
Dopo il confronto politico, l’uso crescente delle tecnologie pone per Pa, imprese e legislatori il tema di conciliare fiducia e sicurezza
Dopo le polemiche per i rischi legati ai diritti e alla privacy, l’introduzione di garanzie nell’identificazione biometrica in tempo reale e nel riconoscimento facciale a posteriori. Così il Governo è intervenuto su un tema particolarmente sensibile: l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale nelle attività di polizia. Il Consiglio dei ministri della scorsa settimana ha infatti approvato, in via definitiva, due decreti legislativi di adeguamento della normativa nazionale al regolamento Ue 2024/1689, che stabilisce regole armonizzate sull’AI, in attuazione della legge 132/2025 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 5 agosto).
Le parti più discusse del decreto sull’attività di polizia e la responsabilità civile e penale ruotano attorno agli articoli 8 – sull’identificazione in tempo reale in luoghi pubblici o aperti al pubblico – e 10 – che verte sui sistemi di videosorveglianza già installati, che potranno essere dotati di software di AI capaci di attivare il riconoscimento facciale.
Nel primo caso, il Governo ha deciso che l’identificazione biometrica in tempo reale viene ammessa solo in casi eccezionali, per periodi limitati e previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria – il procuratore della Repubblica – mentre è vietata la costituzione di banche dati biometriche mediante raccolta massiva e non mirata di informazioni dal web (lo scraping).
In relazione, invece, alla disciplina dei sistemi di videosorveglianza con riconoscimento facciale a posteriori, sono stati definiti i requisiti minimi della banca dati di riferimento ed esplicitati gli obblighi di cancellazione e le garanzie di non incrementabilità dei dati utilizzati per il confronto biometrico. Anche qui viene introdotto un controllo giudiziario, da parte del pubblico ministero.
Con queste ultime novità la politica italiana inserisce dunque, per la prima volta, le tecnologie biometriche nel sistema di law enforcement, pur ribadendo che l’uso dei modelli di AI nelle attività di polizia dovrà restare sottoposto alla sorveglianza umana. E lo fa nel quadro di un progetto europeo di regolamentazione e coesione dei nuovi strumenti tecnologici, siano essi di sicurezza pubblica o di autenticazione informatica. L’Unione Europea sta, infatti, costruendo un ecosistema nel quale cybersicurezza, identità digitale e intelligenza artificiale non sono più materie separate. Direttiva NIS2, Cyber resilience Act, Gdpr, AI Act ed eIDAS 2.0 delineano un quadro che punta a rendere più sicure le infrastrutture digitali e, allo stesso tempo, a consentire ai cittadini di utilizzare un’identità digitale riconosciuta in tutta l’Unione – entro la fine di quest’anno, i 27 Stati membri dovranno rilasciare ai propri cittadini l’European digital identity wallet.
In Italia questo percorso passa attraverso l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, lo Spid, la Carta d’identità elettronica e il recepimento della NIS2. «Oggi il problema non è tanto l’assenza di norme quanto la loro frammentazione, la quale genera numerose tematiche interpretative che imprese e pubbliche amministrazioni si trovano ad affrontare, spesso con incertezza», osserva Luigi Fimiani, avvocato, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna e responsabile della ricerca su Identità, identificazione e tecnologie, coordinata anche dalla prorettrice vicaria della Sant’Anna, Gaetana Morgante, e dal ricercatore Giuseppe Di Vetta.
Una riflessione condivisa da Carlo Nardello, presidente di COM.TEL. con delega al Centro Studi, secondo cui «la vera sfida non è rincorrere la tecnologia, ma costruire un quadro di fiducia che permetta all’innovazione di essere adottata con regole certe». È proprio da questa esigenza che nasce la ricerca commissionata dal Centro Studi COM.TEL. alla Scuola Superiore Sant’Anna: offrire a imprese e istituzioni strumenti concreti per orientarsi in un contesto che evolve più rapidamente della regolazione.
Specialmente in tema di tecnologie biometriche, come scanner di impronte digitali o riconoscimento facciale, dove il bilanciamento fra rischi e opportunità, uso quotidiano e tutela della privacy, gestione delle informazioni e sicurezza del dato, va ponderato con attenzione.
Le applicazioni biometriche, d’altronde, sono già realtà in numerosi settori – dall’accesso alle infrastrutture critiche ai controlli aeroportuali, dall’onboarding bancario alla sanità – migliorando sicurezza ed efficienza dei processi. Secondo il report di Imarc Group 2026-2034, il mercato biometrico italiano valeva circa 1,2 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita prevista fino a 3,85 miliardi entro il 2034. Nel 2025, il riconoscimento facciale rappresentava circa il 34% della quota di mercato, mentre i sistemi contact, come le impronte digitali, rappresentavano il 38%. Geograficamente, il Nord -Ovest guidava il mercato con il 25%, grazie alla concentrazione di istituti finanziari e aziende tecnologiche, confermando come la biometria stia diventando uno strumento consolidato e strategico per l’autenticazione nei processi aziendali italiani.
«Il tema centrale non è vietare queste tecnologie, ma definire con chiarezza chi risponde delle decisioni e degli eventuali danni lungo tutta la filiera: produttori, sviluppatori, fornitori e utilizzatori», osserva Fimiani, ricordando come proprio su questo punto il quadro normativo europeo presenti ancora margini di evoluzione. Per Nardello il tema è anche industriale: «L’Europa può trasformare la regolazione in un vantaggio competitivo se riuscirà a creare fiducia. La sicurezza non deve essere percepita come un costo di compliance, ma come un elemento che aumenta il valore delle tecnologie e ne favorisce l’adozione». Per questo si propone un modello dialogico di collaborazione preventiva tra imprese ed enti pubblici competenti, con sistemi condivisi di gestione del rischio, capaci di ridurre l’incertezza regolatoria.
Perché la sfida dei prossimi mesi e anni non si giocherà sul terreno dell’uso ma su quello dell’affidabilità. La questione non è capire se la biometria entrerà stabilmente nei servizi digitali: in molti ambiti è già presente. La vera sfida sarà costruire fiducia attorno all’identità digitale.
Secondo Fimiani, questo significa rafforzare i principi di privacy by design, proteggere il dato lungo l’intera supply chain tecnologica e superare le attuali zone grigie attraverso un dialogo continuo tra regolatori e imprese. Per Nardello serve anche un salto culturale: «La tecnologia corre molto più velocemente della consapevolezza. Per questo ricerca, formazione e confronto tra pubblico, università e imprese devono accompagnare l’innovazione, evitando che il dibattito si riduca a una contrapposizione tra sicurezza e privacy». L’obiettivo è, quindi, trasformare la ricerca in uno strumento operativo capace di aiutare il legislatore e le imprese a governare una delle trasformazioni più rilevanti dell’economia digitale.

