
L’Europa è oggi più preparata che in passato ad affrontare un grande terremoto, ma nelle regioni più esposte del continente il rischio continua a essere legato soprattutto a milioni di edifici costruiti prima delle moderne norme antisismiche
Le immagini arrivate dal Venezuela a giugno e dalla Colombia nelle ultime settimane hanno riportato al centro del dibattito una domanda che attraversa periodicamente l’Europa: potrebbe accadere anche qui un terremoto capace di provocare migliaia di vittime e devastare intere città?
La risposta degli esperti è sì. Sebbene il continente non sia associato nell’immaginario collettivo alle grandi catastrofi dell’Anello di Fuoco del Pacifico, alcune delle sue regioni più popolate si trovano in aree a elevata attività sismica. Grecia, Italia, Romania, Albania, Croazia e Spagna convivono da sempre con il rischio terremoti e negli ultimi decenni hanno sperimentato eventi che hanno provocato migliaia di morti, modificando profondamente il modo in cui governi, ingegneri e protezioni civili affrontano la prevenzione.
Dalla Bucarest del 1977 all’Irpinia del 1980, dall’Atene del 1999 fino ad Amatrice nel 2016 e a Lorca nel 2011, ogni grande terremoto ha infatti lasciato un’eredità fatta di investimenti nella sicurezza e miglioramenti nei sistemi di emergenza. Eppure, nonostante i progressi, la vulnerabilità non è scomparsa.
La sfida che accomuna oggi gran parte dell’Europa meridionale e orientale non riguarda più tanto la capacità di monitorare i terremoti o coordinare i soccorsi. Il problema è un altro: milioni di edifici sono stati costruiti prima dell’introduzione delle moderne norme antisismiche e continuano a rappresentare il principale fattore di rischio.
L’Italia rappresenta probabilmente il caso più emblematico d’Europa. Più del 40% del territorio nazionale è classificato a media o alta pericolosità sismica e circa 20 milioni di persone vivono in aree esposte a terremoti significativi. La penisola si trova lungo la complessa zona di contatto tra la placca africana e quella euroasiatica ed è attraversata da un sistema di faglie che percorre l’intera dorsale appenninica. Dal 1905 si sono verificati almeno quindici grandi terremoti.
L’ultimo grande banco di prova è stato il terremoto del Centro Italia del 2016. La prima scossa, di magnitudo 6, colpì alle 3.36 del mattino del 24 agosto l’area tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto subirono i danni più gravi. Il bilancio finale fu di 299 morti, 388 feriti e oltre 30 mila sfollati. Le ragioni della tragedia sono ormai note. Il sisma interessò un territorio caratterizzato da piccoli centri storici con edifici in muratura costruiti molto prima dell’introduzione delle moderne norme antisismiche. Molte strutture non erano mai state adeguatamente consolidate o erano state oggetto di interventi insufficienti. La scossa fu relativamente superficiale e colpì in piena estate, quando seconde case e abitazioni turistiche erano occupate da migliaia di persone.
Ma la vulnerabilità italiana va ben oltre Amatrice. L’Italia combina infatti tre fattori particolarmente critici: una pericolosità sismica medio-alta, una vulnerabilità elevata e una forte esposizione dovuta alla densità abitativa e all’enorme patrimonio edilizio storico. Edifici costruiti due o tremila anni fa continuano a essere abitati in molti piccoli centri degli Appennini. Adeguarli agli standard moderni è tecnicamente complesso e finanziariamente oneroso.
Dopo il terremoto del 2016 il governo ha avviato il programma Casa Italia, un piano di lungo periodo finalizzato ad adeguare progressivamente il patrimonio edilizio nazionale agli standard internazionali. Il percorso potrebbe richiedere fino a cinquant’anni.
Particolare attenzione è stata dedicata alle scuole. In due anni sono stati stanziati quattro miliardi di euro e realizzati 850 interventi specifici di miglioramento sismico. Parallelamente è stato rafforzato il Sismabonus, che offre detrazioni fiscali fino al 50% per interventi di consolidamento antisismico sulle abitazioni principali.
Anche sul fronte del monitoraggio i progressi sono significativi. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia gestisce una rete capillare di stazioni sismiche e sta sperimentando sistemi di allerta precoce attraverso smartphone, sirene e messaggi di emergenza. Progetti educativi come Edurisk hanno coinvolto oltre 70 mila studenti e 4 mila insegnanti, mentre la piattaforma Sicuro+ consente di consultare scenari di rischio per ogni comune italiano. Eppure il problema di fondo rimane invariato. Come sottolineano gli esperti, la capacità di risposta delle emergenze è migliorata molto più rapidamente della resilienza degli edifici.
