Ricchezza famiglie italiane, crescita record delle disuguaglianze: il 5% più ricco possiede metà del patrimonio

Un studio della First Cisl evidenzia la debole dinamica della ricchezza legata alla crescita modesta dei redditi rispetto alle principali economie europee. Tra il 2015 e il 2025 il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane è aumentato del 28,4%. Nello stesso periodo in Germania la crescita è stata del 48,3%. E il risparmio delle famiglie va riducendosi.

La ricchezza delle famiglie italiane cresce meno del resto dell’Eurozona, perché i redditi sono aumentati meno che negli altri Paesi europei. In questo quadro il risparmio va riducendosi, aggravando le disuguaglianze. Il nostro Paese è sempre più polarizzato, i guadagni degli investimenti finanziari sono concentrati nelle fasce più ricche della popolazione, con il 5% delle famiglie che detiene oltre la metà della ricchezza netta complessiva, mentre il 50% meno abbiente ne possiede appena il 7,3%.

Questa è la foto, in estrema sintesi, scattata dall’Osservatorio della Fondazione Fiba di First Cisl sulla ricchezza delle famiglie presentato a Roma, che elaborando dati Bce ed Eurostat, evidenzia come la crescita della ricchezza netta delle famiglie italiane è la più bassa soprattutto nel confronto con le principali economie europee.

Al 31 dicembre 2025 l’ammontare della ricchezza netta è di 11.333 miliardi di euro, contro i 19.867 della Germania, i 14.054 della Francia e gli 8.484 della Spagna. La ricchezza netta dell’area euro ha raggiunto nel 2025 i 68.521 miliardi di euro. Rispetto al 2015 l’incremento italiano è stato del 22,8%, a fronte dell’87,3% della Germania, del 42% della Francia e del 56,6% della Spagna. Il risultato di questo andamento più lento è che il peso della ricchezza delle famiglie italiane sul totale di quelle dell’area dell’euro è calato dal 21,7% al 16,5%. In particolare, dal 2015 la crescita totale dell’Italia, pari a 2.107 miliardi, è stata determinata per il 45% circa (937 miliardi) da azioni non quotate e da altri titoli di capitale (+ 102,7%) detenuti per la quasi totalità (98,3%) dal decile delle famiglie più abbienti. La crescita, peraltro, è stata fortemente concentrata nel secondo quinquennio che va dal 2020 al 2025.

La debole dinamica della ricchezza si spiega con una crescita modesta dei redditi rispetto alle principali economie europee. Tra il 2015 e il 2025 il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane è passato da 1.132,8 a 1.455 miliardi di euro, con un incremento del 28,4%. Nello stesso periodo la crescita è stata del 48,3% in Germania, del 41,1% in Francia e del 53,8% in Spagna. Come per la ricchezza, anche l’incremento dei redditi in Italia è maturato in gran parte dal 2020.

In questo quadro non stupisce che anche un tradizionale elemento di forza del sistema Italia, il risparmio delle famiglie vada riducendosi. Per quanto riguarda il risparmio lordo delle famiglie italiane, si passa dai 125,7 miliardi del 2015 ai 161,1 miliardi del 2025, con una crescita di appena il 28,2%. Germania e Francia registrano rispettivamente incrementi del 64,4% e dell’80,7%, mentre la Spagna arriva al 134,2%. Nel 2025 il tasso di risparmio lordo italiano è pari al 10,7%, il più basso tra i principali Paesi e nettamente inferiore alla media dell’area euro, pari al 14,32%. Germania e Francia si collocano rispettivamente al 19,2% e al 17,2%, mentre la Spagna raggiunge l’11,9%.

Gli immobili hanno ancora un ruolo rilevante nella struttura del patrimonio delle famiglie italiane, considerando che secondo l’Istat circa il 74% dei nuclei vive nella casa di proprietà. Ebbene, il peso del patrimonio immobiliare sulla composizione della ricchezza lorda è del 46%, una percentuale inferiore rispetto al 56,9% della media dell’eurozona. Posto 100 il valore del 2015, i prezzi delle abitazioni italiane (calcolati sulla base delle compravendite, fonte Eurostat) salgono nel 2025 a 116,1, mentre nell’area euro raggiungono 153,7. Germania e Francia si collocano rispettivamente a 152,7 e 127,3 mentre la Spagna arriva a 180,6. «L’aumento del valore degli immobili italiani è dunque molto più contenuto rispetto a quello registrato nelle principali economie dell’area dell’euro», si legge nello studio della First Cisl.

