
Tra prati perfetti, champagne, alta cucina e automobili da collezione, The Quail si conferma il rendez-vous più esclusivo della Monterey Car Week. La 23ª edizione premia una Ferrari 625/250 Testarossa del 1957, celebra F40 e Lamborghini Diablo e trasforma Carmel Valley nel palcoscenico delle hypercar di domani, dalla nuova Lamborghini Revuelto SV alla Zenvo Aurora
C’è Pebble Beach, naturalmente, con la liturgia del grande Concours d’Elegance. C’è Laguna Seca, dove le automobili storiche tornano a fare ciò per cui sono nate: correre. Ma se si cerca il luogo nel quale la Monterey Car Week distilla la propria essenza più esclusiva, bisogna spostarsi a Carmel Valley e varcare i cancelli di The Quail Golf Club.
The Quail by The Peninsula, A Motorsports Gathering è qualcosa di diverso da un concorso e decisamente lontano dal concetto tradizionale di salone dell’auto. È un garden party automobilistico nel quale collezionismo, lusso, industria e alta cucina convivono per poche ore. La 23ª edizione, andata in scena venerdì 14 agosto, ha raccolto oltre 200 automobili e ben 22 debutti di costruttori e specialisti. Qui le vetture non sono confinate dietro transenne, e il confine tra passato e futuro diventa volutamente sottile. Le classi speciali del 2026 hanno celebrato il centenario della Route 66, la Ferrari F40, le grandi GT giapponesi, la collezione di Bruce Meyer e soprattutto la Lamborghini Diablo, protagonista della più grande concentrazione dedicata al modello, con 30 esemplari riuniti sul prato.
Alla fine, però, il centro della scena se lo è preso ancora una volta il Cavallino. Il Rolex Circle of Champions Best of Show è andato alla Ferrari 625/250 Testarossa del 1957 appartenente al collezionista americano Bruce Meyer. Una barchetta argentata carrozzata Scaglietti, originariamente commissionata dal distributore e pilota John von Neumann, capace di conquistare 11 vittorie nella stagione 1957 e successivamente equipaggiata con il V12 tre litri della Ferrari 250 Testa Rossa. Meyer ha ricevuto anche un Oyster Perpetual Datejust 36 inciso e la vettura è entrata nel Rolex Circle of Champions.
E l’Italia non si è fermata al premio assoluto. Nella categoria Ferrari F40 ha vinto l’esemplare del 1991 di Greg Whitten, mentre tra “The Great Ferraris” si è imposta la 250 GT Lusso del 1964 di Larry Titchner. Ancora più interessante per gli appassionati italiani è il successo della Fiat Dino Spyder del 1971 di John Burnham nella classe Post-War Sports 1961-1975.
Lamborghini ha avuto un ruolo significativo. La categoria dedicata alla Diablo è stata vinta dalla Diablo SE30 Prototype del 1994 di Curated, mentre una Diablo VT JOTA, sempre del 1994, appartenente alla Caretakers Collection si è aggiudicata il Magneto Editor’s Choice Award.
C’è un aspetto dell’edizione 2026 che merita una riflessione. The Quail è sempre stato affascinante proprio perché diverso da un Salone dell’Auto: niente padiglioni, moquette o chilometriche conferenze stampa, bensì un elegantissimo garden party dove incontrare collezionisti, designer e vertici delle Case davanti a una Ferrari da competizione o a un bicchiere di champagne. Quest’anno, invece, il Quail ha finito per atteggiarsi un po’ a Salone dell’Auto, con 22 appuntamenti definiti “Press Conference”, a partire dalle 8.20 del mattino e con un ritmo che, in alcuni momenti, arrivava sostanzialmente a una presentazione ogni sette minuti. Una liturgia che ricordava l’ormai fu Salone di Ginevra nei suoi anni più congestionati, quando i giornalisti correvano da uno stand all’altro inseguendo una raffica di conferenze. Con una differenza sostanziale: al Quail la stampa non costituisce certo la maggioranza del pubblico.
I veri protagonisti sono collezionisti, clienti e potenziali acquirenti, persone che possono effettivamente staccare un assegno a sei o sette cifre per una delle automobili appena svelate. La rappresentanza italiana dei media, per dare la misura, era ridotta a tre o quattro giornalisti. Sarebbe dunque forse più corretto — e anche più elegante — chiamare questi appuntamenti per ciò che realmente sono: world premiere, reveal o presentazioni, anziché conferenze stampa. Una sfumatura lessicale, certo, ma non irrilevante per un evento che ha sempre fatto dello stile la propria cifra.
La quantità di novità, del resto, giustifica l’idea di un vero Salone dell’Auto all’aria aperta. Fra le più interessanti c’è la McLaren McL 6GT, concept molto vicino alla produzione che recupera idealmente la M6GT di Bruce McLaren e soprattutto riporta a Woking qualcosa che sembrava consegnato alla storia: il cambio manuale, assente su una McLaren stradale dai tempi della F1. Il motore è un V8 e la versione definitiva è prevista per il 2028. Più che nostalgia, è un segnale: nell’epoca dell’elettrificazione e delle trasmissioni fulminee, il lusso può essere anche il piacere deliberatamente inefficiente di scegliere da soli la marcia da inserire, come ha ben interpretato Ferrari con la 12 Cilindri Manuale.
Di tutt’altro segno la Jaguar Type 01, della quale a Monterey sono stati mostrati gli interni. Dopo la controversa rivoluzione stilistica del marchio britannico, finalmente si comincia a capire come quel manifesto possa trasformarsi in automobile. L’abitacolo è organizzato intorno a una sorta di spina centrale, con quattro spazi individuali, seduta bassa e finiture che richiamano l’ottone. Ma l’elemento forse più significativo è ciò che manca: il consueto televisore piazzato al centro della plancia. Jaguar cerca una propria interpretazione del lusso digitale, meno dipendente dalla moltiplicazione dei display e più concentrata su spazio, materiali e teatralità.
All’estremo opposto c’è la Lucid Gravity GT-S, dimostrazione quasi surreale di quanto l’elettrificazione abbia cancellato le vecchie categorie automobilistiche. È un Suv a sette posti, dunque teoricamente un’auto per famiglie, ma dispone di 1.070 CV e accelera da 0 a 60 miglia orarie in 3,1 secondi. La GT-S aggiunge una messa a punto più sportiva delle sospensioni e il retrotreno sterzante, con un prezzo americano indicato in 127.750 dollari. Numeri da supercar di pochi anni fa dentro un mezzo capace di portare genitori, figli, nonni e bagagli.
Anche Acura Nexera Vision guarda avanti, ma attraverso il design. Il concept, dalle proporzioni da coupé e con scenografiche portiere, non viene presentato come un semplice esercizio da salone: anticipa temi formali destinati a passare sui prossimi modelli del marchio premium di Honda. Dopo The Quail, non a caso, la Nexera è approdata anche sul Concept Lawn di Pebble Beach, dove le automobili del futuro cercano una sorta di legittimazione culturale accanto ai capolavori del passato.
Di memoria vive invece la spettacolare Porsche 911 Flachbau RS, realizzata dal programma Sonderwunsch partendo da una 911 GT2 RS. Il muso piatto richiama esplicitamente la Porsche 935/78 “Moby Dick”, ma il punto interessante va oltre l’estetica. Porsche sta trasformando la personalizzazione estrema in un’attività strutturata: non più soltanto scegliere colori, pelli e cuciture, bensì costruire automobili praticamente uniche con la benedizione della Casa madre. L’unicità, insomma, diventa un prodotto industriale.
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