Sos farfalle: rappresentate da moda, arte, design, ma sempre più rare in natura

Se l’Italia vanta ancora la maggiore biodiversità, per salvarle dall’estinzione occorre investire nel reflowering e nei polmoni verdi. Perché, oltre a sopravvivere nei ricami e nelle stampe, tornino a volare.

Herman Hesse ha scritto che le farfalle non sono animali come gli altri, ma “l’ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale”. Un simbolo gioioso di rinascita del corpo, dello spirito, della natura: dopo aver trascorso l’inverno al riparo della vegetazione, la cedronella (Gonepteryx rhamni) s’invola annunciando la primavera. Si riconosce subito: le femmine sono pallide, ma i maschi hanno ali giallo zolfo, con due piccole macchie arancioni e la faccia inferiore verdognola come le foglie su cui si mimetizzano. Tra tutte è la più longeva: vive un anno, resistendo al freddo grazie a un antigelo naturale, il glicerolo, che circola nei suoi fluidi corporei. Trucchi da farfalle. Come i colori iridescenti di molte specie: non derivano da pigmenti, ma dal modo in cui la luce interferisce con microscopiche nanostrutture presenti sulle ali. Un’architettura invisibile della luce che tanto ha ispirato i creativi in ambito moda, arte, cosmetica e design. Persino il mondo auto: la vernice Structural Blue della Lexus copia il colore della Morfo blu (Morpho menelaus), un grande lepidottero delle foreste del Centro e Sud America, che non passa inosservato – del resto, immaginiamo fosse questo l’intento degli ingegneri Toyota.

«Nelle farfalle, il blu domina la nostra percezione estetica: è un colore raro in natura e funziona come un potente attrattore», spiega Leonardo Dapporto, docente di Zoologia all’università di Firenze. La bellezza non è solo negli occhi di chi guarda, ci sono caratteristiche che mettono quasi tutti d’accordo. «Abbiamo chiesto a migliaia di persone di osservare immagini di farfalle e indicare le più belle», racconta il ricercatore. «In cima alla classifica ci sono quelle che hanno colori accesi, il blu, appunto, ma anche il giallo. Piace anche il contrasto, sia nei colori sia nella forma delle ali». E i disegni: pois, strisce, finti occhi che creano un effetto Monna Lisa – ti scrutano da qualsiasi angolazione tu li guardi – scoraggiando i predatori. «Una visuale incantata che ha influenzato anche i pittori fiamminghi del Quattrocento e Cinquecento», continua Dapporto. «Nei loro dipinti, i finti occhi della Vanessa occhio di pavone (Aglais io) sono riprodotti con estrema precisione, coerentemente al loro naturalismo analitico, ma vengono spostati verso il centro dell’ala diventando il fulcro visivo della composizione. È una tendenza ricorrente tra pittori, probabilmente inconsapevole: sono ipnotizzati da quell’occhio e riorganizzano la composizione attorno a esso».

La bellezza seduce, ma può anche escludere. «Uno dei principali strumenti europei per la tutela della biodiversità è la Direttiva Habitat che individua le specie prioritarie da proteggere», spiega lo scienziato. «Moltissime sono sì rare, ma anche belle. Un bias estetico che condiziona la ricerca: le specie più carismatiche attirano più attenzioni e finanziamenti, mentre spesso sono quelle meno appariscenti le più minacciate». Come molte farfalle del genere Erebia, piccoli lepidotteri marroni delle montagne europee nei guai a causa della crisi climatica. «Per assurdo, queste farfalline rischiano di estinguersi per il freddo a causa del caldo», racconta Dapporto. «Sono adattate a sopravvivere agli inverni delle montagne ricoperte dallo strato di neve che però, a causa dei cambiamenti climatici, è sempre più instabile. Rimanere senza questa coperta nelle fredde notti invernali può essere fatale per le loro larve».

Per orientare le azioni di conservazione esistono però strumenti più rigorosi: le Liste Rosse della International Union for Conservation of Nature. Sono costruite sulla base di criteri oggettivi: andamento delle popolazioni, riduzione dell’areale, entità delle minacce. Qui il colore e l’estetica – tanto importanti, per esempio, nel cabinet di Manu Crotti – fuori dai riflettori non contano più. Dapporto fa parte del gruppo che ha curato la Lista Rossa europea delle farfalle insieme, tra gli altri, a Simona Bonelli dell’Università degli Studi di Torino. «Dal 2010 al 2025, le specie europee a rischio sono salite dal 9 al 15 per cento», spiega la ricercatrice. «Per l’Italia abbiamo solo il dato del 2016, quando le specie minacciate erano tra il 6 e il 9 per cento. Il prossimo aggiornamento della Lista è previsto per il 2027 e ci aspettiamo un peggioramento». Così, mentre le farfalle tornano protagoniste dell’alta moda agli accessori e continuano a ispirare le creazioni di designer e artisti – da Matthieu Blazy a Barnaba Fornasetti, da Alessandro Michele a Manu Crotti – fuori dai riflettori sono comparse sempre più timide. Rimetterle al centro della natura e dell’esperienza è responsabilità collettiva, nostra specialmente: l’Italia ha la maggiore biodiversità di farfalle (300 su 500 specie europee), senza contare le migliaia di falene, farfalle notturne.

