
Secondo il Focus Censis-Confcooperative, il principale motore del fenomeno è la sottodichiarazione dei redditi da parte di imprese e lavoratori autonomi, che vale oltre 108 miliardi di euro. Sono circa 2,7 milioni i lavoratori irregolari, pagati mediamente quasi la metà dei colleghi regolari
In Italia l’economia sommersa ha raggiunto un valore di 197,6 miliardi di euro nel 2023, pari al 9,2% sul Pil. Rispetto ai 175,4 miliardi registrati cinque anni prima, si tratta di un incremento di 22,2 miliardi, pari a una crescita nominale del 12,6%.
Secondo il Focus Censis Confcooperative “L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana” distribuendo equamente questi 197,6 miliardi di euro tra tutti i cittadini italiani – dai neonati agli anziani – lo Stato potrebbe erogare un assegno individuale di ben 3.350 euro. In alternativa, questa immensa riserva invisibile sarebbe sufficiente a coprire l’intera spesa sanitaria pubblica nazionale per più di un anno, un servizio vitale che oggi richiede circa 142 miliardi di euro l’anno.
Sul sommerso italiano incidono tre fenomeni. Il grosso, pari a 108,2 miliardi di euro deriva dalla sottodichiarazione: imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva; tra il 2019 e il 2023 questa componente è cresciuta del 21,6%. Segue con 77,2 miliardi di euro il lavoro irregolare, cioè rapporti di lavoro non registrati o solo in parte dichiarati, aumentato del 4%. Infine 12,2 miliardi di euro derivano da altre componenti: affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona, sostanzialmente stabili nel periodo.
Dunque la crescita del sommerso italiano è trainata sempre più dalla sottodichiarazione dei redditi, più che dalla sola tradizionale attività del lavoro nero.
Le stime dell’Istat, ottenute attraverso l’integrazione di fonti amministrative e della rilevazione sulle forze di lavoro, quantificano nel 2024, ultimo anno disponibile, in 2 milioni e 725mila gli occupati irregolari presenti nel sistema economico italiano, in crescita di 117mila unità rispetto alla stima precedente, pur restando in calo complessivo del 2,1% in sei anni dal 2019-2024 (contro un +5,4% dell’occupazione regolare, salita di 1.219mila unità).
Nel 2023 la retribuzione lorda oraria media dei lavoratori regolari era pari a 17,8 euro, mentre quella degli irregolari si fermava a 9,2 euro. Una differenza di 8,6 euro per ogni ora lavorata, che corrisponde a una retribuzione inferiore del 48,3% per chi opera nell’area dell’irregolarità. Nel complesso, ogni ora di lavoro prestata nell’area non regolare viene remunerata mediamente poco più della metà rispetto a un’ora di lavoro regolare. Il differenziale salariale si aggiunge così alla minore protezione contrattuale, previdenziale e assicurativa e contribuisce a delineare una condizione nella quale l’invisibilità del rapporto di lavoro può tradursi anche in una più bassa capacità di reddito.
Il divario attraversa tutti i principali settori dell’economia, sebbene con intensità differenti. Il Focus contiene anche delle stime delle perdite per il lavoratore impiegato nel sommerso nei diversi settori. Nell’agricoltura la distanza è relativamente più contenuta: 11,3 euro lordi l’ora per i lavoratori regolari contro 8,1 euro per gli irregolari, con una perdita del 28,3%. Nelle costruzioni il differenziale sale a 6,3 euro, con una retribuzione oraria che passa da 16,2 a 9,9 euro e una penalizzazione del 38,9%.
È nell’industria in senso stretto che si registra la distanza più ampia in termini assoluti. A fronte di una retribuzione regolare di 20,2 euro lordi l’ora, il lavoro irregolare viene remunerato in media 9,4 euro, con una differenza di 10,8 euro e una perdita del 53,5%.
Una distanza analoga si osserva nei servizi, dove il salario passa da 17,6 a 9,3 euro l’ora, con una riduzione del 47,2%. All’interno del macro-comparto le differenze sono consistenti. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nei pubblici esercizi, la retribuzione oraria scende da 17 euro per i regolari a 10,8 euro per gli irregolari, con una perdita del 36,5%. Nei servizi alle imprese il divario raggiunge invece i 10 euro l’ora: 20,7 euro per il lavoro regolare contro 10,7 euro per quello irregolare, con una penalizzazione del 48,3%. Negli altri servizi la distanza è più contenuta in valore assoluto, ma resta significativa: 12,9 euro contro 8 euro l’ora, pari a una perdita del 38%.
Evasione oltre i 100 miliardi: un euro su sei sparisce
Tra il 2019 e il 2023 l’evasione tributaria e contributiva si è attestata fra 99 e 103 miliardi di euro l’anno, la componente principale è riconducibile all’evasione tributaria per circa il 90% legata a mancati versamenti fiscali, ed è attribuibile in modo prevalente a mancata dichiarazione Iva (30 miliardi) e a mancate dichiarazioni Irpef di autonomi e imprese (oltre 36 miliardi). La propensione media all’evasione sul totale delle entrate tributarie è pari al 17,4%: in pratica, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano mai allo Stato.
Il picco si registra sull’Irpef dei lavoratori autonomi e delle imprese, dove la propensione all’evasione sale al 60,6%. L’evasione contributiva supera, nel dato di stima più ampio, i 10 miliardi di euro, di cui 9 riflettono il mancato versamento dei contributi a carico del datore di lavoro.
Il conto finale tra il 2021 e il 2023 mancati introiti fiscali e contributivi per 313 miliardi di euro,
Il debito pubblico ha superato 3.000 miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil. Tra il 2021 e il 2025 l’ammontare del debito è aumentato di oltre 500 miliardi; il finanziamento periodico dell’intero ammontare del debito ha portato a una spesa complessiva per interessi di poco inferiore ai 400 miliardi. Solo tra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del Pnrr destinate all’Italia (225 miliardi fra contributi a fondo perduto, prestiti e Piano complementare, distribuiti su sei anni, 2021-2026 ).
Secondo le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito/Pil, entro il 2041, in un intervallo fra 115,9 e 118 punti percentuali.
Gardini: il contrasto al sommerso è una priorità da affrontare per la coesione sociale
«Il lavoro sommerso è un’economia che non si vede e non si tassa. È una voragine che inghiotte, facendola sparire nel nulla, una ricchezza pari al Pil dell’Emilia-Romagna: 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil del Paese. Dietro questi numeri, c’è un’altra realtà. Inaccettabile: 2,7 milioni di persone di lavoratori irregolari, sfruttati e pagati quasi la metà dei colleghi regolari», ha commentato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative.
«Il sommerso è un moltiplicatore di diseguaglianze, che colpisce prima di tutto chi lavora senza tutele. Ogni euro che sfugge alla fiscalità generale – aggiunge Gardini – è un euro in meno per la sanità, per le pensioni, per i servizi che tengono insieme il Paese: un macigno che si scarica sul debito pubblico e sulle prossime generazioni. Il contrasto al sommerso è una priorità da affrontare per la coesione sociale ed economica dell’Italia».

