Rifugiati, non solo costi ma talenti utili all’economia del Paese: la storia di Tatiana

Troppo spesso i dibattiti sui rifugiati si concentrano solo sui costi umanitari anzichè considerare le opportunità economiche. In Moldova, la vera domanda non è se il Paese possa permettersi di integrare i rifugiati nel mercato del lavoro, ma se possa permettersi di non farlo

Qualche settimana fa ho incontrato Tatiana, una rifugiata ucraina che vive nella Repubblica di Moldova, dove ha potuto riprendere la sua professione di insegnante. A prima vista, la sua storia non sembra straordinaria. Milioni di persone costrette alla fuga in tutto il mondo cercano di ricostruire le proprie vite dopo conflitti e crisi.

«Ricominciare è stato spaventoso all’inizio», mi ha detto. «Arrivi in un posto nuovo e improvvisamente tutto ciò che ti era familiare scompare. Il lavoro ci ha aiutato a ritrovare un senso di stabilità».

Le sue parole mi sono rimaste impresse perché colgono un aspetto spesso assente dai dibattiti pubblici sui rifugiati: il lavoro non è solo una fonte di reddito. È un modo di riacquisire dignità, indipendenza e identità, dopo che la guerra, la violenza o le persecuzioni te ne hanno privato. E se ripristinare la dignità e l’indipendenza non fossero ragioni sufficienti per sostenere l’inclusione dei rifugiati nel mercato del lavoro, esiste un altro argomento altrettanto forte: l’economia.

La Moldova offre un esempio lampante. Un’analisi dell’UNHCR su uno studio supportato dal Joint Data Centre on Forced Displacement mostra sia il potenziale economico dell’integrazione lavorativa dei rifugiati nel Paese, sia il costo del suo mancato utilizzo. I rifugiati con un lavoro formale generano per lo Stato entrate circa sette volte superiori rispetto a chi rimane disoccupato o lavora nel settore informale. Solo nel settore industriale, consentire l’accesso al lavoro formale a soli 5.000 rifugiati in più potrebbe generare circa 30 milioni di dollari in entrate pubbliche annuali. Le opportunità sono ancora maggiori nei settori qualificati e dei servizi, dove una maggiore partecipazione al mercato del lavoro potrebbe tradursi in ritorni fiscali ancora più elevati.

I dati ci dicono che più dell’80% dei rifugiati ucraini in età lavorativa in Moldova ha precedenti esperienze professionali e circa tre quarti possiede qualifiche di istruzione superiore o professionale. Eppure, solo circa un terzo ha ottenuto un impiego retribuito, formale o informale, dal momento del proprio arrivo.

Questo non è causato da una mancanza di motivazione o di volontà, ma indica, piuttosto, quale sia il costo degli ostacoli all’accesso al mercato lavorativo che i rifugiati trovano nei Paesi ospitanti, tra cui barriere linguistiche, mancanza di servizi per l’infanzia, mancato riconoscimento delle qualifiche e norme che inavvertitamente escludono le persone dai servizi di supporto all’impiego. Questi ostacoli, che sono spesso considerati semplicemente amministrativi o tecnici, comportano in realtà un costo molto alto. Ogni barriera che impedisce a un rifugiato qualificato di lavorare, impedisce anche ai datori di lavoro di accedere ai talenti e ai governi di beneficiare di nuovi contribuenti.

Ciò è particolarmente rilevante in un momento in cui i governi e i donatori internazionali [...]

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