Il progetto dell’imprenditrice Mikaela Bandini si focalizza sull’ accoglienza in luoghi che non erano stati concepiti per farla, preservandone la storia

Qualche giorno fa, scrollando pigramente Instagram, un post di @OrganicErotic cattura la mia attenzione: un interno di un vecchio palazzo, vissuto, con un’atmosfera speciale, antica ma sexy. Bellissimo con quella spontanea patina del tempo che avvolge ogni cosa. Sono curiosa di sapere che posto sia, ma la didascalia dice soltanto: «qui nulla è nuovo, i muri sono scrostati, i tessuti recuperati, i mobili appena ritoccati». A ben guardare, @OrganicErotic è un negozio di arredamento di New York e quel post ha la funzione di un moodboard: ti cattura ma è non reale.

In Italia, invece, c’è chi lo ha fatto sul serio. Mikaela Bandini, sudafricana di Cape Town, da anni residente a Matera, è un vulcano di idee e passioni. Ama tutto ciò che appartiene al passato e acquista qualunque cosa attragga la sua attenzione: un casco da parrucchiere, l’insegna retroilluminata di un tabacchi o di un cinema, una vecchia quinta di teatro, degli edifici abbandonati. Li compra, li raccoglie, poi decide cosa farci. La sua prima opera è stata Area 8, un bar nel centro di Matera ricavato in un laboratorio dove si riparavano televisori. È un posto così contemporaneo che potrebbe stare tranquillamente a Londra o Berlino, ma è soprattutto una Wunderkammer, dove ogni oggetto, spesso utilizzato in modo diverso da quello per cui era stato concepito, ha una storia alle spalle.

Dopo Area 8, l’irrefrenabile Mika ha comprato e trasformato diversi edifici dismessi in progetti di ospitalità contemporanea: una stalla per le mucche diventa un supper club (Milk Matera), un’officina meccanica diventa un luogo dove soggiornare (Corte dei Limoni), una palestra diventa teatro. Sembra aver preso alla lettera il monito dello scultore Pietro Consagra alla gente di Matera: «Dobbiamo salvarci dalla bruttezza». E dalla standardizzazione, aggiunge la Bandini: «Nel mondo dell’hospitality è molto facile fare scelte contract, scalabili e replicabili. Io cerco invece cose uniche, che abbiano avuto una funzione e alle quali posso dare una nuova vita». Da qui nasce il concetto di Upcycled Hospitality: fare accoglienza in luoghi che non erano stati concepiti per farla, preservandone la storia. Anche il metodo di ricerca è speciale. Con un drone individua edifici in stato di abbandono, con ingresso indipendente e spazi all’aperto (terrazzi, giardini, frutteti); poi li cerca al catasto, risale ai proprietari e fa un’offerta. Oggi tre case sono già pronte e si possono prenotare; un’altra, un’ex carrozzeria, è in costruzione.

Gli arredi seguono la stessa logica: sono oggetti trasformati, pezzi recuperati e ricomposti utilizzando materiali provenienti da altri contesti: legni, tessuti e pelli d’antan. I divani della casa di Nardò sono design anni Settanta rivestiti con tessuti d’epoca. La workstation era una bancone da merceria acquistato a Biella, mentre la consolle per il dj era il cofano di una vecchia van Volkswagen T2. E mezza insegna della stazione di Polignano a Mare è appesa in un appartamento come manifesto di vita: un po’ A mare, un po’ Amare. Sono oggetti trovati dagli antiquari, nei mercatini, o tramite una rete di persone che conoscono i gusti di Mika e le propongono oggetti strampalati, che magari finirebbero in discarica. Lei trova il modo di salvarli. «Ci lamentiamo sempre del fast fashion e fast food, ma nessuno parla di fast furniture», dice. «È assurdo evitare la moda usa e getta per motivi etici e poi riempire le case di mobili con un ciclo di vita di tre o quattro anni».

Ora Mika è alle prese con due Banga bungalow disegnati da Carlo Zappa nel 1971 provenienti da un campeggio chiuso di Gallipoli. Destinati alla demolizione perché troppo complessi da trasportare e recuperare, li ha acquistati e, una volta restaurati, li metterà in un suo uliveto nella campagna di Matera. Ciascuno è una micro casa di circa otto metri quadrati con quattro posti letto, bagno, doccia e arredi originali. L’obiettivo è aprirli al pubblico nel 2027. La mission della creativa imprenditrice sudafricana va oltre il recupero architettonico. Ha creato una collezione indipendente e non replicabile di spazi unici, analogici, che sembrano esistere da sempre, che danno un senso di appartenenza e accoglienza. Ha saputo estendere all’ospitalità il concetto sociologico di “Third Place” (ovvero quei luoghi di incontro e socialità diversi da casa e lavoro) e al design italiano del secondo Novecento il concetto di patrimonio, includendo non solo palazzi storici e siti Unesco ma anche oggetti e strutture degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta.

Oggi Urban Italy riunisce sette progetti di Upcycled Hospitality, uno diverso dall’altro. Ogni edificio presenta problemi nuovi, ogni oggetto richiede una soluzione specifica. È l’opposto del modello industriale dell’hospitality. E forse proprio per questo restituisce agli spazi una cosa che gli hotel di oggi, con la loro ansia di standardizzazione, obiettivi e business plan, rischiano spesso di perdere: una storia.

Articoli correlati