
Dalle classi speciali tedesche alla “full immersion” britannica, i modelli adottati dagli altri paesi occidentali sono numerosi
Davanti alla platea di Gioventù nazionale, la premier Giorgia Meloni ha annunciato l’imminente arrivo di un provvedimento che metterà un tetto al numero di alunni stranieri nelle classi. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha precisato che il criterio sarà «puramente linguistico» e ha assicurato che il decreto non disarticolerà le classi, ma la misura continua a sollevare polemiche. Dagli Stati Uniti alla Svezia, i modelli adottati dagli altri paesi occidentali in materia di inclusione dei bambini immigrati nei sistemi scolastici sono vari. Tutti, però, seppur con declinazioni diverse, partono dalla comprensione della lingua e si muovono su una direttrice precisa: nessuna quota percentuale o tetti rigidi, ma test linguistici e classi di transizione temporanee.
In Germania viene affidata ai singoli Länder la regolamentazione sul tema, ma il modello adottato prevede l’inserimento temporaneo dei bambini che non conoscono la lingua in classi speciali (Willkommensklassen). L’obiettivo è portarli a un livello minimo prima di aggregarli al resto degli alunni. L’idea alla base del sistema francese è simile. L’integrazione avviene in due step. Gli alunni, che vengono seguiti dall’Unité Pédagogique pour Élèves Allophones Arrivants, sono inseriti subito nelle classi ordinarie per le materie non verbali (come arte, ginnastica o matematica), mentre per un certo numero di ore a settimana devono seguire corsi di francese. Nei Paesi Bassi i bambini delle scuole primarie che non conoscono la lingua vengono introdotti in classi ponte con corsi intensivi. Possono frequentarle a tempo pieno, a tempo parziale o come prolungamento della giornata scolastica.
Diverso è il modello britannico, che prevede una vera e propria “full immersion” e non contempla classi di transizione. Gli alunni stranieri studiano fin da subito al fianco dei coetanei, con il supporto di docenti specializzati in compresenza all’interno dell’aula.
Più complessa è la situazione del Belgio, dove il sistema varia tra le comunità linguistiche. Se nelle Fiandre sono previsti corsi intensivi nelle taalheldklassen, nella comunità francofona gli alunni possono essere inseriti nei programmi Daspa, con corsi intensivi di francese e delle materie di base per un massimo di 18 mesi, oppure ricevere un sostegno linguistico attraverso il dispositivo FLA, che non è necessariamente una classe separata.
In Svezia esiste lo status di “neo-arrivato” per un massimo di quattro anni dall’ingresso nel paese. Gli studenti che non parlano svedese sono inseriti in classi preparatorie speciali (förberedelseklass), ma vengono al contempo integrati nella classe ordinaria.
Anche in Danimarca esistono classi di accoglienza, le mottaksklasser, dedicate ai minori stranieri per apprendere rapidamente la lingua. Questo periodo di transizione dura al massimo due anni, terminati i quali il passaggio alla classe ordinaria diventa obbligatorio. Anche se non vengono imposti tetti, le scuole possono decidere di reindirizzare le nuove iscrizioni verso istituti limitrofi per stimolare l’integrazione linguistica se registrano un’elevata concentrazione di studenti provenienti da contesti non-Ocse.
In Norvegia, invece, lo stato lascia alle singole municipalità la facoltà di decidere se creare scuole speciali per l’accoglienza dei migranti, classi di transito o inserire i bambini direttamente nelle classi standard fin dal primo giorno. Gli scolari con background migratorio hanno un diritto legale a ricevere un insegnamento speciale della lingua norvegese finché non dimostrano di avere un livello di competenze adeguato a seguire il programma comune.
Uscendo dai confini europei, negli Stati Uniti esistono programmi che permettono di incrociare i dati sul reddito e sull’istruzione familiare anziché sulla cittadinanza, ridistribuendo gli alunni sul territorio per evitare la formazione di scuole-ghetto.
In Canada, invece, gli studenti stranieri entrano subito nelle classi e seguono, per alcune ore alla settimana, sessioni intensive di lingua inglese o francese, a seconda della provincia. In Australia, infine, i bambini che non parlano la lingua frequentano scuole di transito per un periodo da 6 a 12 mesi. Dopodiché è previsto il trasferimento in classi standard.
Oltre al tetto agli stranieri, Meloni ha dichiarato che il decreto imporrà una stretta anche sull’uso di burqa e niqab nelle classi. «Burqa e niqab non hanno spazio nella scuola italiana. È una battaglia di civiltà: se vogliamo combattere il patriarcato e l’isolamento della donna non possiamo considerare strumenti che la considerano inferiore» ha spiegato Valditara. L’Italia sembra dunque avviarsi sulla strada scelta dal Portogallo, dove è entrata in vigore una legge
che vieta di nascondere il viso nei luoghi pubblici. Per i trasgressori sono previste multe fino a 3mila euro, mentre chi obbliga qualcuno a uscire con il volto coperto potrebbe scontare fino a due anni di reclusione, pena aggravata di un terzo se la vittima è minorenne. Sono esclusi dall’applicazione della legge aeromobili, sedi diplomatiche e consolari e luoghi di culto.
Il provvedimento era stato approvato lo scorso luglio grazie ai voti delle destre parlamentari e si basava su una proposta del partito di estrema destra Chega in seguito emendata dal partito del primo ministro, il conservatore Luís Montenegro, per evitare rischi di incostituzionalità.

