Smart working, la pausa pranzo viene penalizzata

Rapporto Camst-Censis: tra i lavoratori agili il 54,7% pranza da solo, il 36,2% salta il pasto, il 34,9% è stressato dalla preparazione

Lo smart working prometteva più libertà, ma alla prova della pausa pranzo presenta un conto inatteso: solitudine, pasti saltati e meno occasioni di relazione. È il dato più netto del Rapporto Camst-Censis “Lo spazio e il cibo – Nuove geografie della socialità”, presentato a Bologna.

Tra i lavoratori agili il 54,7% pranza abitualmente da solo, il 36,2% salta la pausa o mangia continuando a lavorare e il 34,9% è stressato dal dover preparare il pasto. Il 29,6% sente il peso di non mangiare con i colleghi e il 26,6% ritiene che questa assenza lo penalizzi anche nel lavoro. Il 60,1% sperimenta almeno una di queste conseguenze.

Per Francesco Malaguti, presidente di Camst, è il segnale di un equilibrio ancora da trovare. «Il lavoro agile ha portato benefici importanti in termini di flessibilità, autonomia e migliore gestione del tempo, dobbiamo però anche evidenziare che alcune dimensioni dell’esperienza lavorativa non sono facilmente sostituibili». La pausa misura ciò che lo schermo non replica: «Mangiare insieme non significa semplicemente nutrirsi: è stare in uno spazio informale in cui si costruiscono fiducia, appartenenza e scambio di idee». Digitale e presenza, aggiunge il presidente di Camst, «non sono alternative, ma complementari».

Proprio il cibo può così diventare una leva per riportare le persone in ufficio. Dice sempre top studio: il 58,5% di chi lavora in modalità mista sarebbe incentivato a tornare in azienda se trovasse spazi e servizi migliori dedicati al cibo. «La presenza non si costruisce con l’obbligo, ma con il valore» osserva Malaguti. «Le persone oggi scelgono di andare in ufficio quando percepiscono che lì trovano qualcosa che a casa non hanno: relazioni, collaborazione, benessere, occasioni di crescita e qualità dell’esperienza quotidiana». Non, dunque, semplicemente una mensa più bella, ma ambienti accoglienti, flessibili e inclusivi.

I numeri spiegano perché. Per l’85,2% una buona pausa pranzo aiuta a costruire relazioni personali con i colleghi, per l’82,2% rafforza l’appartenenza a team e azienda e per l’83,3% contribuisce al benessere. E al 54,2% è capitato a tavola di ricevere suggerimenti o informazioni utili per il lavoro. «La pausa pranzo non è necessariamente tempo sottratto al lavoro, può essere anche un tempo che restituisce valore al lavoro stesso», sintetizza il presidente. Un buon food space, secondo gli intervistati, migliora inoltre le relazioni, la soddisfazione nel lavoro e persino la produttività.

La vecchia mensa cambia così pelle. «La ristorazione aziendale può diventare sempre più parte dell’esperienza delle persone e delle politiche di welfare dell’impresa» dice Malaguti. Per Camst l’evoluzione significa progettare «un ecosistema che integra cibo, spazi, tecnologia e servizi», con ambienti utilizzabili nell’intera giornata.

La ricerca fotografa infine una società iperdigitale, che sceglie i locali dove consumare i propri pasti anche in base a ciò che vede o viene consigliato sui social, ma quasi otto su dieci attribuiscono agli spazi fisici un ruolo decisivo per la convivialità.

Per Camst è anche una traiettoria in termini di strategia di business: il gruppo ha chiuso il 2025 con 610 milioni di ricavi, 26 milioni di marginalità operativa e 13,6 milioni di utile. La società bolognese distribuisce oltre 80 milioni di pasti l’anno e gestisce 1.853 attività in Italia. Il piano strategico 2025-2029 mette sul tavolo 115 milioni di investimenti. L’obiettivo, conclude Malaguti, «non è semplicemente servire pasti, ma contribuire a costruire contesti in cui le persone possano stare bene e creare relazioni significative».

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