La ricchezza delle famiglie italiane è sempre più concentrata nelle mani della fascia più abbiente della popolazione. Nel 2010 il 10% più ricco deteneva il 52% della ricchezza netta complessiva; al 31 dicembre 2025 la quota è salita al 60,6%. Ancora più marcata la crescita della concentrazione al vertice: il 5% più ricco è passato dal 39,9% della ricchezza nel 2010 al 50,2% nel 2025, il livello più alto nell’eurozona ad eccezione di Austria e Lettonia. In quindici anni la sua quota è quindi aumentata di oltre 10 punti percentuali.

La distribuzione delle singole attività finanziarie è sbilanciata verso il decile più ricco. Il 10% più abbiente detiene il 43,4% dei depositi, il 76,7% dei titoli di debito, il 93,3% delle azioni quotate, l’82,5% delle quote di fondi comuni, il 76,9% delle assicurazioni ramo vita e il 98,3% delle azioni non quotate e delle altre partecipazioni. La concentrazione è quindi «particolarmente elevata nelle forme di ricchezza finanziaria più direttamente collegate all’investimento e alla partecipazione ai mercati dei capitali».

Di contro i cinque decili di famiglie più povere devono far fronte al 37,9% dell’indebitamento complessivo. Guardando poi al rapporto tra passività e ricchezza lorda il decile più povero è al 95,6%, un dato più basso di quello che si registra nella maggioranza dei Paesi dell’area dell’euro, nei quali per lo stesso decile la ricchezza è negativa. L’indebitamento complessivo delle famiglie italiane è pari invece a circa il 10,2% dell’area dell’euro (804,7 miliardi su 7.927,7), contro il 27,4% della Germania, il 22,2% della Francia e il 9,1% della Spagna. L’incidenza del debito italiano sul totale è in diminuzione: era l’11,1% nel 2015.

«In 15 anni la ricchezza degli italiani non è stata redistribuita: è risalita verso l’alto – sottolinea la leader della Cisl, Daniela Fumarola-. Il 5% più ricco, un milione e 300 mila famiglie, possiede oggi la metà della ricchezza del Paese, quando quindici anni fa ne aveva il 40 per cento. Alla metà meno abbiente, tredici milioni di famiglie, resta poco più del 7 per cento. In mezzo c’è il ceto medio, quello che lavora, paga le tasse e tiene in piedi l’Italia, che al netto dell’inflazione ha perso tra un quarto e un terzo di ciò che aveva. La ricchezza dei più ricchi è fatta di azioni, di quote di imprese, di titoli. Quella di tutti gli altri è fatta della casa in cui vivono e di qualche risparmio sul conto. Da quando le borse hanno ripreso a correre, chi aveva capitali finanziari ha visto crescere il proprio patrimonio; chi aveva soltanto la casa e uno stipendio è rimasto fermo, e l’inflazione ha fatto il resto. Un Paese in cui conta più da chi nasci di quello che sai fare non è soltanto un Paese ingiusto: è un Paese che spreca il proprio talento, per questo non cresce».

«Senza un significativo e duraturo aumento del prodotto interno lordo e un forte rialzo delle retribuzioni – aggiunge il Segretario generale nazionale First Cisl, Riccardo Colombani – con ragionevole certezza aumenterà ancora la quota della ricchezza netta italiana detenuta dal 5% delle famiglie più ricche. Seve un’efficace politica dei redditi che si ponga l’obiettivo dell’elevazione economica del lavoro. La Cisl ha proposto di istituire un fondo nazionale a sostegno dell’economia reale con garanzie pubbliche integrali sulla ricchezza che gli italiani volontariamente destineranno a tale progetto, limiti di ammontare e temporali per evitare speculazioni, un governo della ricchezza raccolta affidato alla regia di CdP, con l’attività indispensabile di banche, assicurazioni e altri intermediari finanziari».

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