Sospensioni scolastische, l’Europa sperimenta nuove strade

L’Austria introduce programmi obbligatori di reintegrazione per gli studenti sospesi, mentre in Europa si moltiplicano i tentativi di conciliare disciplina e diritto all’istruzione

Per anni la sospensione è stata uno degli strumenti più tradizionali a disposizione delle scuole europee per affrontare comportamenti gravi. Oggi, però, in molti Paesi si sta affermando una convinzione diversa: allontanare temporaneamente uno studente dall’aula può essere necessario, ma difficilmente è sufficiente a risolvere il problema.

Il dibattito è tornato d’attualità dopo la decisione dell’Austria di introdurre, a partire dall’anno scolastico 2026-2027, programmi obbligatori di reintegrazione per gli studenti sospesi. La riforma nasce in un contesto di crescente preoccupazione per il deterioramento del clima scolastico e per l’aumento delle misure disciplinari. Ma il confronto con il resto d’Europa mostra che Vienna non è un caso isolato. Dalla Francia alla Spagna, passando per l’Italia, si sta progressivamente affermando l’idea che la disciplina scolastica debba avere una finalità educativa e non soltanto sanzionatoria.

La riforma austriaca rappresenta uno dei cambiamenti più significativi introdotti recentemente in Europa nel campo della disciplina scolastica. Nel sistema attuale, uno studente può essere sospeso fino a quattro settimane in presenza di comportamenti considerati particolarmente gravi o quando la permanenza a scuola rappresenta un rischio immediato per la sicurezza della comunità scolastica. Nei casi in cui sia stata avviata una procedura di espulsione, la sospensione può essere prolungata di ulteriori due settimane.

Finora, però, il periodo di sospensione si traduceva sostanzialmente in un allontanamento dall’ambiente scolastico senza particolari obblighi. Proprio questo aspetto è finito al centro delle critiche di pedagogisti ed esperti, secondo cui gli studenti che manifestano comportamenti problematici sono spesso quelli che avrebbero maggiore bisogno di mantenere un contatto con la scuola.

La risposta del governo guidato dal ministro dell’Istruzione Christoph Wiederkehr è stata quella di trasformare la sospensione in una fase di intervento strutturato. Dal prossimo anno scolastico, gli studenti sospesi dovranno partecipare a programmi di reintegrazione che prevedono attività educative, sostegno psicosociale e lavoro scolastico fino a venti ore settimanali.

L’obiettivo dichiarato è evitare che il periodo di allontanamento si trasformi in una semplice parentesi priva di contenuti educativi. La riforma introduce inoltre un forte coinvolgimento delle famiglie. I genitori saranno tenuti a collaborare con le scuole e con i servizi di supporto; in caso contrario potranno essere soggetti a sanzioni amministrative fino a 800 euro. La scelta arriva in un momento in cui il numero delle sospensioni è aumentato sensibilmente: si è passati da circa 950 sospensioni nel 2018-2019 a 2.187 nel 2024-2025.

Anche il sistema italiano si è progressivamente allontanato da una concezione puramente punitiva della disciplina scolastica.

Le sospensioni continuano a essere previste nei casi di comportamenti particolarmente gravi, comprese aggressioni nei confronti di studenti o insegnanti, episodi di bullismo e cyberbullismo, danneggiamenti intenzionali e reiterate violazioni del regolamento scolastico. Nei casi più seri possono arrivare fino all’esclusione dagli scrutini finali o dagli esami.

Tuttavia, già con le modifiche introdotte allo Statuto delle studentesse e degli studenti nel 2007, il legislatore ha stabilito che le sanzioni dovessero avere una funzione educativa e tendere al recupero dello studente. Da allora molte scuole hanno sviluppato forme alternative alla sospensione tradizionale, sostituendo l’allontanamento con attività socialmente utili, percorsi di volontariato, progetti di cittadinanza attiva o iniziative di riflessione sul comportamento adottato.

Negli ultimi anni il tema è tornato al centro dell’agenda politica, anche in seguito all’aumento degli episodi di aggressione nei confronti del personale scolastico. Durante la discussione della riforma del voto di condotta approvata nel 2024, il ministero dell’Istruzione ha evidenziato come le aggressioni contro docenti e dirigenti erano più che raddoppiate rispetto all’anno precedente.

La riforma ha rafforzato il legame tra comportamento e percorso scolastico. Gli studenti che ottengono il voto minimo di condotta sono tenuti a svolgere un elaborato di educazione civica collegato alla sanzione ricevuta, mentre chi ottiene una valutazione inferiore alla sufficienza viene automaticamente bocciato, indipendentemente dal rendimento nelle altre materie.

A differenza dell’Austria, però, l’Italia non dispone di un programma nazionale obbligatorio di reintegrazione. I servizi di supporto psicologico e accompagnamento sono presenti in molte scuole, ma la loro diffusione dipende in larga misura dalle risorse disponibili e dalle scelte dei singoli istituti.

