
Mazzola, scomparso all’età di 83 anni, insieme a Gianni Rivera è stato uno dei calciatori più forti espressi dal calcio italiano
Sarà una coincidenza, però… Sandro Mazzola, il più famoso “baffo” del calcio italiano, ci lascia proprio nel giorno in cui lo stadio di San Siro compie 100 anni. Certo, sarà una coincidenza ma non si può pensare che l’uno non sia indissolubilmente legato all’altro. Sono entrambi due simboli, due protagonisti di una Milano che raggiunse il suo apice in quegli ormai mitici Sessanta dove l’Inter di Mazzola, quella della preghiera laica (“Sarti-Burgnich-Facchetti-Bedin-Guarneri-Picchi…”) veniva recitata come il Padre Nostro durante la messa.
Da tempo, Sandrino, 84 anni l’otto novembre, non stava bene. Lo si sapeva, la fine lo braccava. Ma si sperava che con una delle sue “serpentine” il Baffo sarebbe riuscito a sfuggirle come aveva fatto a Budapest nel 1966 contro il Vasas saltando in dribbling cinque avversari, portiere compreso. Una rete straordinaria perché sembrava che Mazzola si divertisse ad allungarla all’’infinito. E forza, “mettila dentro”, gridavano tutti appesi a quella magia indimenticabile.
Alla fine segnò, ma più che il gol rimase scolpita nella memoria quella magnifica serpentina, simbolo di un calcio in bianconero che è difficile spiegare a chi non l’ha vissuto. Adesso certo ci sono i dribbling di Yamal, gli scatti di Mbappè, i funambolismi di Messi. Ma quel gol di Mazzola, in anni in cui l’Italia stava assaporando la rinascita dopo i disastri del fascismo e della guerra, era qualcosa di più. Era il segno che ce l’avevamo fatta, che eravamo tornati a farci valere, che nel mondo contavamo ancora qualcosa.
Sandro Mazzola, come Gianni Rivera, leader della Milano Rossonera, è stato uno dei calciatori più forti espressi dal calcio italiano di quel periodo. Due capitani, quasi legati da un filo invisibile, rappresentanti di quella Milano effervescente e irripetibile dei derby tra Inter e Milan cantata da Adriano Celentano (“Eravamo in centomila alo stadio quel dì”) di cui ancora adesso, per qualche prodigio del tempo, se ne avverte il suo vitalissimo splendore.
Straordinario di Mazzola è il suo curriculum: con l’Inter di Helenio Herrera conquistò 4 scudetti, , due Coppe dei Campioni, e 2 Intercontinentali. Con la Nazionale Italiana giocò 70 partite segnando 22 reti. Nel 1968 fu campione europeo e nel 1970 vice campione del mondo quando perse in Messico per 4-1 con il Brasile di Pelè dopo aver battuto, nella celebratissima semifinale, la Germania per 4-3.
E qui siamo al cuore della rivalità con Rivera, alla famosa staffetta tra i due fuoriclasse che spaccò in due il Paese. “Una cosa che poteva succedere solo in Italia” dirà poi Mazzola. L’acme della polemica arriverà proprio nella finale con il Brasile quando, sul 4-1, Valcareggi fa entrare Rivera negli ultimi sei minuti. Una follia inspiegabile. “Quando Valcareggi mi disse di uscire per sostituirlo, io mi rifiutai, sarebbe stata una vigliaccata… “disse poi Sandro. “Fu Boninsegna, strizzandomi l’occhio, ad accettare il cambio al posto mio…. Io con Rivera non ho avuto mai problemi. Eravamo diversi ma amici, ma hanno fatto di tutto per metterci contro…”
Anni formidabili. Colpisce, riguardando la biografia di Mazzola, ma anche quella di Rivera, come Sandro fosse già nato “pronto”, quasi subito gettato nella mischia. Ora prima che un giovane maturi, deve superare mille esami, mille giudizi e pregiudizi. Con loro è stato tutto molto rapido, nonostante una gavetta non facile, soprattutto per Sandro che si portava addosso un cognome – Mazzola – non certo leggero.
Sandro era un predestinato speciale: figlio d’arte di papà Valentino, capitano del Grande Torino, vittima della tragedia di Superga (4 maggio 1949) in cui persero la vita tutti i giocatori granata tornando da una trasferta in Portogallo. Un temporale, con un fortissimo vento, fece schiantare l’aereo sulla collina torinese. Erano in 31 e nessuno si salvò. Uno choc collettivo, una tragedia nazionale, mai completamente elaborata.
