Studi legali, la partita dell’AI si gioca sulla governance

Abeille (Legora): la macchina si ferma «nel rapporto con il cliente, nel giudizio, nella strategia». Strategica la formazione

Secondo il McKinsey Global Institute, «più della metà delle ore di lavoro attuali potrebbe essere automatizzata» con le tecnologie già oggi disponibili. Attilio Abeille, country manager di Legora Italia — piattaforma leader europea di AI legale — spiega cosa sta succedendo nel mondo dei professionisti. L’AI attualmente automatizza «in alcuni casi il 20-30%, in altri anche il 70%, a seconda del compito, ma ci vorrà sempre l’occhio del professionista» dice.

Le aree più adatte a questa tecnologia sono la revisione massiva di documenti, la contrattualistica e la ricerca. Dove invece la macchina si ferma è «nel rapporto con il cliente, nel giudizio, nella strategia. Legora automatizza parti di attività, non un’attività intera». La società continua a crescere: ha appena chiuso un round da 550 milioni di dollari (Serie E) guidata da Atreides, con valutazione di 8,8 miliardi, le Arr vanno oltre 200 milioni con più di metà dell’AmLaw 50 già cliente. Le risorse sosterranno l’espansione in Usa, Europa e Apac e lo sviluppo di Legora aOS. I numeri raccontano un settore che accelera: in una ricerca commissionata da Legora e svolta dell’analista Ari Kaplan, su 31 studi internazionali, il 94% dichiara di rispondere più in fretta ai clienti e quasi tre quarti di aver ampliato la capacità, permettendo di concentrarsi su attività a maggior valore. La tecnologia non toglie lavoro: ne sposta il baricentro.

Non basta però voler adottare una tecnologia «per implementarla al meglio è fondamentale il coinvolgimento dei senior, altrimenti lo studio si muove a due velocità», prosegue Abeille. Il caso pratico del valore di una decisione voluta dall’alto è raccontato da Monica Colombera, socia fondatrice e presidente del comitato strategia e innovazione di Legance. Colombera spiega la sfida nell’introdurre l’AI “firm wide”: «Dopo mesi di sperimentazione abbiamo optato per licenze per tutti i professionisti e un consulente esterno che affianca i team scrivania per scrivania». Per lei la parte più sfidante è stata quella culturale: «È stato essenziale condividere con tutti i soci che non si tratta di un prodotto destinato solo ai giovani». A suo parere questo è un approccio al lavoro che si applica dal neolaureato al senior partner. Il caso Legance conferma una regola che si ripete: dove in alto c’è un socio che guida il cambiamento — il cosiddetto “super user” — l’adozione funziona; dove manca, lo studio resta a metà. Questo rovescia un timore diffuso: l’AI non è la scusa per assumere meno praticanti, ma concede il tempo per formarli meglio.

Ma come si mettono allora insieme diverse generazioni quando si implementa una tecnologia così diversa? Con un metodo, spiega Andrea Arosio, ex managing partner di Linklaters e oggi alla guida della società di consulenza Irnerius, che aiuta studi e aziende a costruire la propria libreria di prompt e agenti, «quel know-how AI che l’avvocato non ha tempo di costruirsi». Ed è proprio nell’attività di Arosio che si tocca con mano la questione più delicata: [...]

Continua a leggere su: Il Sole 24 Ore

Articoli correlati