«La nota positiva è che non siamo rimasti a guardare», continua Bonelli. «Negli ultimi anni si sono attivate moltissime iniziative di monitoraggio, conservazione e sensibilizzazione». Grazie al Butterfly Monitoring Scheme, una rete di monitoraggio nata in Inghilterra alla fine degli anni Settanta e oggi diffusa in tutta Europa, sulle farfalle abbiamo più dati che su qualsiasi altro insetto impollinatore. «Volontari percorrono regolarmente itinerari stabiliti (transetti) segnalando le specie che osservano», racconta l’esperta di farfalle. «L’Italia ha aderito nel 2019: oggi conta circa 250 transetti e centinaia di volontari. È un sistema coordinato e supervisionato dai ricercatori che permette non solo di capire quali siano le farfalle più minacciate, ma anche di tenere sotto controllo l’andamento delle popolazioni».

Nel frattempo, la tutela degli impollinatori è entrata nei dossier strategici della politica europea. Nel 2018, la Commissione ha lanciato la EU Pollinator Initiative dedicata agli impollinatori selvatici – farfalle, falene, api e sirfidi, piccole mosche che assomigliano ad api e vespe. «Gli sforzi sono diretti al ripristino degli habitat, alla promozione delle Liste Rosse, al finanziamento di progetti LIFE dedicati e al rafforzamento del monitoraggio», spiega Bonelli. «Sulla spinta europea, nel 2019 il Ministero dell’Ambiente ha avviato un progetto pilota che coinvolge i 21 parchi nazionali ed è dedicato specificamente al monitoraggio degli impollinatori. Una mossa strategica in vista dell’obbligo europeo, previsto dal 2027 con la Nature Restoration Law, di monitorare sistematicamente gli impollinatori in tutti gli Stati membri».

La voglia di farfalle, api e bombi smuove la politica e contagia le città, dove spuntano orti urbani e aiuole fiorite in mezzo a palazzi e cemento. Iniziative dei singoli, ma an che un vero e proprio movimento di reflowering urbano che sta cambiando il modo di pensare e progettare il verde pubblico. Il progetto Buzz Life coordinato da Legambiente – tra i partner anche l’università degli studi di Milano-Bicocca – punta a trasformare oltre 36 milioni di metri quadrati in habitat accoglienti per gli impollinatori creando corridoi ecologici, giardini e aree rifugio in città come Roma, Siena, Imola e Campobasso. «È interessante che le persone vogliano riportare farfalle e api nelle città», osserva Bonelli. «Ma questo significa rinunciare a una certa idea del bello. Sacrificare piante esotiche dai fiori vistosi come gerani e ortensie, per esempio, a vantaggio di specie autoctone meno appariscenti: rosmarino, lavanda e altre aromatiche mediterranee ricche di nettare e familiari agli insetti locali. Anche la gestione del verde va ripensata, con sfalci meno frequenti per far fiorire le piante spontanee. L’effetto sarà meno ordinato di un prato all’inglese, ma è una scelta ecologica, non estetica».

La partita decisiva per il futuro degli impollinatori si gioca però fuori dalle città. Le minacce principali restano agricoltura intensiva e pesticidi, ma anche l’abbandono dei terreni: aree che un tempo erano pascoli o vigneti si stanno trasformando in boschi secondari poveri di biodiversità. «In Valle d’Aosta vive una delle farfalle più minacciate d’Europa, la Polyommatus humedasae», racconta Bonelli. «È un endemismo, si trova solo lì, e soffre l’avanzata del bosco che sta cancellando la prateria secca da cui dipende. Ma la Regione ha avviato con successo un piano di restauro ecologico accompagnato da campagne di sensibilizzazione rivolte agli abitanti, anche per contrastare il collezionismo illegale».

Sulla scia, ma più in grande, si muove il progetto Pollinetwork cofinanziato dall’Europa e coordinato dal Wwf. «Tra i partner figurano soggetti con un ruolo concreto nella gestione del territorio e nelle scelte ambientali», spiega Bonelli. «Realtà come Terna, Anas, Rfi e altri enti infrastrutturali che amministrano vaste superfici di terreno: aree attorno alle centrali, bordi stradali, fasce di servizio. Spazi normalmente gestiti per ragioni tecniche o di sicurezza che il progetto vuole trasformare in habitat favorevoli agli impollinatori». Insomma, un tempo le farfalle erano solo belle da guardare. Ora sappiamo che dagli insetti impollinatori dipende il 75 per cento della nostra produzione di cibo, e salvarli significa anche salvare una diversa idea di bellezza: meno perfetta e decorativa forse di quella rappresentata in queste pagine, ma infinitamente più vitale.

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