
Nelle sale il nuovo lungometraggio del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda, un film molto atteso che funziona solo in parte
Un nuovo capitolo di Hirokazu Kore-Eda dedicato alla famiglia: nella sua filmografia il grande regista giapponese ha costantemente esplorato il nucleo famigliare come una serie di legami non per forza basati su fondamenta biologiche. Come in “Father and Son” o soprattutto in “Un affare di famiglia”, giusto per citare alcuni dei suoi titoli più importanti, Kore-Eda ha mostrato come i rapporti più profondi nascano dalla condivisione del tempo, dall’affetto che va al di là di ogni legame di sangue, con una netta distanza rispetto all’idea di famiglia tradizionale.
Nei suoi film, l’amore e la cura reciproca sono sempre in primo piano rispetto alla genetica e questi temi sono anche al centro del suo nuovo lungometraggio, presentato in concorso al Festival di Cannes e uscito questa settimana nelle nostre sale: “Sheep in the Box”.
Ambientato in un futuro prossimo, il film vede protagonista una coppia, segnata da un lutto devastante per la perdita del figlio.
Lei è un’architetta, lui gestisce un’impresa di costruzioni, due condizioni apparentemente solide, spezzate però da un’assenza impossibile da colmare. Nel tentativo di affrontare il dolore, decidono di accogliere in casa un umanoide progettato per essere identico al bambino scomparso. Una soluzione per lenire la perdita che si trasforma molto presto in un’esperienza complessa e ambigua, in cui memoria, affetto e identità si confondono.
La presenza del nuovo arrivato mette alla prova il loro rapporto e li costringe a interrogarsi su cosa significhi davvero essere umani, amare e lasciar andare.
È indubbiamente un film d’attualità “Sheep in the Box”, una pellicola in cui si metaforizza la presenza dell’intelligenza artificiale come una risorsa che possa sopperire alle fragilità umane.
Nonostante il tema importante e ricco di significati etici, il film di Kore-Eda rischia però di sapere davvero troppo di già visto, affrontando argomenti che facilmente ricordano molti altri titoli del passato: da “Blade Runner” a “A.I. – Intelligenza artificiale”, passando per serie come “Black Mirror” o videogiochi come “Detroit”, sono tantissimi i possibili riferimenti di un lungometraggio che fatica ad avere una propria originalità.
Kore-Eda gira con la consueta delicatezza ma in questo caso sembra meno ispirato del solito, cadendo in un’evidente prolissità che raramente è un difetto del suo cinema.
Non mancano sequenze di spessore e motivi d’interesse, ma nel complesso si ha soprattutto la sensazione di trovarsi di fronte una (mezza) delusione, pensando soprattutto a quanto un tema del genere avrebbe potuto trovare maggiore respiro nelle mani di un regista così bravo ed esperto nel trattare i sentimenti.
Da segnalare che ritroveremo Hirokazu Kore-Eda alla Mostra di Venezia, che inizierà la settimana prossima, con il suo nuovo progetto dal titolo “Look Back”.
Tra le novità della settimana c’è anche “Tony – Diario di un giovane cuoco”, film diretto da Matt Johnson, che racconta la storia dell’influente chef, scrittore e giornalista statunitense di viaggi Anthony Bourdain. Il film ci immerge nella vita di un giovane ribelle, irrequieto e alla costante ricerca di se stesso, che trova nell’adrenalina delle cucine di basso rango e nella figura del suo inflessibile mentore la sua prima, vera, ancora di salvezza.
Interessante che alla regia del film ci sia Matt Johnson, autore canadese che nel 2023 aveva diretto “BlackBerry”: esattamente come per la pellicola di tre anni fa, Johnson firma un lungometraggio biografico soltanto in apparenza. Più che un classico biopic, “Tony – Diario di un giovane cuoco” è a tutti gli effetti un racconto di formazione, un coming-of-age dalla valenza universale in cui è facile ritrovare tante altre storie che conosciamo.
Ci sono dei passaggi troppo scolastici, ma “Tony – Diario di un giovane cuoco” è comunque un prodotto vibrante, intenso e capace di giocare in maniera equilibrata tra ironia e drammi interiori.
Buona prova del protagonista Dominic Sessa, ma va segnalato positivamente anche il lavoro del cast di contorno, che comprende, tra gli altri, Antonio Banderas ed Emilia Jones.

