Nel gruppo delle produzioni drammatiche anche “Pluribus” avrebbe meritato la statuetta
Un nuovo trionfo per “The Pitt”: così è stata annunciata un po’ in tutto il mondo la seconda vittoria consecutiva agli Emmy, come miglior serie drammatica, della produzione ideata da R. Scott Gemmill, un bis previsto considerate le previsioni della vigilia e che sembra mettere d’accordo sostanzialmente tutti quanti.
Siamo arrivati a questa cerimonia degli Emmy con la (quasi) certezza di questa vittoria un po’ pigramente, ma la domanda che dovremmo comunque porci è se fosse davvero la serie migliore della categoria.
Attenzione, non per muovere delle critiche alla seconda stagione di una serie davvero potentissima, un medical drama come non se ne vedevano da anni, in cui si mescola una riflessione di estrema umanità con un montaggio dal ritmo sempre coinvolgente.
La serie di HBO Max ha infatti mantenuto gli alti livelli della prima stagione, calibrando forse ancor meglio la scrittura e riuscendo a raccontare la società attuale attraverso il microcosmo del pronto soccorso: perfetta “parte per il tutto” del mondo contemporaneo, “The Pitt” ha quella forza drammaturgica nella costruzione dei personaggi primari e secondari che l’ha portata a trionfare ancora come regina dei drammi televisivi.
Eppure… la domanda da cui siamo partiti ha comunque una risposta non del tutto scontata, perché quest’anno c’era anche un’altra serie che avrebbe davvero meritato l’ambita statuetta.
Gli ex aequo di fatto non esistono in questo tipo di premi, ma non vorremmo comunque rischiare che passi troppo sotto silenzio la mancata vittoria come miglior serie drammatica di “Pluribus”.
Se per la miglior serie commedia non c’è davvero nulla da dire per il trionfo di “Widow’s Bay”, così come è condivisibile la scelta nella categoria miniserie o film per la tv in cui ha trionfato “DTF St. Louis” (erano però molto valide anche le candidature di “All Her Fault” e “The Beast in Me”), all’interno del gruppo delle produzioni drammatiche “Pluribus” avrebbe meritato la statuetta tanto quanto “The Pitt” e proviamo a vedere per quali motivi.
Serie distribuita su Apple TV+ (stessa piattaforma in cui c’è inoltre un’altra, ottima serie che è stata candidata come “Slow Horses”), “Pluribus”, la nuova serie di Vince Gilligan, regista e produttore che aveva iniziato a lavorare ad alti livelli con “X Files” ed è stato poi l’ideatore di due delle serie più importanti della storia della televisione: “Breaking Bad” e “Better Call Saul”.
Ambientata ad Albuquerque, città protagonista anche di “Breaking Bad”, “Pluribus” ha come protagonista la scrittrice Carol Sturka, che scoprirà di essere una delle sole tredici persone al mondo immuni a un misterioso virus che ha infettato l’intera umanità, fondendola in un’unica mente collettiva.
Tutti attorno a lei appaiono estremamente felici, privi di preoccupazioni e cercano di convincerla a entrare con in questo enorme gruppo globale.
Già la trama ci fa capire dell’ambizione di questa serie fantascientifica che va a ragionare in maniera brillante su certi aspetti dell’universo contemporaneo: la mente collettiva può essere letta come una potente allegoria di un pensiero unico, vicino a certe logiche da intelligenza artificiale che finisce per disumanizzare chi ci entra in contatto.
Anche la necessità di apparire felici a tutti i costi sembra un sintomo davvero realistico di una società costretta a indossare perennemente delle maschere e in cui il pensiero differente dalle logiche imperanti è qualcosa che va estirpato il prima possibile e tacciato come minaccia. Si può vedere tanto anche degli Stati Uniti contemporanei nella prima stagione di questa serie che, seppur abbia ottenuto comunque delle statuette (tra cui quella sacrosanta come miglior attrice in una serie drammatica a Rhea Seehorn), sarebbe stato coraggioso premiare anche come miglior serie drammatica in assoluto, nonostante i grandissimi pregi – indiscutibile e già citati – di “The Pitt”.
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