The Quail 2026, il salotto segreto della Monterey Car Week incorona Ferrari

Tra prati perfetti, champagne, alta cucina e automobili da collezione, The Quail si conferma il rendez-vous più esclusivo della Monterey Car Week. La 23ª edizione premia una Ferrari 625/250 Testarossa del 1957, celebra F40 e Lamborghini Diablo e trasforma Carmel Valley nel palcoscenico delle hypercar di domani, dalla nuova Lamborghini Revuelto SV alla Zenvo Aurora

C’è Pebble Beach, naturalmente, con la liturgia del grande Concours d’Elegance. C’è Laguna Seca, dove le automobili storiche tornano a fare ciò per cui sono nate: correre. Ma se si cerca il luogo nel quale la Monterey Car Week distilla la propria essenza più esclusiva, bisogna spostarsi a Carmel Valley e varcare i cancelli di The Quail Golf Club.

The Quail by The Peninsula, A Motorsports Gathering è qualcosa di diverso da un concorso e decisamente lontano dal concetto tradizionale di salone dell’auto. È un garden party automobilistico nel quale collezionismo, lusso, industria e alta cucina convivono per poche ore. La 23ª edizione, andata in scena venerdì 14 agosto, ha raccolto oltre 200 automobili e ben 22 debutti di costruttori e specialisti. Qui le vetture non sono confinate dietro transenne, e il confine tra passato e futuro diventa volutamente sottile. Le classi speciali del 2026 hanno celebrato il centenario della Route 66, la Ferrari F40, le grandi GT giapponesi, la collezione di Bruce Meyer e soprattutto la Lamborghini Diablo, protagonista della più grande concentrazione dedicata al modello, con 30 esemplari riuniti sul prato.

Alla fine, però, il centro della scena se lo è preso ancora una volta il Cavallino. Il Rolex Circle of Champions Best of Show è andato alla Ferrari 625/250 Testarossa del 1957 appartenente al collezionista americano Bruce Meyer. Una barchetta argentata carrozzata Scaglietti, originariamente commissionata dal distributore e pilota John von Neumann, capace di conquistare 11 vittorie nella stagione 1957 e successivamente equipaggiata con il V12 tre litri della Ferrari 250 Testa Rossa. Meyer ha ricevuto anche un Oyster Perpetual Datejust 36 inciso e la vettura è entrata nel Rolex Circle of Champions.

E l’Italia non si è fermata al premio assoluto. Nella categoria Ferrari F40 ha vinto l’esemplare del 1991 di Greg Whitten, mentre tra “The Great Ferraris” si è imposta la 250 GT Lusso del 1964 di Larry Titchner. Ancora più interessante per gli appassionati italiani è il successo della Fiat Dino Spyder del 1971 di John Burnham nella classe Post-War Sports 1961-1975.

Lamborghini ha avuto un ruolo significativo. La categoria dedicata alla Diablo è stata vinta dalla Diablo SE30 Prototype del 1994 di Curated, mentre una Diablo VT JOTA, sempre del 1994, appartenente alla Caretakers Collection si è aggiudicata il Magneto Editor’s Choice Award.

C’è un aspetto dell’edizione 2026 che merita una riflessione. The Quail è sempre stato affascinante proprio perché diverso da un Salone dell’Auto: niente padiglioni, moquette o chilometriche conferenze stampa, bensì un elegantissimo garden party dove incontrare collezionisti, designer e vertici delle Case davanti a una Ferrari da competizione o a un bicchiere di champagne. Quest’anno, invece, il Quail ha finito per atteggiarsi un po’ a Salone dell’Auto, con 22 appuntamenti definiti “Press Conference”, a partire dalle 8.20 del mattino e con un ritmo che, in alcuni momenti, arrivava sostanzialmente a una presentazione ogni sette minuti. Una liturgia che ricordava l’ormai fu Salone di Ginevra nei suoi anni più congestionati, quando i giornalisti correvano da uno stand all’altro inseguendo una raffica di conferenze. Con una differenza sostanziale: al Quail la stampa non costituisce certo la maggioranza del pubblico.

