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La difesa cita il vocale del giornalista per contestare il movente politico e chiedere la scarcerazione. La versione sulla scorta che non ha convinto la Gip
«Io mi volevo ricostruire, non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione in questo senso positivo.» La difesa di Valter Lavitola riparte da queste parole nella memoria al Riesame sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Sono parole dell’interrogatorio del 12 agosto: i vantaggi personali intravisti in un futuro politico dell’amico.
I legali riconoscono quelle aspettative, ma contestano il movente politico indicato dalla Procura di Roma. Per Lavitola, l’obiettivo principale era ottenere più protezione per Ranucci. Contro una candidatura imminente, citano il vocale del 9 giugno 2026 in cui Ranucci la esclude.
L’indagine riguarda la bomba esplosa il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci, a Torvaianica. Secondo la Procura, citata nella memoria, Lavitola avrebbe voluto l’azione «per generare una massiccia ondata di solidarietà a favore di Ranucci». Due gli obiettivi: proteggerne la conduzione di Report e aumentarne la popolarità in vista di un possibile ingresso in politica.
La custodia cautelare riguarda detenzione e porto illegale di armi aggravati dal metodo mafioso. Ranucci è la vittima: nei passaggi riportati, la Gip Iole Morrica non rileva elementi di un accordo con Lavitola. La difesa ricorda che anche l’indagato, interrogato il 12 agosto, ha escluso un’intesa con il giornalista sull’attentato.
Sei i motivi dell’atto firmato dagli avvocati di Lavitola, Sergio e Arturo Cola. I legali richiamano le ammissioni già rese: «No. Allora sì, sono responsabile io». Lavitola avrebbe chiesto a Clesio Tavares Gomes di far sparare contro il muro dell’abitazione, scoprendo dopo l’uso della bomba. Per i legali, si è assunto la responsabilità anche delle diverse modalità esecutive, accettandone il rischio con un mandato aperto. Nel rigetto dei domiciliari del 13 agosto, la Gip ritiene che Lavitola abbia cercato di ridimensionare il proprio ruolo.
I difensori contestano che provenienza degli esecutori, pianificazione e uso dell’esplosivo bastino a provare il metodo mafioso. Chiedono inoltre di assorbire la detenzione nel porto: non sarebbe provata una disponibilità dell’esplosivo precedente e distinta dal trasporto.
A sostegno del movente, i legali richiamano le insistenti richieste di potenziare la scorta di Ranucci, che l’indagato riteneva esposto a un altro attentato. La Gip considera invece questa versione priva di riscontri concreti.
La difesa richiama poi la pista dei servizi israeliani, prospettata da Lavitola al giornalista e al collega Daniele Autieri, collegandola all’inchiesta sul cantiere navale di Adria.
Nel verbale riprodotto nell’atto, Autieri osserva però: «ad oggi, lo valuto anche come un possibile depistaggio». Conferma che Lavitola aveva avanzato quella versione, senza provarne la fondatezza.
Il primo motivo punta alla «perdita di efficacia dell’ordinanza impugnata». Per i legali, gli atti sono arrivati il 18 agosto e il tribunale avrebbe dovuto decidere entro il 28: l’udienza è stata fissata dieci giorni dopo. La contestazione del metodo mafioso, sostengono, escluderebbe la sospensione feriale.
La difesa chiede anche di trasferire il procedimento a Napoli: il porto dell’esplosivo sarebbe iniziato a Sperone, nell’Avellinese. Riconosce che resta l’iscrizione per strage, ma ritiene l’ipotesi abbandonata nella richiesta cautelare. La memoria non documenta un’archiviazione.
Contestato inoltre il sequestro dei dispositivi del 4 luglio. Per i legali, criteri di ricerca troppo generici renderebbero inutilizzabili i risultati. Le indicazioni su parole chiave e periodo da esaminare, proposte dai Carabinieri l’8 luglio e autorizzate dalla Procura il 10, non avrebbero sanato i difetti iniziali: erano comunicazioni interne mai notificate all’interessato.
La difesa ritiene che confessioni e accuse verso Gomes abbiano superato il rischio di alterare le prove. Contesta il pericolo di fuga: richiama gli affari in Camerun come ragione del viaggio programmato a luglio e la permanenza di Lavitola in Italia fino all’arresto del 10 agosto. Nega un rischio concreto e attuale di nuovi reati con armi, sul quale la Procura non aveva fondato la richiesta.
La Gip aveva invece valorizzato contatti internazionali, capacità organizzativa e tentativi di influenzare altri protagonisti dell’indagine. I legali chiedono, in subordine, i domiciliari a Noepoli, in Basilicata, lontano dalla rete di conoscenze. Riferiscono un’aggressione subita a Rebibbia dopo la confessione: la richiesta di acquisire gli atti sull’episodio, scrivono, non avrebbe avuto seguito.
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