
Gli alti profitti sono un segnale che servono investimenti in quel settore petrolifero che la politica energetica europea si ostina a denigrare nella speranza di accelerare la transizione sulle rinnovabili.
Impossibile resistere alla tentazione di dare la colpa degli alti prezzi dei carburanti all’ingordigia delle società petrolifere. In Europa, forti dell’esperienza positiva del 2022, alcuni paesi, fra cui l’Italia, hanno chiesto supporto alla Commissione, che ha reagito freddamente, per avere una tassazione europea degli extra profitti. È un tentativo per dare più solidità ad un’idea molto debole. La tassazione degli extra profitti viene applicata inizialmente in UK nei primi anni ’80 per prelevare parte degli eccezionali guadagni causati dagli alti prezzi del petrolio dopo la crisi del 1979, anche allora legata all’Iran. Fu introdotta all’interno di un sistema di tassazione petrolifera che aveva sostanziali rimborsi in caso di perdite nell’esplorazione. In queste ultime iniziative, non vi è alcuna riduzione delle aliquote per gli anni di bassi profitti come nel 2020 o nel 2016. Difficile definire extra profitto, anche se è di aiuto la media dei livelli storici. Ma quell’eccesso indica una sorta di illecito su cui dovrebbero indagare, se del caso, le autorità di regolazione.
L’Italia è il paese che più ha cercato di applicare in passato questo strumento. La Robin Hood tax fu introdotta nel 2008, quando il Brent toccò i 140 dollari, pari a 180 in dollari attuali, ben lontani dai 90 dollari di questi giorni. Dopo il ricorso di alcuni piccoli petrolieri coraggiosi, la Corte Costituzionale la dichiarò incostituzionale nel 2015, con un pasticcio giuridico perché la sentenza non fu retroattiva. Dal febbraio scorso esiste una maggiorazione di 2 punti percentuali dell’Irap per le società energetiche che porta il totale al 30% di tassazione degli utili, contro il 28% delle altre società. Che questo venga attuato in un paese che si ispira a principi di libero mercato, sanciti nella costituzione, è già un’anomalia. La tassazione dei profitti, che sono in effetti enormi, comporterà in ogni caso gigantesche entrate per il fisco.
Alzare le aliquote è un giudizio sul mercato tipico più di un’economia pianificata che da libero mercato. La tassazione degli extra profitti è pericolosa perché distrae l’attenzione dalla vera causa degli alti prezzi, cioè la carenza di capacità di raffinazione in Europa, quella che è stata chiusa anche perché osteggiata proprio da coloro che oggi chiedono la tassazione degli extra profitti. Più a monte, manca anche capacità di produzione di greggio al di fuori del Golfo Persico, anche in Europa, dove da anni parlare di trivelle e di raffinerie è come dichiararsi contro le politiche climatiche che salveranno il pianeta. Gli alti profitti fatti dalle compagnie petrolifere europee, non quelle energetiche, sono dell’ordine di 20 miliardi di €, e una loro tassazione al 50% darebbe extra gettito per 10 miliardi, ma sono da confrontare con tasse che comunque saranno dell’ordine di 40 miliardi da tassazione normale.
Gli alti profitti sono un segnale che servono investimenti in quel settore petrolifero che la politica energetica europea, che condiziona anche quella dell’Italia, si ostina a denigrare nella speranza che questo acceleri la transizione sulle rinnovabili. Fare una nuova raffineria in Europa è oggi impossibile, costerebbe 10 miliardi di €. Allo stesso modo è impossibile perforare nuovi giacimenti di gas e petrolio. Serve tenere in funzione le raffinerie che abbiamo, che necessitano di grandi investimenti perché datate. Le compagnie petrolifere europee devono rafforzarsi, avere certezze, investire nel mondo per portarci gas e petrolio in futuro. Il sistema raffinativo italiano è per buona parte di proprietà di società straniere che di fronte a queste tassazioni punitive non investiranno. Serve più offerta, più investimenti, per far scendere i prezzi e per garantire sicurezza energetica, non più tasse.
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