I veri protagonisti sono collezionisti, clienti e potenziali acquirenti, persone che possono effettivamente staccare un assegno a sei o sette cifre per una delle automobili appena svelate. La rappresentanza italiana dei media, per dare la misura, era ridotta a tre o quattro giornalisti. Sarebbe dunque forse più corretto — e anche più elegante — chiamare questi appuntamenti per ciò che realmente sono: world premiere, reveal o presentazioni, anziché conferenze stampa. Una sfumatura lessicale, certo, ma non irrilevante per un evento che ha sempre fatto dello stile la propria cifra.

La quantità di novità, del resto, giustifica l’idea di un vero Salone dell’Auto all’aria aperta. Fra le più interessanti c’è la McLaren McL 6GT, concept molto vicino alla produzione che recupera idealmente la M6GT di Bruce McLaren e soprattutto riporta a Woking qualcosa che sembrava consegnato alla storia: il cambio manuale, assente su una McLaren stradale dai tempi della F1. Il motore è un V8 e la versione definitiva è prevista per il 2028. Più che nostalgia, è un segnale: nell’epoca dell’elettrificazione e delle trasmissioni fulminee, il lusso può essere anche il piacere deliberatamente inefficiente di scegliere da soli la marcia da inserire, come ha ben interpretato Ferrari con la 12 Cilindri Manuale.

Di tutt’altro segno la Jaguar Type 01, della quale a Monterey sono stati mostrati gli interni. Dopo la controversa rivoluzione stilistica del marchio britannico, finalmente si comincia a capire come quel manifesto possa trasformarsi in automobile. L’abitacolo è organizzato intorno a una sorta di spina centrale, con quattro spazi individuali, seduta bassa e finiture che richiamano l’ottone. Ma l’elemento forse più significativo è ciò che manca: il consueto televisore piazzato al centro della plancia. Jaguar cerca una propria interpretazione del lusso digitale, meno dipendente dalla moltiplicazione dei display e più concentrata su spazio, materiali e teatralità.

All’estremo opposto c’è la Lucid Gravity GT-S, dimostrazione quasi surreale di quanto l’elettrificazione abbia cancellato le vecchie categorie automobilistiche. È un Suv a sette posti, dunque teoricamente un’auto per famiglie, ma dispone di 1.070 CV e accelera da 0 a 60 miglia orarie in 3,1 secondi. La GT-S aggiunge una messa a punto più sportiva delle sospensioni e il retrotreno sterzante, con un prezzo americano indicato in 127.750 dollari. Numeri da supercar di pochi anni fa dentro un mezzo capace di portare genitori, figli, nonni e bagagli.

Anche Acura Nexera Vision guarda avanti, ma attraverso il design. Il concept, dalle proporzioni da coupé e con scenografiche portiere, non viene presentato come un semplice esercizio da salone: anticipa temi formali destinati a passare sui prossimi modelli del marchio premium di Honda. Dopo The Quail, non a caso, la Nexera è approdata anche sul Concept Lawn di Pebble Beach, dove le automobili del futuro cercano una sorta di legittimazione culturale accanto ai capolavori del passato.

Di memoria vive invece la spettacolare Porsche 911 Flachbau RS, realizzata dal programma Sonderwunsch partendo da una 911 GT2 RS. Il muso piatto richiama esplicitamente la Porsche 935/78 “Moby Dick”, ma il punto interessante va oltre l’estetica. Porsche sta trasformando la personalizzazione estrema in un’attività strutturata: non più soltanto scegliere colori, pelli e cuciture, bensì costruire automobili praticamente uniche con la benedizione della Casa madre. L’unicità, insomma, diventa un prodotto industriale.

Per RUF il passato ha un nome preciso: Ehra-Lessien. La nuova Ehra, GT da circa 650 CV, celebra infatti l’impresa della CTR Yellowbird che nel 1987 stabilì proprio sulla pista di prova tedesca uno dei record che contribuirono a costruire il mito della piccola Casa di Pfaffenhausen. Anche qui Monterey mostra una delle tendenze dominanti del lusso automobilistico contemporaneo: non basta vendere prestazioni, bisogna vendere una storia. E possibilmente una storia autentica.

