
Lontano dalla non-stop di opening ed eventi, tre artiste e altrettante occasioni per riflettere sul presente. Da scoprire passeggiando senza fretta fra i Giardini della Biennale e la Biblioteca Marciana.
Tra gli artisti italiani della generazione degli anni Novanta che stanno avendo maggior successo internazionale c’è Monia Ben Hamouda. Milanese di origini tunisine, 35 anni, negli ultimi quattro o cinque anni ha infilato una mostra dietro l’altra, soprattutto in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Asia, e si è aggiudicata il Maxxi Bulgari Prize 2024, premio biennale nato dalla collaborazione tra la maison gioielliera e il museo romano, per sostenere la creatività dei giovani artisti italiani. La maison l’ha scelta anche per l’avvio della sua partnership pluriennale con la Biennale di Venezia. Figlia di un calligrafo islamico, attinge alla sua eredità culturale, ma riflette anche sull’incontro e scontro tra culture diverse, le influenze reciproche, le incomprensioni e gli stereotipi. La sua creatività si traduce in grandi sculture, spesso sospese, costituite da lastre in acciaio tagliate al laser, che proiettano intorno la loro ombra, e da polvere di spezie come paprika, ibisco e cannella, colorate e profumate, che coinvolgono tutti i sensi. Altre volte sono blocchi di pietra che emergono dal suolo, per occupare l’intero spazio espositivo e saturarlo con forme, colori, odori, come nella mostra in corso presso lo spazio del collezionista Ivo Barth. Bulgari, tramite la sua Fondazione che ha fatto da curatore, l’ha invitata ad esporre sia nel giardino dell’hotel milanese sia a Venezia. Le installazioni hanno al centro il linguaggio: a Milano, l’opera Ya’aburnee (Untranslated Fragment I & II) è composta da frammenti di pietra sul terreno con la scritta You Bury Me, che rimanda alla connessione tra amore, morte e continuità. A Venezia, invece, l’artista è intervenuta all’interno delle Sale Monumentali della quattrocentesca Biblioteca Nazionale Marciana, progettata dal Sansovino, luogo di conservazione del sapere. Nel vestibolo, Monia Ben Hamouda ha realizzato due grandi neon luminosi, intitolati Fragments of Fire Worship, che mostrano segni indecifrabili e frammentari, rimandando a una scrittura che ha perso la propria funzione comunicativa per farsi gesto, traccia, cicatrice. Nella loro forma, ricordano due fiamme ed evocano la potenza distruttrice del fuoco, ma anche la sua capacità di illuminare e purificare. In un mondo attraversato dai conflitti e dominato dalla distruzione della memoria, la sua opera rappresenta una forma di resistenza e sopravvivenza. La visibilità dell’artista a livello internazionale è destinata a crescere ulteriormente: l’anno prossimo sono in programma due personali, una presso Kanal – Centre Pompidou a Bruxelles e l’altra da Gasworks a Londra; inoltre, le sue opere saranno incluse in mostre collettive alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e alla Centrale Fies, vicino a Trento. Sul mercato è rappresentata dalla galleria di Berlino ChertLüdde, dove i disegni partono da 2mila euro, mentre pitture e sculture dai 12mila euro in su. Collabora, inoltre, con Selma Feriani.
Sempre alla Biblioteca Marciana, Fondazione Bulgari cura un altro intervento di un’artista italiana, questa volta di un’altra generazione, Lara Favaretto. Classe 1973, di base a Torino, già piuttosto nota sia in Italia sia all’estero (è rappresentata da Franco Noero e sono iconici i suoi cubi fatti di coriandoli: effimere sculture minimaliste, esposte anche ad Art Basel Unlimited qualche anno fa e vendute a 220mila euro). Nel Salone Sansovino, l’artista presenta la settima e ultima edizione di Momentary Monument – The Library, già mostrata in occasioni di rilievo come documenta 13. Alla base, l’idea di riattivare il libro come infrastruttura epistemica e spazio critico di verifica e trasmissione.
Ai Giardini, invece, nello Spazio Esedra, è ospitata un’artista internazionale, Lotus L. Kang, classe 1985, canadese di origini coreane, nata a Toronto e ora di base a New York. Anche nel suo caso, il tempo non lineare, la memoria, l’eredità, sono al centro dell’opera. La nuova commissione, intitolata The face of desire is loss, è un’installazione immersiva fatta di pellicole nude – l’artista le chiama skins – che pendono dal soffitto e circondano il padiglione, rispondendo alla luce e all’umidità per tutta la durata della Biennale. Il titolo è ispirato ad una frase tratta dal libro Thresholes della poetessa e scrittrice Lara Mimosa Montes, in cui si parla di assenza, morte e perdita. «Ho sempre pensato al mio lavoro come site-responsive piuttosto che site-specific», spiega l’artista. «Non è ancorato a un unico luogo, ma continua a mutare in dialogo con l’ambiente. Le opere conservano tracce di diversi paesaggi, che si tratti del mio studio, della serra o delle piane di marea in Corea del Sud riprese nella pellicola da 35 millimetri. Poiché le opere non sono fissate, continuano ad accumulare tracce di ogni contesto, e il lavoro si costruisce nel tempo». Il 2026 è stato un anno importante per Lotus L. Kang, non solo per la collaborazione con Bulgari in Biennale, che le ha assicurato grande visibilità, ma anche per essere stata inclusa nella shortlist del prestigioso Sobey Art Award, il premio di riferimento per l’arte canadese. Inoltre, durante la Singapore Art Week 2026, due sue opere sono state acquisite per la collezione permanente del Singapore Art Museum dalla galleria di Los Angeles Commonwealth and Council. Da quando ha iniziato a esporre, intorno al 2013, ha avuto un rapido successo sia a livello di critica sia di mostre istituzionali (ora ne ha in corso una al Frye Art Museum di Seattle). Anche il mercato ha mostrato di apprezzarla e lo dimostrano le tante gallerie che oggi la rappresentano, dalla canadese Franz Kaka alla coreana Kukje Gallery, dalla berlinese Esther Schipper alla newyorkese 52 Walker, ma non c’è disclosure sui prezzi.
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