Per la Grecia il terremoto che ha cambiato tutto è quello che colpì Atene il 7 settembre 1999. La scossa, di magnitudo 6, causò 143 morti e fino a 1.600 feriti. Più di cento edifici crollarono e le perdite economiche furono stimate tra 3 e 4,2 miliardi di dollari. A rendere particolarmente drammatico l’evento non furono soltanto la vicinanza alla capitale e la scarsa profondità del terremoto. Il sisma ebbe origine lungo una faglia fino ad allora sostanzialmente sconosciuta, in una zona considerata relativamente poco attiva dal punto di vista sismico. Molti studiosi ritengono che proprio questa imprevedibilità abbia contribuito all’elevato numero di vittime.
Le indagini successive individuarono numerose vulnerabilità negli edifici: piani terra aperti, configurazioni strutturali deboli, pareti insufficientemente resistenti e ampliamenti realizzati senza adeguati studi ingegneristici. Da allora la Grecia ha profondamente rivisto il proprio approccio. Uno studio del 2018 del professor Ioannis Doudoumis dell’Università Aristotele di Salonicco descrive le norme antisismiche greche come tra le più avanzate al mondo. Gli edifici progettati secondo i codici introdotti dopo il 1984 e rafforzati nel 1995 offrono livelli di protezione significativamente superiori rispetto al passato.
Il terremoto del 1999 accelerò inoltre l’adozione degli Eurocodici, il rafforzamento dei controlli sugli edifici pubblici, il consolidamento di scuole e ospedali e l’ampliamento della rete nazionale di monitoraggio.
Uno degli aspetti più innovativi riguarda la cosiddetta microzonazione sismica. Gli esperti hanno compreso che non basta studiare la storia sismica di una regione: occorre conoscere nel dettaglio il comportamento dei terreni a livello locale. Per questo sono aumentati gli investimenti in cartografia geologica e analisi dei suoli da integrare direttamente nella pianificazione urbana.
Ma la Grecia deve affrontare anche una sfida peculiare: il turismo. Molti edifici nelle città, nelle campagne e soprattutto nelle isole risalgono a prima degli anni Cinquanta e non è chiaro se rispettino standard antisismici adeguati. Inoltre, un terremoto in una località turistica può rapidamente trasformarsi in una crisi economica. È accaduto a Kos nel 2017, quando il terremoto provocò due morti, oltre 120 feriti e gravi danni al porto e al centro storico. Più recentemente, nel 2025, migliaia di scosse hanno interessato Santorini, Amorgos e Anafi. Oltre diecimila residenti hanno lasciato temporaneamente l’isola e migliaia di prenotazioni turistiche sono state cancellate.
Nessun Paese europeo convive con il ricordo di un singolo terremoto quanto la Romania. La sera del 4 marzo 1977 un sisma di magnitudo 7,2 colpì il Paese con epicentro nella zona sismica di Vrancea, a circa cento chilometri di profondità. Fu il terremoto più devastante della storia moderna romena: morirono 1.578 persone, di cui 1.424 nella sola Bucarest, oltre 11 mila rimasero ferite e circa 35 mila abitazioni crollarono. Le onde sismiche furono avvertite in gran parte dei Balcani.
Quasi mezzo secolo dopo, il rischio continua a preoccupare autorità e specialisti. Nella capitale 413 edifici sono ufficialmente classificati nella categoria di rischio sismico più elevata, la RS1, che identifica le strutture potenzialmente soggette a collasso in caso di forte terremoto. Ma secondo numerosi esperti il numero reale sarebbe molto più alto.
Una delle ragioni risale a una controversa riforma amministrativa del 1997. Fino ad allora gli edifici vulnerabili erano classificati attraverso un sistema di “categorie di urgenza” che indicava quanto rapidamente dovessero essere consolidati. Con l’introduzione delle nuove classi di rischio RS1-RS4, le autorità locali ebbero appena diciotto giorni per trasferire migliaia di edifici nel nuovo sistema.
Secondo Matei Sumbasacu, ingegnere strutturale e fondatore dell’organizzazione Re:Rise, il risultato fu che migliaia di edifici vulnerabili finirono per scomparire dalle statistiche ufficiali. «Migliaia di edifici precedentemente classificati nel sistema delle urgenze furono semplicemente dimenticati», sostiene.
Il dibattito resta aperto. Le autorità contestano l’equivalenza tra le vecchie classificazioni e quelle attuali, sostenendo che le valutazioni moderne sono molto più sofisticate e includono analisi geotecniche, prove sui materiali e modellazioni strutturali che non esistevano negli anni precedenti.
Ma il punto centrale è un altro: la Romania continua a non conoscere con precisione l’estensione della propria vulnerabilità. Secondo Sumbasacu, la mancata messa in sicurezza degli edifici dopo i terremoti del 1940 e del 1977 è una delle principali ragioni per cui oggi migliaia di costruzioni potrebbero ancora trasformarsi in trappole mortali. Dei 33 edifici crollati a Bucarest nel 1977, ben 30 erano già stati danneggiati dal terremoto del 1940 senza essere adeguatamente riparati.
