
Per il presidente di Confcommercio la crescita del Pil quest’anno può superare l’1%, nonostante le turbolenze, l’economia italiana continua a mostrare segnali di vitalità
In un contesto internazionale di «estrema difficoltà» la nostra economia «sta mostrando una forte capacità di tenuta e gode di buona salute: i consumi sono ripartiti ed hanno superato i livelli precovid, la crescita del Pil quest’anno può superare l’1%», e dalla trattativa sulla rappresentanza e contrattazione tra le parti sociali «potranno arrivare le risposte attese in tema di salari e contrasto al dumping contrattuale».
Nel colloquio con il Sole 24 ore, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, non nasconde le preoccupazioni legate alle incognite legate alla geopolitica e ai conflitti in corso, con le possibili ricadute sull’inflazione, in corrispondenza della ripresa autunnale. Ma nonostante le turbolenze, «l’economia italiana continua a mostrare segnali di vitalità» sostiene citando la stima preliminare del Pil nel secondo trimestre del +0,2% e il contributo della domanda interna.
La spesa reale pro capite negli ultimi anni ha segnato un graduale recupero, superando i livelli pre covid nella seconda metà del 2026, passando da 19.877 euro del 1995, a 22.097 euro del 2019 per attestarsi a 23.261 euro nel 2026. Un recupero favorito dal buon andamento di occupazione e redditi: «La crescita procede con continuità grazie alla domanda interna, al turismo, ai servizi e a un mercato del lavoro che resta sui livelli più elevati di sempre – commenta Sangalli-. Sulle stime di crescita siamo stati i primi a sostenere una variazione del Pil dello 0,9%, che in questi giorni è stata certificata dall’Istat. Prudenzialmente, possiamo immaginare di arrivare anche all’1,1%, mentre per i consumi la stima è di un +1,2%. Non è ancora il ritmo di cui il Paese avrebbe bisogno, ma è un buon risultato. Ora bisogna trasformare questa resilienza in una crescita più robusta e duratura».
Come riuscirci? Servono «meno tasse sul lavoro e sulle imprese, meno burocrazia, energia a costi competitivi e più investimenti. Soprattutto», occorre che le politiche economiche «riconoscano pienamente il valore del terziario di mercato che continua ad essere il principale motore dell’occupazione e della domanda interna: rafforzarlo significa rafforzare l’intero sistema economico».
La novità è rappresentata dall’avvio lo scorso 29 luglio del tavolo tra associazioni datoriali e sindacati per arrivare ad un accordo quadro tra le parti sociali sulla rappresentanza e sugli assetti della contrattazione collettiva, dopo che il governo ha rinunciato ad esercitare la delega su questi temi, propri per dare tempo ad aziende e sindacati, nella loro autonomia, di raggiungere un’intesa complessiva. «Il dato più rilevante non è stato soltanto l’avvio del confronto, bensì la decisione condivisa di definire un percorso e un calendario di lavoro – aggiunge Sangalli-. E questo è un buon presupposto per arrivare entro settembre, o comunque entro l’autunno, ad un accordo quadro per avviare la stagione dei rinnovi contrattuali con regole certe e condivise. È un obiettivo certamente ambizioso che dobbiamo affrontare con un supplemento di responsabilità. Il Governo ci ha consentito di lavorare in questa direzione rispettando l’autonomia dei corpi intermedi».
Raggiungere questo obiettivo per Sangalli produrrebbe due risultati di grande rilievo: «il primo è rafforzare il ruolo e l’autonomia delle rappresentanze di impresa e dei sindacati, dimostrando che restano gli attori insostituibili nella regolazione del mercato del lavoro. Il secondo è affermare definitivamente il principio del trattamento economico complessivo. Il giusto salario non è soltanto una paga oraria, ma comprende welfare, assistenza sanitaria, previdenza complementare, formazione, flessibilità organizzativa. Tutte quelle tutele che solo la buona contrattazione collettiva delle organizzazioni comparativamente più rappresentative è in grado di costruire».
Il tavolo è stato preceduto dall’accordo del 10 luglio tra le quattordici organizzazioni datoriali sui principi di misurazione della rappresentanza datoriale. «È un passaggio storico – continua Sangalli-. Per la prima volta il mondo delle imprese ha scelto di darsi regole comuni per misurare la rappresentanza e individuare con criteri oggettivi quali siano i contratti realmente espressione delle categorie che rappresentano. È una scelta di responsabilità che rafforza la credibilità delle relazioni sindacali e offre maggiore trasparenza al sistema. Il messaggio è chiaro: la qualità della contrattazione non si improvvisa. Si costruisce con organizzazioni che hanno storia, rappresentatività, capacità negoziale e responsabilità. Così si tutela il lavoro garantendo una concorrenza corretta tra le imprese».
L’accordo tra le parti sarà un «importante strumento» contro il dumping contrattuale, una piaga che «penalizza tutti: i lavoratori, con salari fino a 8mila euro l’anno più bassi e meno tutele, le imprese corrette, esposte alla concorrenza sleale, e lo Stato, con un mancato gettito contributivo e fiscale di circa 560 milioni di euro l’anno», conclude Sangalli.
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