Sono opere, semplici oggetti da collezione o solo scatole? La Fondazione concede solo il logo alle serigrafie in edizione limitata di Avant Art
Dallo scorso 30 settembre fino al 14 ottobre 2026 chiunque potrà partecipare al sorteggio per portarsi a casa un «Brillo Box» di Andy Warhol (1928-1987) da 788 a 2.625 euro. Non si tratta delle celebri ‘scatole’ del 1964, che in asta superano il milione di dollari, ma di repliche in scala 1:1, serigrafate su cartone, in diversi colori e prodotte in edizione limitata di 100 esemplari dalla piattaforma londinese Avant Arte in collaborazione e su licenza della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts. L’iniziativa, sebbene legittima sul piano contrattuale, pone una serie di interessanti interrogativi giuridici ed etici.
Il «Brillo Box Collectable (Lifesize)» è una scatola di cartone ondulato serigrafata, disponibile in tre colori, fustellata e cordonata. Viene consegnata piatta (163,2 × 134 cm) e, una volta montata, diventa un cubo (43,2 × 36,5 × 43,2 cm), acquisendo la stessa misura delle opere originali. Ciascun esemplare è individualmente numerato, reca il logo della Fondazione (la firma di Andy Warhol è essa stessa un marchio registrato di proprietà della Fondazione) ed è accompagnato da un certificato di autenticità. Il certificato di autenticità, però, non è rilasciato dalla Fondazione, come ci si aspetterebbe, bensì da Avant Arte, che produce l’oggetto su licenza della prima. La scheda di vendita parla di «collectable» e di «replica», che «trae ispirazione da una delle opere più celebri di Andy Warhol», non utilizzando mai il termine «opera d’arte». La pagina web di Avant Arte ricorda inoltre che Brillo® è un marchio registrato di un terzo, la Armaly Brands, che dal 1908 commercia prodotti per la pulizia delle case.
Nella primavera del 1964 Warhol fece costruire dai falegnami della sua Factory alcune scatole di compensato con le misure dei cartoni commerciali della Brillo. Gerard Malanga e Billy Linich le dipinsero a mano, poi Warhol e Malanga le serigrafarono. L’intero processo ebbe una durata di quasi sei settimane. La grafica copiata era quella disegnata per la Brillo da James Harvey, a sua volta pittore espressionista astratto. Come si evince dalla tabella qui sotto: un «Brillo Box» originale del 1964 vale quindi, a seconda della versione e della provenienza, da circa 600 a quasi 4 mila volte di più del collectable di Avant Arte.
Andy Warhol non eseguiva da solo le sue opere, esse erano il frutto del lavoro di falegnami, assistenti e macchine della Factory. Il gesto dell’artista stava nell’idea, nella poetica della ‘scelta’ di elevare un imballaggio comune a scultura. L’esecuzione dell’opera passava quindi in secondo piano. Se, pertanto, l’idea è il cuore dell’opera, una serigrafia fedele ai colori e al procedimento degli originali la conserva intatta.
Lo stesso Warhol, del resto, moltiplicò i «Brillo Box» per la retrospettiva al Pasadena Art Museum del 1970 (poi divenuto Norton Simon Museum). Si potrebbe quindi sostenere che la serialità non sia un tradimento della poetica dell’artista, ma ne sia proprio il contenuto.
Le scatole in cartone dei Brillo Box, realizzate durante la vita di Andy Warhol, sono a tutti gli effetti delle opere d’arte originali, in quanto l’artista ne autorizzava e poteva supervisionarne la produzione.
In Italia, la Legge del 22 aprile 1941, n. 633 sul diritto d’autore (LdA) protegge le opere della scultura (art. 2, n. 4) e, dal 2001, anche le opere del disegno industriale «che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico» (art. 2, n. 10). Ai sensi dell’art. 145 LdA si considerano «originali» anche gli esemplari «prodott[i] in numero limitato dall’autore o sotto la sua autorità».
Il collectable di Avant Arte, come tale, non è un’opera dell’ingegno nuova, perché non contiene scelte creative innovative e originali, ma è qualificato, appunto, come collectable, ossia una replica, da collezione, estratta, dopo la morte dell’artista, da un’opera esistente del 1964.
Volendo inquadrare la casistica nell’ambito della normativa domestica, il collectable in questione sarebbe, pertanto, una estrinsecazione dell’esercizio del diritto di riproduzione (art. 13 LdA) concesso in licenza dalla Fondazione, detentrice dei diritti economici – gli economic rights del copyright anglosassone (anch’essi liberamente trasferibili nel diritto americano secondo il § 201(d) del U.S. Code, Title 17 – Copyrights).
La pratica dei multipli autorizzati dopo la morte dell’artista non è, peraltro, nuova. Per fare un esempio, tra i tanti, il Musée Rodin continua a fondere bronzi in edizione limitata di 12 esemplari numerati per modello o gesso originale (art. R122-3 del Code de la propriété intellectuelle francese), seguendo un rigido iter storico-scientifico supervisionato e convalidato da comitati ad hoc, consentendo così la diffusione della sua opera in tutto il mondo nel rispetto della volontà dell’artista.
Poiché la donazione di Auguste Rodin (1840-1917) allo Stato francese del 1916 comprendeva anche i diritti di proprietà intellettuale sulle medesime opere, nonché sui calchi, i modelli e gli stampi facenti parte del lavoro dell’artista, le risultanti fusioni, autorizzate e realizzate direttamente del Museo statale, sono dichiarate espressamente fusioni autentiche a tutti gli effetti, anche se realizzate postume, decenni dopo la morte dell’autore («Le Penseur», fuso nel 1928, è stato venduto per circa 11,2 milioni di dollari da Christie’s Paris nel 2022, mentre «Le Baiser», fuso nel 1927, è stato venduto per 2,4 milioni di dollari all’Hôtel Drouot nel 2016).
Un caso simile a Rodin riguarda le produzioni dai calchi di Alberto Giacometti, mentre nel caso di Medardo Rosso, le opere postume, realizzate dal figlio, ritenute di valore inferiore, sono state distinte dalle opere autografe [...]
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