Sanchez sfida le destre: Spagna al voto anticipato

Dopo la bocciatura sul piano casa, il premier socialista convoca le elezioni cavalcando le proteste di piazza: «Serve una maggioranza progressista per nuovi progressi sociali»

Per Pedro Sanchez è la sfida più difficile della sua avventura politica. Il premier spagnolo ha deciso di indire elezioni anticipate per il 29 novembre e sfidare così la destra. Ancora una volta, non sembra avere alcuna possibilità di sopravvivere a un voto per il quale i sondaggi lo danno in forte svantaggio, ma Sanchez ha già dimostrato di sapere resistere e rinascere quando viene dato per finito: è accaduto quando ha fatto fuori la vecchia guardia socialista che lo voleva estromettere dal partito; ma anche nel 2018 quando, con una mozione di sfiducia senza precedenti, è subentrato in corsa al governo del conservatore Mariano Rajoy che sembrava invincibile; e da ultimo nelle elezioni del 2023 quando ha vinto la scommessa anche con i suoi alleati, tornando alla Moncloa, seppure senza arrivare alla maggioranza in Parlamento, mettendo d’accordo sinistra e indipendentisti di ogni regione spagnola.

La sfida di Sanchez è di nuovo contro la destra, contro il Partito popolare di Alberto Nunez Feijoo e contro gli estremisti xenofobi di Vox capeggiati da Santiago Abascal. Sono stati loro (assieme al tradimento di Junts, i separatisti conservatori della Catalogna), a bocciare in Parlamento il piano sulla casa predisposto dal governo delle sinistre. Ed è cavalcando le proteste di piazza sull’emergenza abitativa che il premier – assieme alla sinistra di Sumar e Podemos – cercherà di recuperare lo svantaggio: i sondaggi vedono un testa a testa, come primo partito, tra Socialisti e Popolari intorno al 30%, ma assegnano solo a una coalizione di destra la possibilità di raggiungere la maggioranza in Parlamento.

«Dobbiamo mobilitarci e ottenere una maggioranza progressista molto più ampia in Parlamento, che ci consenta di superare gli interessi costituiti, realizzare nuovi progressi sociali e continuare a trasformare la Spagna», ha dichiarato Sanchez ieri. Da settimane le manifestazioni stanno crescendo in tutta la Spagna per chiedere abitazioni più accessibili: la signora Maricarmen Abascal, 87 anni, costretta con la forza a lasciare l’appartamento nel quale viveva da anni a Madrid è diventata il simbolo di una mobilitazione che sta coinvolgendo centinaia di migliaia di persone.

La sinistra ha risposto, assecondando la piazza con due provvedimenti che prevedevano il divieto di sfratto per gli inquilini vulnerabili fino al 2030; il rinnovo automatico dei contratti di affitto esistenti; restrizioni per gli affitti a breve termine; e fortissime limitazioni per l’acquisto di immobili residenziali da parte di investitori che il governo ha definito fondos buitre, fondi avvoltoio.

Ma in Parlamento, venerdì scorso, il piano per la casa del governo di minoranza è stato respinto. E ora per Sanchez è fin troppo facile sfruttare le proteste attaccando la destra. «Se la sinistra vuole recuperare terreno, deve parlare di casa, diritti sociali e welfare. Solo così potrà mobilitare quel milione e mezzo di elettori che nel 2023 hanno votato per il Partito socialista ma che ora dichiarano di non volerlo più fare o si dicono incerti», spiega Cristina Monge, politologa dell’Università Complutense di Madrid. «Se il dibattito – aggiunge – si concentrerà su Ceuta, immigrazione, sicurezza o corruzione, per Sanchez sarà molto difficile risalire la china».

L’emergenza casa è anche una responsabilità di Sanchez, lui stesso ha affermato di avere fatto «molti sbagli» in questi otto anni di governo, ma il leader socialista può anche rivendicare di avere portato l’economia spagnola a crescere come nessun’altra nell’Eurozona: nel 2024 il Pil è aumentato del 3,2%, nel 2025 del 2,8%, e quest’anno – secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale – dovrebbe segnare un incremento di almeno il 2,1%. E nel frattempo il governo di Madrid è riuscito a tenere sotto controllo i conti pubblici, oltre a ridurre la disoccupazione intorno al 10%, quasi un record per il paese iberico.

«È arrivato il momento – ha detto Sanchez – in cui voi spagnoli e spagnole decidiate che futuro volete per voi e per il vostro paese, se volete unirvi all’ondata di estrema destra che regredisce ovunque governa, o se volete che la Spagna continui ad essere un baluardo di apertura e giustizia sociale, se volete che il Paese retroceda o continui ad avanzare».

Per sostenere la crescita economica Sanchez ha puntato sulla spesa pubblica e sui fondi europei. Ma anche su politiche divergenti rispetto a quelle delle altre economie avanzate. La riforma del lavoro per dare stabilità ai contratti precari. E soprattutto l’apertura del Paese alle forze fresche degli immigrati, al lavoro nella ristorazione e in tutti i servizi legati al turismo: l’ultima sanatoria ne sta per regolarizzare 1,2 milioni.

Ma dopo le vicende di Ceuta e lo scontro in Europa sui flussi migratori, Sanchez – già sfiorato da un paio di scandali di corruzione – sta subendo gli attacchi della destra sulle tensioni sociali e sulla sicurezza. «La destra cercherà di trasformare il voto in un plebiscito su Sanchez e su temi come l’immigrazione, per mobilitare l’elettorato», ha affermato in un’intervista Pablo Simon, politologo dell’Università Carlos III di Madrid.

I sondaggi già assegnano la vittoria elettorale alla coalizione formata da Popolari e Vox. Ma Sanchez ci ha già sorpreso più volte, quando sembra ormai sconfitto.

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