San Francesco e l’economia: semi di responsabilità sociale e fiscale

Il Santo non ha parlato di fisco, ma il suo insegnamento ha influenzato la riflessione economica e sociale moderna

San Francesco non ha parlato di fisco. Né avrebbe potuto farlo nei termini nei quali oggi intendiamo il fenomeno tributario, che, soprattutto nella sua dimensione moderna, presuppone assetti istituzionali, funzioni pubbliche e meccanismi di redistribuzione della ricchezza evidentemente estranei alla società del XIII secolo.

Eppure, nell’ottavo centenario della sua morte, tra i molti profili che testimoniano la straordinaria modernità del Santo di Assisi, ve ne è uno che interessa la fiscalità.

Il collegamento passa dall’economia e, più precisamente, dal modo di concepire la ricchezza.

Come evidenziato in letteratura (da ultimo, tra gli altri, S. Ionta e P. Santori, L’economia di San Francesco. La profezia del poverello d’Assisi e le sfide del presente, Edizioni Città Nuova, 2026), Francesco e la tradizione francescana hanno offerto importanti contributi a quella riflessione sui fenomeni economici che, secoli più tardi, avrebbe trovato sistematizzazione nella scienza economica (e a questo proposito si è anche parlato di una sorta di eterogenesi dei fini, L. Bruni).

In questa prospettiva, è stato efficacemente rilevato il “paradosso” che accompagna l’esperienza francescana: un carisma che – nel porre al centro “sorella povertà” e il distacco materiale dai beni – diviene, attraverso la successiva elaborazione francescana, una vera e propria scuola economica, dalla quale sarebbero emersi alcuni dei presupposti del moderno spirito dell’economia di mercato (L. Bruni, A. Smerilli, Benedetta economia, Edizioni Città Nuova, 2009).

È significativo, ad esempio, che nell’ambito della riflessione francescana del secondo Duecento trovi progressivamente spazio l’idea della “scarsità”, quale elemento rilevante nella determinazione del valore dei beni: un’intuizione destinata ad assumere, molti secoli più tardi, un ruolo centrale nell’elaborazione economica moderna (G. Todeschini, Ricchezza Francescana, il Mulino, 2004) – anche se non mancano prospettive opposte, di carattere economico e metastorico (A. Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, Einaudi, 2026).

Uno degli aspetti più significativi di tale contributo riguarda il modo di concepire il rapporto con i beni e con la ricchezza.

L’esperienza di Francesco ha contribuito ad affermare una visione nella quale il possesso e l’impiego dei beni non rilevano soltanto nella sfera individuale, ma anche in rapporto alle esigenze della comunità. La ricchezza assume, così, una dimensione sociale, nella misura in cui il suo impiego produce effetti che trascendono la posizione di chi ne dispone.

La fraternità, l’attenzione agli ultimi e la cura del Creato costituiscono, in questa prospettiva, espressioni diverse di una medesima impostazione. Il rapporto con i beni implica una responsabilità che supera l’interesse di chi ne dispone, e che, secondo categorie proprie della riflessione contemporanea, può essere proiettata anche nel tempo, considerando le conseguenze che le scelte economiche della generazione presente producono su quelle future.

È su questo terreno che San Francesco ha gettato alcuni semi dei quali la successiva elaborazione della dottrina sociale della Chiesa avrebbe fatto tesoro, e che, attraverso tale sviluppo, interessano oggi profondamente la fiscalità.

È soprattutto nel Magistero più recente che questa eredità assume una specifica rilevanza sul piano tributario.

Papa Francesco ha riservato ai temi fiscali un’attenzione – come già osservato su queste colonne – senza pari, collocandoli nel più ampio quadro della solidarietà, della giustizia sociale, della tutela dell’ambiente e del bene comune.

In linea con tale prospettiva, il tributo non deve assolvere alla sola funzione di procurare le risorse necessarie alla copertura delle spese pubbliche, ma può e deve concorrere alla redistribuzione della ricchezza, alla correzione degli squilibri economici e sociali e all’orientamento dei comportamenti verso finalità di interesse generale.

Non a caso, nel noto discorso del 2022 a una delegazione dell’Agenzia delle Entrate, Papa Francesco affermava che «il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune».

Tale impostazione emerge con particolare evidenza in due ambiti.

Da un lato, nella critica ai paradisi fiscali, e all’evasione in generale, anche in ragione degli effetti che la sottrazione di risorse alla potestà impositiva degli Stati produce sul finanziamento dei servizi pubblici e sull’equa distribuzione degli oneri. Dall’altro, nella tutela dell’ambiente: nella Laudato sì, la “cura della casa comune” porta in primo piano la responsabilità per le conseguenze delle scelte economiche sull’ambiente e sulle generazioni future, rispetto alle quali la leva tributaria può concorrere a orientare i comportamenti.

Fiscalità internazionale e fiscalità ambientale costituiscono così manifestazioni diverse di un medesimo principio: le decisioni relative alla produzione, alla disponibilità e all’impiego della ricchezza producono conseguenze che trascendono la posizione del singolo e investono la collettività, anche nella sua proiezione intergenerazionale.

È su questo piano che va individuato il collegamento con San Francesco: non tanto nell’anticipazione di soluzioni proprie della fiscalità contemporanea, quanto nell’idea che il rapporto con i beni e con la ricchezza implichi una responsabilità che va oltre la dimensione individuale e si estende alla comunità.

Letta in questa chiave, la funzione extrafiscale del tributo acquista una precisa collocazione: oltre ad assicurare il gettito necessario al finanziamento delle spese pubbliche, la fiscalità può e deve concorrere, nel rispetto dei principi e dei limiti costituzionali, al perseguimento di finalità economiche, sociali e ambientali.

Nel magistero di Leone XIV questa impostazione ha trovato immediatamente ulteriore sviluppo. La Magnifica Humanitas, di fronte alle trasformazioni determinate dall’innovazione tecnologica, e alle nuove forme di concentrazione della ricchezza e del potere economico, richiama espressamente la fiscalità, insieme alle protezioni sociali e alle politiche industriali, tra gli strumenti attraverso i quali intervenire sugli squilibri generati da tali processi.

Pur nella radicale diversità dei contesti storici, emerge così una continuità nell’interrogativo di fondo sul rapporto tra economia, ricchezza e bene comune.

Ottocento anni dopo, sarebbe ovviamente improprio attribuire a San Francesco un pensiero fiscale che non ebbe e che non avrebbe potuto avere. È però possibile riconoscere come alcuni principi riconducibili alla sua esperienza siano stati progressivamente sviluppati dalla dottrina sociale della Chiesa, sino ad assumere, nel Magistero più recente, una specifica rilevanza anche sul terreno tributario.

Nella straordinarietà del Santo di cui celebriamo gli ottocento anni, anche l’economia e, indirettamente, il fisco restituiscono così la misura della modernità del suo insegnamento: San Francesco non parlò di tributi, ma gettò semi dei quali, a distanza di otto secoli, continuiamo a raccogliere i frutti.

Preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza

Professore Ordinario di Diritto Tributario

Università Cattolica del Sacro Cuore

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