
La ong Public Eye ha esaminato le oltre 400 pagine del documento presentato oggi per l’Ipo a Hong Kong, fra numeri, strategie e punti controversi
Dopo i tentativi falliti negli Stati Uniti e a Londra, Shein ha deciso di quotarsi alla borsa di Hong Kong. Ma se nel 2022 l’azienda, fondata nel 2008 dall’imprenditore Chris Wu e che vende il suo ultra fast fashion in 160 mercati, era stata valutata circa 100 miliardi di dollari, oggi si ferma a circa 27. Un crollo.
Per la prima volta, proprio in occasione dell’annunciata quotazione, un documento ufficiale rivela numeri e strategie di Shein, finora restia a divulgare dati ufficiali. Il suo stesso fondatore è apparso molto raramente in pubblico e non si ricordano sue interviste: lo scorso febbraio ha partecipato a una conferenza a Guangzhou, cuore del distretto tessile dove Shein produce la maggior parte dei suoi capi, per dichiarare che investirà 10 miliardi di yuan, pari a circa 1,45 miliardi di dollari, per creare un “high-tech fashion hub”.
Molte informazioni sono invece contenute nelle 463 pagine del Post Hearing Information Pack, bozza di documento informativo che viene pubblicata sul sito web HKEXnews quando la domanda di offerta pubblica iniziale di una società riceve l’approvazione di massima da parte della Borsa di Hong Kong. Un documento che la ong svizzera Public Eye, la quale già in passato si era occupata di Shein, ha esaminato nel dettaglio, sottolineando in primis come l’azienda abbia chiesto una deroga agli obblighi di informativa completa.
Partiamo però da quello che viene reso noto: per la prima volta Shein fornisce dati ufficiali relativi ai suoi ricavi, pari a 41,8 miliardi di dollari nel 2025, cifra che la pone accanto a Inditex e Nike, con i loro fatturati da circa 40 miliardi. Tuttavia, se il gruppo spagnolo e quello statunitense dichiarano di avere rispettivamente 164mila e 73mila dipendenti, Shein si ferma a 18mila. Una differenza sostanziale che racconta il diverso modello di business dell’azienda cinese, con le implicazioni che ne seguono.
Fin dalle sue origini, infatti, Shein è stata una piattaforma di vendita più che un’azienda manifatturiera: i capi venduti in tutto il mondo sono prodotti da una rete di circa 7500 aziende terziste, che a loro volta possono servirsi di altri fornitori, fluidificando il sistema di controllo sui vari passaggi. Anche la logistica e i trasporti non sono direttamente controllati, come il design: Shein dichiara di avere appena 370 designer in house, a fronte di una proposta di 4.700 nuovi “stili” ogni giorno.
Il tema del controllo della filiera è cruciale: nel documento, sottolinea Public Eye, si dichiara che la responsabilità in merito alle condizioni di lavoro, alla qualità dei prodotti e alla conformità normativa è ampiamente delegata a produttori, commercianti e altri partner commerciali, i quali sono inoltre tenuti a manlevare Shein in caso di violazioni. Violazioni dei diritti dei lavoratori e altri abusi sono considerati rischi aziendali, e non c’è un controllo diretto, anche se Shein fa uso di un “Responsible Sourcing Programme”, sistema di audit condotti da terzi, con Shein che riconosce di «non poter garantire che tali audit rilevino sempre le non conformità».
Nel tempo diverse inchieste hanno rilevato gravi irregolarità nel sistema Shein: “Untold: Inside the Shein Machine” è il titolo del documentario firmato dalla reporter Iman Amrani per la britannica Channel 4, nel quale si raccontano le condizioni di lavoro in due fabbriche produttrici per Shein nella provincia di Guangzhou, con orari infiniti e paghe misere. Gli stessi risultati di un’altra inchiesta, condotta dalla Bbc nel 2025: visitando la zona di Panyu – nota anche come “Shein village” in virtù della grande concentrazione di produttori per il gruppo – la giornalista Laura Bicker ha rilevato come [...]