Alessandro Mazzola, detto Sandrino, era la mascotte di quella indimenticabile squadra. Una squadra di giganti. Sandrino entrava al Filadelfia tenendo stretta la mano di Papà Valentino E i suoi primi gol li segnò a Valerio Bacigalupo, il portiere granata che, per farlo contento, si buttava dalla parte opposta a quella dove tirava quel marmocchio magro come un filo d’erba che non smetteva mai di correre.
Scomparso papà Valentino, la Provvidenza gli regala un secondo papà. È Benito Lorenzi, indomabile attaccante interista detto “veleno” perché in caso non le mandava a dire. “Sì, ma fuori dal calcio era una bravissima persona. Era molto religioso” diceva Sandro. “Era convinto che prendendosi cura di due orfanelli, io e mio fratello Ferruccio, Dio lo avrebbe ricompensato.
E così, grazie a Lorenzi, Mazzola entra all’Inter. Deve però superare molte diffidenze. È alto e magro, più adatto al basket che al calcio. Ma la passione e il ricordo del papà sono troppo forti. E nelle giovanili può contare su due maestri importanti, Giovaniino Ferrari e l’indimenticabile Giuseppe Meazza, cui fu poi intitolato lo stadio di San Siro. Un maestro severo, Meazza. Una volta lo sgridò di brutto perché Sandrino in campo aveva alzato la voce contro un suo compagno. “Ohei ti, pastina! Ho vinto due Mondiali e non ho mai sognato di fare il pistola. Se ti becco un’altra volta a criticare un compagno, col balùn tu ci fai una croce”.
Invece, nessuna croce, anzi. Il 10 giugno 1961 Mazzola Junior debutta contro la Juventus. Ma il presidente Angelo Moratti, per protestare contro lo scudetto dei bianconeri “pilotato” dalla Federcalcio di Umberto Agnelli, ordina a Halenio Herrera, il leggendario HH, di far giocare la squadra dei ragazzi nella partita di recupero. E contro la Juve di Omar Sivori, finisce 9-1 per i bianconeri. Ma indovinate chi segna su rigore l’unica rete interista? Mazzola naturalmente. Il suo primo gol ufficiale.
Comincia da qui la lunghissima carriera di Sandro Mazzola, classe 1942, detto il “Baffo”. Sempre nell’Inter giocherà fino al 3 luglio 1977 con uno score di 417 presenze e 116 gol. Attaccante guizzante, poi arretrato a centrocampo, viene ricordato per il gol più veloce in un derby. Domenica 24 febbraio 1963, Milan e Inter sono in lotta per lo scudetto. Mazzola con un destro imparabile batte Buffon. Sono passati solo 13 secondi. Indimenticabile anche la doppietta contro il Real Madrid nel 1964 nella finale di Coppa dei Campioni al Prater di Vienna. Finisce 3-1 per i nerazzurri e il grande Ferenc Puskàs, uscendo, lo abbraccia: “Bravo! Hai giocato come tuo padre, un fuoriclasse, si vede che sei suo figlio”.
Mazzola non è stato solo un grande calciatore. Come Rivera – e qui continua la staffetta – è stato un ottimo dirigente, quasi sempre all’Inter: prima dal 1977 al 1984. Dopo dal 1995 al 1999 con Massimo Moratti. Anche in questo caso, come in tutte le famiglie, c’è stato un litigio.
“In una trasmissione televisiva, il giornalista Giorgio Tosatti, criticò Moratti per non aver preso Capello come allenatore. Io per non alimentare la polemica, feci finta di nulla. Moratti però non gradì. Disse che non l’avevo difeso. E fu l’inizio della fine…” racconterà lo stesso Mazzola al collega Gianni Mura.
Il tempo passa, consuma tutto, a volte anche i ricordi più belli. Mazzola fece poi il commentatore, di nuovo il dirigente al Genoa e al Torino, rimanendo anche poi sempre legato al mondo del calcio. Di cui però non gli piacevano più certi estremismi, certe esagerazioni, i troppi soldi che girano. Ci sarebbe molto da dire ma non è questo il momento. Era rimasto uno della vecchia guardia, di quell’Inter di cui, come custodi della memoria, rimangono solo Domenghini, Guarneri e Bedin. Salutando Mazzola, non si può non pensare ancora allo stadio di San Siro, alle sue luci, ai suoi trionfi, al suo essere stato testimone di 100 anni di sogni ed emozioni. Anche se nel mondo – perdonate la licenza – San Siro è famoso come il Duomo, presto verrà demolito. E per Sandro sarà come morire un’altra volta.

