
Il segmento beauty è un modello. Quali sono le donne che guidano le più vivaci aziende cosmetiche, gli unicorni del wellness, i brand storici e innovativi?
La wellness economy mondiale ha ormai superato i 6,8 trilioni di dollari e il mercato globale del beauty continua a crescere a ritmi superiori rispetto ad altri comparti consumer. A trainare lo sviluppo sono soprattutto i segmenti legati alla prevenzione, alla nutrizione, al wellness tourism, alle spa e alla longevity. Un settore dove i livelli di parità e inclusione sono già leggermente superiori a quelli di altri ambiti del lusso: il 34 per cento dei posti nei consigli di amministrazione è occupato da donne, in una media che si attesta tra il 23,3 e il 29,3 per cento (dati World Economic Forum e Deloitte). Per incrementare ulteriormente queste cifre, sempre più aziende beauty sostengono l’empowerment femminile con iniziative, contest e premi che puntano ad aumentare il numero di donne in ruoli apicali, provocando quello che viene chiamato effetto traino o effetto ceo. Secondo un recente studio della Libera Università di Bolzano, con la Stockholm School of Economics, infatti, quando un’impresa è guidata da una donna, si registra un aumento del 21 per cento nel numero di manager donne assunte. Sulle orme di grandi pioniere del passato, come Helena Rubinstein, che inventò il mascara, Madam C. J. Walker, che per prima si occupò dei capelli afro, Elizabeth Arden, che osò tingere di rosso anche le labbra delle donne per bene, Estée Lauder alla quale si deve l’invenzione dei campioncini, la nuova leadership della bellezza oggi è portata avanti da alcune figure femminili di rilievo che stanno ridisegnando i valori e l’orientamento del mercato. Per questo HTSI ha deciso di inaugurare una serie di incontri con le donne che guidano le più vivaci aziende cosmetiche, gli unicorni del wellness, i brand storici e innovativi.
Questa è la prima puntata e la protagonista è Sophie Vann Guillon.
Trasformare un niche brand come Valmont in un impero, presente oggi in 50 Paesi è stato il suo obiettivo strategico. Sophie Vann Guillon, ceo della maison storica della cosmetica svizzera, è arrivata in azienda nel Duemila con un notevole bagaglio di esperienze. Nata in Cambogia, è cresciuta a Parigi, dove ha terminato i suoi studi, per poi trasferirsi negli Stati Uniti, prima, e in Svizzera poi. Qui ha iniziato la sua carriera nella cosmetica di lusso. Negli anni Novanta ricopre a Ginevra il ruolo di marketing manager e responsabile delle relazioni pubbliche di Yves Saint Laurent Parfums. «È stata un’esperienza formativa determinante per affinare expertise e strategie di brand building, e mi ha insegnato molto, soprattutto a essere molto operativa e pratica». Ventisei anni fa, il grande passo in Valmont. «Il passaggio da un contesto così vivace e colorato come quello di Yves Saint Laurent all’universo scientifico di Valmont, al primo impatto, poteva sembrare una prova ardua, ma per me ha rappresentato un’evoluzione naturale: sono sempre stata affascinata dalla biologia e dalla scienza medica per la pelle e il cambiamento è avvenuto in modo naturale. La vera sfida è stata crescere rimanendo sempre fedeli all’identità del marchio. Mai puntare alla visibilità a tutti i costi, sacrificando i valori chiave: il rispetto del lavoro di chi è venuto prima, la personalità del brand, il target a cui si rivolge». Quando parla dei prodotti Valmont, Vann Guillon usa un’espressione curiosa, li chiama “viaggi trasformativi” verso una destinazione che continua a cambiare nel tempo. «Oggi la mission di un brand beauty è rigenerare, stimolare e rivitalizzare la pelle: ovvero supportare i suoi naturali processi, rispettandone tempi e ritmi biologici. In un mercato saturo come quello attuale, per noi è importante non solo rispondere a queste esigenze, ma anche proteggere la nostra esclusività continuando a formulare, produrre e registrare nuove molecole». Nel suo approccio professionale è riuscita a bilanciare la precisione svizzera con la sensibilità orientale. «Sono nata in Asia, ma ho sempre viaggiato moltissimo, assorbendo diverse culture. Da quando vivo nella patria della precisione e della farmaceutica, ho fatto miei anche questi tratti. Nelle mie formule cerco sempre l’alta sensorialità delle texture, caratteristica tipicamente asiatica, basti pensare ai prodotti di skincare giapponesi e coreani. Sono riuscita a ottenerla attraverso i carriers: molecole insieme funzionali come vettori degli attivi, ma che risultano anche estremamente piacevoli. Oltre alla ricerca scientifica è il feeling il vero valore aggiunto della skincare». Conciliare la lentezza della ricerca scientifica con la velocità del mercato non è sempre facile. «Per nulla, ma io ho operato una scelta strategica: fare meno e molto meglio. Cioè avere un focus preciso su cui investire ogni anno per mantenere vivo e aggiornato il brand, implementando una formula esistente, studiandone [...]
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