Dopo la Marsien ispirata alle Porsche da rally Parigi-Dakar, Marc Philipp Gemballa ha portato a The Quail la nuova Marsien GT, evoluzione stradale costruita sulla base della Porsche 911 Turbo S della generazione 992.1. La trasformazione comprende circa 1.500 componenti specifici, carrozzeria integrale in fibra di carbonio, aerodinamica attiva e un inedito avantreno a doppi quadrilateri sviluppato con KW Automotive. Il boxer biturbo di 3,7 litri, elaborato da RUF, eroga 830 CV e 930 Nm — con una variante da oltre 900 CV in sviluppo — e permette di raggiungere 330 km/h e accelerare da 0 a 100 km/h in 2,4 secondi. Sarà costruita in appena 30 esemplari, con le prime consegne previste alla fine del 2027.

La Californiana Czinger giocava in casa con la 21C Spyder, declinazione aperta della tecnologica hypercar costruita ricorrendo massicciamente a progettazione computazionale e tecniche produttive avanzate. La Spyder dispone di 1.250 CV, dichiara 330 km/h, sarà costruita in appena 30 esemplari e costa 2,75 milioni di dollari. Cifre quasi astratte, ma perfettamente normali nel microcosmo del Quail, dove la rarità è ormai importante almeno quanto la prestazione.

Ancora più esclusiva la Bugatti Destrier, terza creazione del Programme Solitaire della Casa di Molsheim. Nasce sulla base tecnica della Bolide, mantiene il monumentale W16 da 1.600 CV e un’altezza di circa un metro, ma rinuncia almeno visivamente all’ossessione da circuito per cercare l’eleganza delle grandi Bugatti storiche, con un riferimento dichiarato alla Type 57SC Atlantic. È il coachbuilding del XXI secolo: tecnologia estrema contemporanea vestita con il linguaggio dell’alta sartoria automobilistica.

E poi c’è la Aston Martin Valen, forse una delle dichiarazioni più orgogliosamente controcorrente viste a Carmel. Derivata dalla Vanquish, porta il concetto di hyper-GT a motore anteriore verso territori ancora più esclusivi: V12 biturbo da circa 850 CV, alleggerimento, maggiore presenza sonora e appena 150 esemplari previsti. Il prezzo indicativo parte da 1,5 milioni di sterline. Mentre buona parte dell’industria discute di batterie, software e intelligenza artificiale, Aston Martin risponde con dodici cilindri non elettrificati e una produzione quasi sartoriale.

Per l’Italia il filo conduttore più spettacolare rimane però Lamborghini. Da una parte la nuova Revuelto SV, che porta a circa 1.065 CV la formula del V12 ibrido e interpreta l’elettrificazione come strumento di prestazione; dall’altra le trenta Diablo raccolte sul prato, il più grande schieramento dedicato al modello nella storia del Quail. La Diablo SE30 Prototype del 1994 di Curata ha conquistato la categoria dedicata, mentre una Diablo VT Jota della Caretakers Collection si è aggiudicata il Magneto Editor’s Choice Award.

Dopo il debutto proprio a The Quail del 2024 con la versione Coupé, quasi inevitabile la presenza della Eccentrica V12 Roadster, reinterpretazione italiana della Diablo con carrozzeria aperta in fibra di carbonio, V12 da circa 550 CV e cambio manuale con griglia ad H. Un progetto che dimostra quanto il restomod sia ormai diventato un settore industriale autonomo, nel quale l’Italia può giocare una partita importante mettendo insieme stile, artigianato e competenze meccaniche.

