
Non una raccolta di motivi decorativi o una fonte di materie prime. Il continente esprime una grande varietà artistica e manuale. Bubu Ogisi spezza la gerarchia che separa lo stilista dall’artigiano.
La sua può essere definita wearable art, con capi che sembrano sculture indossabili. Portano nelle loro fibre il sapere artigianale di tante culture africane: tessuti, metalli ed elementi organici lavorati a mano diventano veicoli di narrazione. Bubu Ogisi è una designer artista di origine nigeriana che ha fondato Iamisigo nel 2009, per poi ridefinirlo nel suo intento di unire bellezza e responsabilità nel 2013, ponendo l’accento su tessitura, processo e materialità e sfidando le categorie più tradizionali della moda. Ogni sua creazione – dagli abiti ai cappelli dalle forme maestose, dai gioielli alle borse in vetro – nasce da un dialogo con artigiani, comunità locali, tecniche tradizionali e storie spesso trascurate.
Al cuore della pratica di Ogisi c’è una domanda: che cosa accade quando la moda diventa un veicolo per preservare un sapere a rischio, piuttosto che semplicemente produrre nuovi oggetti? Per decenni, il discorso sulla moda africana ha ridotto un continente di immense diversità a una raccolta di motivi visivi e riferimenti estetici, o a semplice fonte di materie prime, mentre la creazione di valore avveniva altrove. Il lavoro di Ogisi va in direzione opposta: invece di estrarre simboli dalle culture africane, l’artista si immerge nei sistemi di conoscenza che li hanno generati. I suoi progetti nascono da una ricerca su tecniche, materiali, rituali e comunità diverse le cui storie sono spesso assenti dalle narrazioni dominanti della moda e del design.
C’è di più: i tessitori, i tintori, i lavoratori del cuoio o del vetro, gli artigiani del metallo, i ricamatori diventano partecipanti attivi nel suo processo creativo, e non fornitori anonimi nascosti all’interno di una catena produttiva. Il suo approccio mette in discussione la gerarchia che separa il designer dall’artigiano, riconosciuto qui come co-autore, e intanto preserva pratiche che un tempo strutturavano la vita comunitaria, e ora rischiano di scomparire nel giro di una sola generazione. Mentre la sostenibilità viene spesso ridotta alla questione ambientale, Ogisi parla di responsabilità sociale e culturale. I materiali possono essere riciclati, ma le tradizioni, le lingue e i sistemi di conoscenza scompaiono se non vengono sostenuti. L’artigianato per lei non è nostalgia, ma uno strumento per immaginare il futuro: tecniche ancestrali evolvono attraverso la sperimentazione e i metodi di tessitura tradizionali si combinano con materiali non convenzionali, come l’agave sisalana o la juta della collezione Primavera/Estate 27, Dual Mandate.
Con Iamisigo (che sta per I am + l’anagramma del cognome Ogisi), prodotto a Lagos (Nigeria), a Nairobi (Kenya) e ad Accra (Ghana), la designer sostiene le economie locali, aiutando in particolare le donne, che spesso svolgono un ruolo centrale nella produzione tessile. Ma la dimensione sociale del lavoro di Ogisi va oltre l’occupazione. I suoi progetti esplorano anche questioni di visibilità, rappresentazione e proprietà. Chi ha il diritto di raccontare le storie? Chi beneficia della produzione culturale? Come può il sapere tradizionale circolare a livello globale senza quelle appropriazioni indebite che non riconoscono il giusto valore alle comunità che lo hanno generato?
Così, il lavoro di Ogisi risuona fortemente con le conversazioni attuali sulla decolonizzazione che non significa solo aumentare la rappresentanza, ma richiede di mettere in discussione le strutture della produzione, dell’autorialità e del valore. Significa riconoscere che la competenza esiste al di là delle istituzioni consolidate, e che l’innovazione nasce spesso da pratiche sviluppate al di fuori dei quadri occidentali.
Il crescente riconoscimento internazionale del marchio, che ha vinto di recente lo Zalando Visionary Award, riflette un mutamento nella cultura contemporanea. Musei, biennali, istituzioni e scuole riconoscono sempre più spesso che alcuni degli approcci più innovativi alla sostenibilità, alla ricerca sui materiali e al design incentrato sulla comunità emergono da contesti tradizionalmente marginalizzati dal sistema moda globale.
Anche l’educazione occupa un posto centrale nella visione di Ogisi. La trasmissione del sapere non è un risultato secondario, ma un obiettivo primario del brand. Workshop, collaborazioni e progetti di ricerca creano opportunità perché le generazioni più giovani possano confrontarsi con competenze tradizionali adattandole alle realtà contemporanee. Il suo è davvero un modello di come la creatività possa funzionare come forma di tutela culturale: una visione potente della moda come strumento di connessione con al centro il valore duraturo dell’artigianato africano nel mondo contemporaneo.
TRADIZIONI IAMISIGO, iamisigo.com, @iamisigo.

