
Essenzialità enigmatica da The Row, caos astratto per il debutto di Drew Henry da Courrèges, il magico ma realistico scintillio di Dries Van Noten
Al bando gli artifici, lo storytelling, i concetti, i camuffamenti e soprattutto le urgenze ecumeniche, la furia da politologi affamati di proselitismo. A Parigi, come già a Milano, i designer tornano a fare vestiti.
Haider Ackermann, da Tom Ford, va dritto a quello che è stato ed è il principio fondativo del marchio: il desiderio. Lo ha fatto da subito, dalla prima collezione, ma in questa rischia di più, dichiara il sesso a chiare lettere, lo mette nei vestiti: non in come sono portati ma in come sono tagliati.
È un rischio consapevole, ma non compiaciuto. Una sfida, perché oggi mostrare i glutei o offrirsi allo sguardo in modo conscio e libero è assai più periglioso di trent’anni fa, quando Tom Ford aveva il suo apogeo e riscriveva le regole della seduzione, guardando ad Halston.
Il perbenismo dilaga, e Ackermann evoca quel momento senza replicarlo, giocando con la precisione del taglio, con la ricchezza della materia e del colore, con il contrappunto di controllo e abbandono. La prova è tesa, drammatica, ma tutto il racconto è retto dagli abiti, immaginati come possibilità che si attiveranno poi sui corpi veri, quando il desiderio diventerà concreto.
Dopo anni di giapponismi, volumi monastici e astrazioni protestanti, da The Row, Ashley e Mary-Kate Olsen arrivano al grado zero della riduzione, a una sorta di banalità extralusso, di snobismo all’inverso. Quel che mandano in passerella, nelle stanze altrettanto strippate a nudo della magione patrizia che è la loro sede nel cuore augusto della città, addosso a modelle senza trucco e con i capelli al naturale, belle copie di passanti viste nei quartieri alti di qualsiasi città dell’occidente ricco, sono abiti che le clienti di The Row hanno già tutte nell’armadio, dai trench e le canotte per le spedizioni in città agli esotismi minimi e i centrini come mantelline raccolti nei numerosi viaggi e vacanze in giro per il mondo. Tutto è insieme perfetto e già visto, inapparente e preziosissimo. Mentre i conglomerati del lusso scelgono la via del messaggio plateale, The Row opta per il silenzio e l’enigma, e una idea assai escludente di antimoda come normalità assoluta.
Da Courrèges, il debutto di Drew Henry alla direzione creativa è un vero reset: via gli echi degli anni sessanta, i sentori galattici, le linee scattanti e i materiali plastici o vinilici, arriva un caos astratto di forme e di colori dal sapore in qualche modo realistico, al netto di copricapi colorati pescati in archivio. Capi messi insieme come a caso, giocando, senza dover dare spiegazioni o giustificazioni. È la sprezzatura alla Phoebe Philo, fata madrina di una intera generazione di designer, con la quale Henry ha in effetti lavorato, da Céline e sulla di lei linea eponima.
Il limite è proprio qui: Henry chiarisce di voler carpire l’energia dirompente e lo sguardo sulle nuove generazioni di André Courrèges, insomma l’intento, che è cosa buona e giusta, ma alla fine produce una lingua già vista, paradossalmente generica. Ma è un debutto, e questo impone clemenza. Con un caveat immediato; meno Phoebe, più gioco e gli uomini con gli abiti a trapezio de trop e poco necessari, quindi meglio evitare.
La realtà, da Dries Van Noten, è sempre spruzzata di magia, ammantata di scintillio, imbevuta di colore pittorico, su un sostrato belga, però, che manda in frantumi ogni glassa zuccherina e si traduce in vestiti veri, giusto qualche determinante millimetro fuori registro.
Questa stagione lo scintillare è pervasivo: Julian Klausner, il capace direttore creativo, si confronta con la nozione di glamour, e con la allure cinematografica che spesso lo accompagna. La collezione disegna un affascinante caleidoscopio femminile di aspiranti attrici e star fuori servizio che, dopo una giornata sul set, tornano alla realtà. Questa condizione di passaggio, unita a un approccio ingenuo e istintivo all’atto di mettere insieme i vestiti, si traduce in una visione di glamour giusto un po’ sfatta, non perfettamente tenuta insieme – come la vita, infatti. Tra stampe come poster di film fittizi, spille e gioielli sbrilluccicanti e motivi cocktail, è un Dries paradigmatico, fresco, vero.
Da Balmain, infine, Antonin Tron torna al paradigma di Christophe Decarnin, autore del primo rilancio della maison negli anni zero: parecchio sexy, ma senza artifici, senza le sovrastrutture della seduzione per forza. La sua mano però è più angolosa, a volte più pesante, ma paradossalmente meno apparente. Insomma, il lavoro si apprezza ma non lascia un segno netto, in una direzione o nell’altra. Però, va lodata la scelta di non trasformare la seduzione in camp o sex club, ma di mantenerla, pur nei limiti della fantasia modaiola, in un ambito di realtà.
Articolo precedente
«LIBERE!» La storia delle donne in 50 fotografie

