Restare umani in un mondo in crisi climatica e sociale

Quali sono gli effetti della guerra? Non solo sulla società, ma sull’ambiente? Ne «La difesa del paradiso» (Del Vecchio editore, €23, trad.it. Matteo Gallo Stampino) l’autore-regista tedesco Thomas von Steinaecker utilizza una struttura ibrida tra romanzo post-apocalittico, distopico e climate fiction, per narrare la storia di Heinz che, 11 anni dopo il collasso del pianeta, cerca di sopravvivere all’interno di un ecosistema rurale costruito e mantenuto a spese di ciò che è rimasto “al di là”.

E così, von Steinaecker intercetta due dei grandi temi della contemporaneità: cosa significhi, oggi, stare “dentro” o “fuori” dai confini (la guerra di Israele e quella di Putin, i dazi di Trump, la sospensione di Schengen ndr.) ma anche la relazione tra umanità e Natura, umano e oltreumano: «Grazie alle possibilità tecnologiche, presto potremo realizzare uno dei nostri sogni più grandi – dice caustico l’autore -: trasformare ogni cosa (animali, natura, macchine) in piccoli specchi di noi stessi. Vogliamo che tutto sia come noi, non abbiamo né il desiderio né la tolleranza di riconoscere che la natura (e le macchine) hanno le proprie regole e i propri modi di comunicare».

Il romanzo “finge” di essere un classico memoir scritto però da un protagonista bambino, Heinz: «Ci sono i problemi tipici di ogni libro di questo tipo: non ci si può fidare della memoria – continua von Steinaecker -. Per gli eventi che non si ricordano con precisione, bisogna chiedere ad altri testimoni oppure inventare qualcosa che cerchi di essere fedele a come gli eventi potrebbero essersi svolti. Questo rende le memorie così interessanti per uno scrittore: si ha a disposizione l’intera gamma che va dalla realtà alla finzione, passando per tutte le sfumature intermedie. Questo vale necessariamente anche per la rappresentazione del tempo: si seguono gli eventi in modo oggettivo, in ordine cronologico, oppure in modo soggettivo e acronologico, così come li si è vissuti e li si vede? … D’altra parte: Heinz è un bambino. Quindi vuole giocare, anche con la propria storia. E con il tempo».

L’estate 2026 verrà ricordata come la “più calda di sempre” ma anche per alcuni sviluppi della politica internazionale: «Il romanzo è stato scritto intorno al 2015, quando in Germania si discuteva dei rifugiati siriani. È sorprendente che queste discussioni si svolgano sempre in modo simile – indipendentemente dal fatto che avvengano nel 2015, nel XIX secolo o nel 2026: per la maggior parte delle persone tutto ciò che proviene dall’esterno è considerato una minaccia. In questa logica non importa se si parla di rifugiati o di Putin. Anche la difesa europea è un simbolo della nostra psiche: in questo momento noi (l’Europa) abbiamo paura. E la tua domanda è cruciale: di cosa abbiamo paura? E cosa vogliamo difendere?», continua l’autore tedesco: «Forse sono ingenuo, ma per me tutte queste misure militari di difesa sono simboli di un vuoto intellettuale e spirituale. Cerchiamo di compensare il fatto che non capiamo e non comunichiamo con l’altra parte – e che non vogliamo farlo, perché è più facile mettere su un esercito piuttosto che analizzare e correggere il proprio modo di pensare e i pregiudizi che si hanno sugli altri. È un paradosso esasperante: viviamo in un’epoca in cui comunichiamo tra noi come mai prima d’ora. Eppure, non ci capiamo più – e non vogliamo farlo. Anche se disponiamo dei mezzi per farlo».

C’è poi un tema centrale che attraversa tutto il “Paradiso” di cui scrive von Steinaecker: il ruolo dell’individuo nella comunità. L’autore non ha dubbi: «Abbiamo perso il senso di comunità. Desideriamo ardentemente sentirci parte di qualcosa, ma allo stesso tempo vogliamo essere il più individualisti possibile e non siamo disposti a scendere a compromessi». Siamo ormai «persone sedute una accanto all’altra, tutte con lo sguardo fisso sul cellulare. Penso che in futuro il bisogno di comunità – non solo nel mondo digitale, ma anche in quello reale – diventerà più forte. Ma l’idea di “nazione”, e quindi di una comunità composta da molti, sarà superata. Per me (come per molti scrittori prima di me) i libri rappresentano una forma di utopia: creano una comunità. Le storie (che siano nei libri, nei film o nei giochi) ci uniscono. Gli individui diventano parte di un processo collettivo. Per me una società di lettori sarà sempre l’immagine perfetta di una società utopica. E penso che, con l’evidente fallimento delle forme tradizionali, ovvero politiche, di comunità, queste comunità narrative diventeranno sempre più importanti».

La scrittura, per Heinz, è atto di esistenza e memoria, il segno di una società, se non in declino, in crisi: «”Finché scrivo, esistiamo e sopravviveremo”, scrive Heinz – riflette von Steinaecker -. L’intero romanzo è una lettera d’amore al potere della scrittura e alle sue possibilità… ci definisce come esseri umani, ci distingue da qualsiasi altra specie. Adoro immaginare un alieno che arrivi sul nostro pianeta e osservando tutte queste persone: “Ma cosa diavolo state facendo qui? A cosa serve tutto questo?”. Proverete a spiegarglielo. E forse allora vi renderete conto di quanto sia prezioso e unico ciò che siamo: una specie innamorata delle storie, gli unici nell’universo ad avere i libri».

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