Love” prende spunto da un terribile fatto di cronaca, il licenziamento in blocco di migliaia di operai da una grande azienda, che ha provocato violenze e disoccupazione. «Quando un licenziamento di massa e la violenta repressione di uno sciopero hanno scosso la società coreana, ho sentito il bisogno di reagire. Ho esitato, chiedendomi se fosse giusto trasformare quegli eventi in un film di finzione»: le parole dello stesso regista raccontano uno degli aspetti più importanti di questa ambiziosa operazione. C’è infatti una vera e propria “messa in crisi” del lavoro di una regista che diventa sempre più ossessiva nel filmare di continuo la coppia e che, da donna estremamente benestante, prova a mettersi nei loro panni in maniera decisamente controversa.
Non c’è soltanto una riflessione sul mezzo cinematografico e sul senso morale di come andrebbe raccontata una storia come questa, ma anche un’ispirazione dichiarata a un episodio del “Decalogo” di Krzysztof Kieslowski. “Non desiderare la roba d’altri” nel film non è soltanto un monito o un facile riferimento rispetto all’invidia che può generare la ricchezza di fronte a chi non ce l’ha: il comandamento prende infatti una piega davvero originale e brillante durante le splendide sequenze conclusive.
“Possible Love” è infatti un film in perenne crescita, che sembra partire in maniera un po’ didascalica per poi volare sempre più in alto col passare dei minuti fino a raggiungere il suo apice nell’ultima mezz’ora (la durata complessiva è di 164 minuti), in cui va a svelare le sue carte e mostrare ciò che davvero sembra interessi raccontare a Lee Chang-dong.
Quest’ultimo, nel 2002, aveva vinto a Venezia il premio per la miglior regia con il bellissimo “Oasis” e la speranza è che possa trovare uno spazio importante anche nel palmarès di quest’anno.
Nella sezione Notti veneziane delle Giornate degli Autori è stato invece presentato uno dei titoli italiani più curiosi dell’intera kermesse: “Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore” di Samuele Sestieri e Federico Francioni.
Il film racconta tre mesi nella vita di Chiara, un’attrice di quasi quarant’anni che cerca la sua strada in una Roma frenetica e turistica. Invisibile, precaria, perennemente inquieta, Chiara accumula un’esperienza dopo l’altra alla ricerca disperata di qualcosa che la faccia sentire viva.
«Questo film nasce da un quotidiano instabile e precario: il nostro»: i due registi hanno trovato un buonissimo equilibrio con questa pellicola che unisce le capacità di Francioni di dare vita a documentari anticonvenzionali (“Rue Garibaldi” è tra le sue opere precedenti) alla visionarietà che Sestieri aveva già dimostrato ne “I racconti dell’orso” (realizzato insieme a Olmo Amato) e in “Lumina”.
Basta la prima sequenza dal sapore cosmico per cogliere l’ambizione di un progetto non semplice e non immediato, ma capace di offrire riflessioni di notevole profondità con un apparato formale brillante e innovativo. Ottima prova di Carlotta Velda Mei, chiamata a un vero e proprio tour de force attoriale.
Da segnalare in lizza per il Leone d’oro il film danese “Woman Unknown” di May el-Toukhy, unico titolo diretto in solitaria da una regista donna nel concorso veneziano.
La protagonista Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c’è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata.
Film girato con buon rigore e forte di notevoli interpretazioni, “Woman Unknown” è un prodotto abbastanza solido, che soffre soltanto per alcune svolte narrative poco credibili.
Resta però molto interessante la prospettiva di parlare di figure femminili che, in tutta Europa durante la Seconda guerra mondiale, intrecciarono relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, al termine del conflitto, subirono durissime conseguenze.
Anche in questo caso c’è da segnalare l’ottima prova della protagonista Mathilde Arcel, chiamata a una prova tutt’altro che semplice.
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