Dopo l’anteprima mondiale a Villa d’Este a maggio, la Vision Bmw Alpina, debutta in Nordamerica a The Quail. Il manifesto con cui Bmw comincia a delineare il futuro di uno dei nomi più affascinanti dell’automobilismo tedesco conserva quella filosofia che per decenni ha distinto le automobili di Buchloe dalle BMW M: prestazioni molto elevate, ma senza l’ossessione della pista, unite a comfort da grande viaggiatrice, cura artigianale dell’abitacolo e una certa aristocratica discrezione. Una formula da intenditori più che da esibizionisti, nella quale velocità e lusso devono convivere senza necessariamente gridarlo. Una sorta di Grand Touring alla tedesca, ora chiamata a sopravvivere al passaggio da piccolo costruttore indipendente a marchio inserito nella galassia Bmw. La sfida sarà precisamente questa: sfruttare le risorse tecnologiche e industriali di Monaco senza perdere quella sottile eccentricità che rendeva immediatamente riconoscibile un’Alpina a chi sapeva cosa stava guardando.

Bmw ha portato a Monterey anche la M Concept Neue Klasse, anticipazione forse più significativa di come cambierà la lettera più celebre di Monaco nell’era elettrica. Dopo la prima mondiale alla 24 Ore di Le Mans, la concept ha debuttato negli Stati Uniti durante la Car Week californiana: quattro motori elettrici e una versione specifica M dell’architettura Neue Klasse, governata dal nuovo supercomputer “Heart of Joy”, chiamato a coordinare propulsione e dinamica del veicolo con una rapidità finora impossibile per i sistemi tradizionali. Più dei numeri, che Bmw prudentemente non ha ancora comunicato, conta il messaggio: la futura M elettrica non vuole limitarsi ad aggiungere cavalli a una BMW a batterie, ma ricostruire attorno al software quella precisione di risposta e quel controllo del telaio che per mezzo secolo hanno definito il marchio Motorsport.

E naturalmente c’è Zenvo, uno dei nomi che meglio rappresentano questa nuova geografia delle hypercar. La Aurora, nelle declinazioni Agil e Tur, mette al centro un V12 6,6 litri quadriturbo sviluppato con Mahle Powertrain, capace di 1.250 CV da solo e di arrivare fino a 1.850 CV con il contributo elettrico. Agil interpreta il lato più radicale e aerodinamico del progetto, Tur quello più stradale e da gran turismo. Non è soltanto una guerra di numeri. Zenvo appartiene a quella generazione di piccoli costruttori che utilizza Monterey per parlare direttamente con una clientela mondiale senza avere bisogno della dimensione industriale dei grandi gruppi. E proprio questo spiega perché The Quail sia diventato così importante.

In fondo il fascino di The Quail sta proprio nella sua apparente contraddizione. È un evento profondamente legato alla conservazione dell’automobile storica e, allo stesso tempo, una vetrina privilegiata per un mercato dell’auto da milioni di euro che non sembra conoscere crisi. Alla fine la vera notizia dell’edizione 2026 potrebbe essere proprio questa. The Quail non è più soltanto uno degli eventi della Monterey Car Week: è diventato, di fatto, uno dei più importanti Saloni dell’Auto di lusso al mondo. Solo che non ha padiglioni, non misura il successo in centinaia di migliaia di visitatori e non cerca il pubblico generalista. Qui una McLaren manuale, una Bugatti da 1.600 CV, una Porsche one-off, una Lamborghini SV o una sconosciuta hypercar da tre milioni di dollari non vengono mostrate a una folla indistinta, ma a poche migliaia di persone accuratamente selezionate. E molte di loro potrebbero comprarle.

Per questo le 22 “Press Conference” suonano quasi come un retaggio terminologico. Il Quail non ha bisogno di imitare Ginevra, Francoforte o Parigi, tanto più che quei Saloni, almeno nella forma in cui li abbiamo conosciuti, sono quasi scomparsi. La sua forza è esattamente l’opposto: trasformare ogni reveal in un incontro fra chi costruisce automobili straordinarie e chi può permettersi di possederle. Forse è proprio questo il nuovo Salone dell’Auto: niente gigantismo, nessuna folla. Solo automobili eccezionali, collezionisti, designer, capitani d’industria e appassionati molto fortunati. E in un mondo dell’auto che cambia con una velocità forse eccessiva, per un giorno Carmel Valley riesce ancora a far convivere senza imbarazzo carburatori e batterie, V12 e motori elettrici, memoria e innovazione. Con una Ferrari, ancora una volta, sul gradino più alto.

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