RoBee, dal lavoro in fabbrica alla terapia «senza giudizio» in ospedale: ecco l’umanoide di Oversonic

La società benefit a breve metterà a disposizione dei robot per aziende sanitarie

Per Oversonic non sono umanoidi, ma macchine: sistemi di automazione sofisticati e specializzati. La macchina generalista, capace di fare tutto, per ora resta un’idea da film, e l’ingresso nelle case è lontano. La realtà brianzola, fondata nel 2020 e dal 2022 società benefit, costruisce il suo RoBee attorno a tre requisiti: sicurezza, anche informatica, autonomia operativa senza teleguida e un’affidabilità di livello industriale.

La scelta è stata netta fin dall’inizio: industria anziché intrattenimento. Gli umanoidi che ballano o corrono sono piccoli e leggeri: per le macchine con i piedi non esistono norme di sicurezza specifiche, e con dimensioni ridotte una caduta fa pochi danni. Ma proprio per questo non hanno l’affidabilità né l’autonomia per reggere un turno di lavoro.

RoBee segue invece le regole dell’automazione industriale: la direttiva macchine, che da gennaio 2027 diventerà regolamento, e la certificazione come macchina collaborativa, l’ultima ottenuta con il Fraunhofer di Stoccarda. In vendita dal 2024 a 140mila euro, lavora negli stabilimenti di STMicroelectronics, da luglio anche socia, dove sposta materiali tra le macchine e prepara i kit per gli operatori. Tutto on premise: i grandi clienti non accettano che i dati del robot finiscano in cloud.

Un terreno su cui l’azienda insiste molto la sanità. Alla Fondazione Santa Lucia di Roma, istituto specializzato in neuroscienze, RoBee ha lavorato per 28 mesi con pazienti colpiti da ictus o Parkinson. Non fa fisioterapia: affianca il paziente uno a uno in esercizi cognitivi, associando parole, immagini e colori, e in esercizi motori, calibrando l’intensità sulla sua risposta.

Il problema da risolvere è concreto. Le lesioni cerebrali richiederebbero una terapia continua, che invece oggi dipende dagli operatori disponibili e nel fine settimana spesso si ferma. L’obiettivo della sperimentazione era dimostrare che, con più terapia, si può curare meglio e più in fretta.

È emerso anche un effetto inatteso. Con il robot non c’è il terapista che piace e quello che piace meno: «La macchina è molto neutra», spiega l’amministratore delegato Paolo Denti, e toglie dal percorso la componente di «giudizio e di vergogna». Un risultato che l’azienda non aveva messo in conto: l’obiettivo era che il robot fosse utile quanto un operatore.

La versione sanitaria, grande circa un terzo di quella industriale, non è ancora in vendita: è in corso la certificazione come supporto terapeutico e il prezzo previsto è intorno ai 120mila euro.

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