In Spagna il dibattito disciplinare è stato affrontato privilegiando la continuità educativa rispetto all’allontanamento dello studente. La normativa consente la sospensione temporanea nei casi di comportamenti gravi, ma stabilisce che ogni misura debba avere una finalità educativa e riabilitativa, tenendo conto delle circostanze personali, familiari e sociali dell’alunno. L’obiettivo non è soltanto sanzionare l’infrazione, ma favorire il recupero dello studente e il suo reinserimento nella comunità scolastica.

Per questo motivo, anche durante il periodo di sospensione, il legame con la scuola non viene interrotto. Gli istituti possono continuare ad assegnare compiti, esercitazioni e attività didattiche da svolgere a casa, nella convinzione che l’esclusione temporanea dalle lezioni non debba trasformarsi in un’interruzione del percorso formativo. È una differenza significativa rispetto ai modelli tradizionali di sospensione, che spesso si limitano all’allontanamento fisico dalla scuola.

Negli ultimi anni il governo spagnolo ha concentrato gran parte degli sforzi sulla prevenzione, intervenendo sulle cause che possono sfociare in comportamenti problematici. Le strategie nazionali contro il bullismo e il cyberbullismo, il rafforzamento dei servizi di orientamento e le iniziative dedicate alla salute mentale e al benessere emotivo degli studenti riflettono l’idea che molti episodi disciplinari siano collegati a situazioni di disagio, isolamento o fragilità sociale che richiedono risposte educative prima ancora che punitive.

In questa cornice si inserisce anche il programma PROA+, uno dei principali strumenti utilizzati per contrastare le disuguaglianze educative e sostenere gli studenti più vulnerabili. Pur non essendo rivolto specificamente ai ragazzi sospesi, il programma è stato associato a una riduzione dell’assenteismo e a un miglioramento dei risultati scolastici, diventando uno degli elementi centrali della strategia spagnola per prevenire l’abbandono e l’esclusione educativa.

Nel panorama europeo la Polonia rappresenta un caso quasi unico. La legislazione scolastica non consente infatti la sospensione dalle lezioni. Il principio alla base di questa scelta è che il diritto all’istruzione, garantito dalla Costituzione, non possa essere limitato attraverso un provvedimento disciplinare che impedisca temporaneamente allo studente di frequentare la scuola.

Ciò non significa che le scuole siano prive di strumenti disciplinari. Gli istituti possono applicare diverse sanzioni previste dai regolamenti interni, limitando la partecipazione a eventi scolastici, attività extracurriculari, competizioni sportive o organismi di rappresentanza studentesca.

Nei casi più gravi, come episodi di bullismo, furti o comportamenti che configurano veri e propri reati, è possibile arrivare all’espulsione dall’istituto. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, ciò comporta il trasferimento dello studente in un’altra scuola piuttosto che l’interruzione del percorso educativo.

L’approccio polacco riflette una filosofia secondo cui la scuola deve rimanere il luogo in cui affrontare e gestire il conflitto, non quello da cui escludere chi manifesta comportamenti problematici.

La Francia si colloca a metà strada tra i modelli più permissivi e quelli più severi. La normativa consente sia l’esclusione temporanea dalla classe sia quella dall’intero istituto, ma per periodi limitati a un massimo di otto giorni lavorativi. L’espulsione definitiva può essere decisa soltanto attraverso procedure disciplinari formali.

Negli ultimi anni, però, Parigi ha sviluppato strumenti che puntano a ridurre il ricorso alla semplice esclusione. Il più significativo è la mesure de responsabilisation, che consente agli studenti di sostituire la sospensione con attività supervisionate all’interno o all’esterno della scuola. Lo scopo è trasformare la sanzione in un’occasione di riflessione e responsabilizzazione, mantenendo al tempo stesso un legame con il percorso educativo.

Per gli studenti più difficili esistono inoltre le classes-relais, strutture specializzate sviluppate in collaborazione con i servizi della giustizia minorile. Questi programmi sono destinati ai ragazzi a rischio di esclusione definitiva o abbandono scolastico e mirano a ricostruire progressivamente il rapporto con la scuola.

Nonostante le profonde differenze normative, il confronto tra i diversi Paesi evidenzia una trasformazione comune. La sospensione non viene più considerata soltanto una punizione. Sempre più governi e sistemi scolastici cercano di accompagnarla con strumenti educativi, interventi psicologici, attività di responsabilizzazione o programmi di reintegrazione.

L’Austria ha scelto di rendere obbligatorio questo approccio. La Francia lo sperimenta attraverso percorsi alternativi alla sospensione. La Spagna insiste sulla continuità dell’apprendimento. L’Italia punta sulla funzione educativa delle sanzioni e sul rafforzamento della responsabilità individuale. La Polonia, infine, privilegia la tutela assoluta del diritto alla frequenza scolastica.

Dietro modelli diversi emerge però la stessa domanda: come garantire la sicurezza e il rispetto delle regole senza trasformare la disciplina in un meccanismo di esclusione?

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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