Scuola e integrazione, dall’Italia alla Svezia: come l’Europa affronta la sfida degli studenti stranieri

Dal tetto agli studenti stranieri proposto dal governo Meloni alle classi linguistiche della Germania, fino ai modelli adottati in Francia, Spagna e Paesi nordici: ecco come i sistemi scolastici europei affrontano la sfida dell’integrazione degli alunni con background migratorio

Dalle classi preparatorie per i nuovi arrivati in Germania e Svezia ai rigidi principi di laicità francesi, passando per i programmi linguistici introdotti in Polonia dopo l’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati ucraini. In tutta Europa governi e sistemi scolastici stanno cercando di rispondere alla stessa domanda: come integrare un numero crescente di studenti provenienti da contesti linguistici e culturali diversi senza creare segregazione o compromettere l’apprendimento.

È in questo contesto che si inserisce la nuova iniziativa annunciata dal governo italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha anticipato un pacchetto di misure che comprende un limite alla presenza di studenti stranieri nelle classi, il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici e corsi obbligatori di lingua italiana per i genitori degli alunni che presentano particolari difficoltà di integrazione. Secondo la premier, quando gli studenti che non conoscono l’italiano diventano troppo numerosi nella stessa aula il rischio è quello di creare emarginazione anziché inclusione.

La proposta arriva mentre gli studenti con cittadinanza non italiana rappresentano circa l’11,6% della popolazione scolastica nazionale – secondo i dati elaborati dalla Fondazione Ismu su fonte Istat e relativi all’anno scolastico 2024/2025 – e riporta al centro del dibattito una questione che attraversa gran parte del continente: trovare un equilibrio tra integrazione linguistica, inclusione sociale e coesione delle comunità scolastiche.

L’idea di fissare una quota massima di studenti stranieri non è del tutto nuova. In Italia esiste già da anni una circolare ministeriale che indica come obiettivo il limite del 30% degli alunni con cittadinanza non italiana per classe, ma la misura è rimasta largamente inapplicata nelle aree con una forte presenza migratoria. Lo stesso presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, ha definito la proposta «condivisibile» sul piano didattico ma difficile da realizzare nella pratica, soprattutto nelle scuole di quartieri dove la popolazione straniera è particolarmente numerosa.

In Francia non esistono quote o tetti per gli studenti stranieri. Il diritto all’istruzione è garantito a tutti i minori indipendentemente dalla nazionalità o dalla conoscenza della lingua francese. Gli studenti appena arrivati vengono inseriti nel programma EANA, che prevede un supporto linguistico intensivo con l’obiettivo di integrarli rapidamente nelle classi ordinarie.

Il dibattito francese si concentra soprattutto sul principio della laïcité, uno dei pilastri dell’ordinamento repubblicano. Dal 2004 una legge vieta nelle scuole pubbliche il porto di simboli religiosi considerati “ostentati”, inclusi il velo islamico, la kippah e le croci di grandi dimensioni, pur consentendo segni religiosi discreti. L’obiettivo dichiarato è garantire la neutralità dello spazio scolastico e preservare l’uguaglianza tra gli studenti.

La Germania non prevede limiti nazionali alla presenza di studenti stranieri nelle classi. L’accento viene posto piuttosto sull’acquisizione rapida della lingua. In molti Länder gli studenti appena arrivati frequentano per uno o due anni classi preparatorie (“Deutschklassen”) con insegnamento intensivo del tedesco prima del pieno inserimento nei percorsi ordinari. In Baviera, ad esempio, esistono programmi specifici che combinano corsi linguistici aggiuntivi e classi dedicate ai nuovi arrivati. Anche città come Stoccarda hanno sviluppato sistemi di orientamento scolastico che valutano competenze linguistiche e bisogni individuali prima dell’inserimento nelle classi ordinarie.

La Spagna non applica quote nazionali sugli studenti stranieri. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla distribuzione degli alunni tra scuole pubbliche e concertadas (scuole private finanziate in gran parte con fondi pubblici) e sulla necessità di evitare concentrazioni eccessive in alcuni istituti. Le Comunità autonome gestiscono programmi di accoglienza linguistica e accompagnamento per gli studenti di recente immigrazione, con particolare attenzione alle aree che registrano i maggiori flussi migratori.

In Polonia non esistono limiti numerici né restrizioni sull’abbigliamento religioso. Dopo il 2022 il sistema scolastico ha assorbito centinaia di migliaia di studenti provenienti dall’Ucraina. Oggi circa 332 mila cittadini stranieri frequentano scuole e istituti educativi polacchi, e oltre l’86% proviene dall’Ucraina.

Il problema principale non è la distribuzione nelle classi, ma la qualità dell’integrazione linguistica e scolastica: esperti e insegnanti denunciano la scarsità di classi preparatorie e di corsi di lingua polacca dedicati.

Nei Paesi nordici il focus è quasi esclusivamente sull’apprendimento della lingua. In Svezia gli studenti appena arrivati vengono sottoposti a una valutazione iniziale delle competenze e possono essere inseriti in programmi di “language introduction”, percorsi dedicati all’apprendimento dello svedese che facilitano il successivo ingresso nelle classi ordinarie. Le autorità scolastiche prevedono inoltre valutazioni individuali e piani personalizzati per ciascun nuovo studente.

Anche nei sistemi educativi di Danimarca e Norvegia prevale un approccio fondato sul sostegno linguistico intensivo e sull’inserimento graduale nelle classi ordinarie, più che su limiti numerici alla presenza di studenti stranieri.

La Repubblica Ceca non prevede quote e vieta la creazione di classi separate permanenti per motivi etnici o nazionali. Gli studenti che non parlano ceco hanno diritto a corsi intensivi di lingua finanziati dallo Stato e possono essere affiancati da assistenti linguistici o mediatori culturali.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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