A rendere più complesso il quadro c’è anche una questione storica. Gran parte degli edifici costruiti tra il 1900 e il 1977 fu progettata quando le conoscenze scientifiche sui terremoti di Vrancea erano ancora limitate. «Tutto ciò che veniva progettato prima del 1965 era concepito principalmente dal punto di vista architettonico, non strutturale», osserva Răzvan Munteanu, direttore dell’Amministrazione municipale per il consolidamento degli edifici a rischio sismico. «L’attenzione era rivolta all’aspetto dell’edificio, non alle sue prestazioni strutturali».
Se Romania, Italia e Grecia raccontano soprattutto il problema degli edifici vulnerabili, la Spagna offre una prospettiva diversa: quella dell’innovazione nella prevenzione. L’11 maggio 2011 il terremoto di Lorca, nella regione di Murcia, provocò nove morti e centinaia di feriti. La magnitudo era relativamente contenuta, appena 5,1, ma gli effetti furono molto più gravi del previsto.
Per Emilio Trigueros, ricercatore dell’Università Politecnica di Cartagena che ha studiato il sisma, la chiave è distinguere tra magnitudo e intensità. «A Lorca, nonostante una magnitudo moderata, l’energia si è liberata in un impulso di meno di un secondo. Essendo così superficiale, l’onda ha agito come un colpo diretto e concentrato».
A questo si aggiunse il cosiddetto “effetto sito”. «Quanto maggiore è lo spessore di terreno soffice sotto gli edifici, tanto maggiore è l’amplificazione dell’onda sismica», spiega Trigueros. «Se un edificio poggia direttamente sulla roccia dura subisce molti meno danni rispetto a uno costruito su terreni morbidi».
Per questo uno degli strumenti su cui la Spagna sta investendo maggiormente è la microzonazione sismica delle città. «La prima cosa è disporre di una mappa della vulnerabilità del terreno», afferma il ricercatore. «Questo permette di sapere quali aree subirebbero i danni maggiori e pianificare in anticipo gli interventi o un’assistenza di emergenza più rapida».
Trigueros individua quattro elementi essenziali nella gestione del rischio: pericolosità sismica, esposizione della popolazione, vulnerabilità degli edifici e sistemi di allerta precoce.
Proprio l’allerta precoce rappresenta oggi uno dei campi di ricerca più promettenti. In Spagna si stanno sviluppando sistemi basati sulla tecnologia DAS (Distributed Acoustic Sensing), che utilizza le reti in fibra ottica come giganteschi sensori geologici. «Se riusciamo a rilevare un terremoto con un anticipo compreso tra 30 secondi e due minuti, come già avviene in Giappone o in Cina, disponiamo di uno strumento vitale per salvare vite umane», spiega.
Secondo il ricercatore, tuttavia, il problema degli edifici esistenti resta centrale. «Anche se la normativa antisismica viene aggiornata, non si applica retroattivamente agli edifici già costruiti». Per questo propone una sorta di revisione tecnica obbligatoria nelle aree più vulnerabili individuate dalla microzonazione. «Se si identifica un edificio fragile, si possono effettuare rinforzi preventivi».
Alla domanda se la Spagna sia più preparata rispetto a quindici anni fa, la risposta è netta: «Sì, considero che saremmo meglio preparati». Dopo Lorca tutti gli edifici della città sono stati sottoposti a verifiche tecniche e sono stati organizzati corsi di formazione per ingegneri, architetti e tecnici incaricati di valutare rapidamente la sicurezza delle strutture colpite.
Anche Fulgencio Gil, attuale sindaco di Lorca, ritiene che il terremoto abbia rappresentato un punto di svolta. «Dovemmo ricostruire più di 1.200 abitazioni. Tuttavia crollò un solo edificio e il patrimonio residenziale resistette molto bene nel complesso».
Secondo Gil, il Codice tecnico delle costruzioni dimostrò la propria efficacia, pur evidenziando alcuni elementi da correggere, come i cosiddetti “pilastri nani”, successivamente eliminati dalle norme tecniche.
Dopo il terremoto furono inoltre sviluppati i piani SISMILOR e SISMIMUR, che definiscono procedure di allerta, evacuazione e autoprotezione. «Un terremoto di quella magnitudo ci ha permesso di perfezionare tutti i protocolli di assistenza, allerta ed evacuazione, oltre a migliorare la resilienza degli edifici e la consapevolezza della popolazione», afferma il sindaco. «La situazione attuale è decisamente migliore».
Il confronto tra Romania, Italia, Grecia e Spagna mostra che l’Europa è oggi molto più preparata rispetto a quella che affrontò i grandi terremoti del Novecento. Le reti di monitoraggio sono più sofisticate, le norme tecniche più severe, la ricerca geologica più avanzata e la capacità di risposta delle emergenze incomparabilmente superiore. Ma emerge anche un denominatore comune. In tutti i Paesi analizzati, il principale fattore di rischio continua a essere il patrimonio edilizio esistente.
La lezione che arriva dai recenti terremoti in America Latina è che la magnitudo da sola non determina il numero delle vittime. A fare la differenza sono la qualità delle costruzioni, la preparazione delle istituzioni e la consapevolezza della popolazione.
*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”
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