
Jay Clayton avrà 120 giorni per valutare rischi e opportunità dei sistemi più avanzati. Sullo sfondo la competizione con Pechino, il ruolo del Pentagono e il rapporto con le big tech
«The risk of not being first is high», «il rischio di non arrivare primi è alto». Jay Clayton non ha avuto bisogno di molte parole per spiegare il compito che Donald Trump gli ha appena affidato. Da agosto dirige l’intelligence degli Stati Uniti. Ora dovrà anche guidare la Super Intelligence Force, la nuova task force della Casa Bianca sull’intelligenza artificiale (IA). E quando il Wall Street Journal gli ha chiesto perché fosse necessaria, Clayton ha indicato soprattutto ciò che accadrebbe qualora l’America perdesse la corsa: aumenterebbero i rischi, «soprattutto da parte dei nostri avversari».
Il presidente gli ha dato 120 giorni per capire se Washington sia attrezzata per una tecnologia che la sua amministrazione vuole sviluppare più rapidamente dei concorrenti, portare dentro l’apparato militare e di intelligence ed esportare agli alleati, cercando allo stesso tempo di contenerne i rischi senza costruire un sistema di regole che rallenti le aziende Usa. Clayton dovrà esaminare vulnerabilità, attacchi informatici e altri incidenti legati ai sistemi più avanzati e proporre come rafforzare la risposta federale.
Insieme a lui guideranno la task force Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission, Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la Ricerca e l’Ingegneria e chief technology officer del Pentagono, e Scott Kupor, direttore dell’Office of Personnel Management. Del gruppo fanno parte anche il vicepresidente JD Vance e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. David Sacks, il venture capitalist scelto da Trump all’inizio del secondo mandato per occuparsi di intelligenza artificiale, resterà come consigliere esterno.
Clayton, 60 anni, è diventato il nono Director of National Intelligence il 3 agosto. Avvocato con una lunga carriera a Wall Street, presidente della Securities and Exchange Commission durante il primo mandato di Trump e poi procuratore federale per il Southern District of New York, è oggi uno dei principali consiglieri del presidente per la sicurezza nazionale.
La Super Intelligence Force lavorerà attraverso i poteri già attribuiti alle diverse amministrazioni federali. Nei prossimi 120 giorni dovrà valutare se gli strumenti a disposizione di Washington siano adeguati ai rischi posti dai sistemi più avanzati e indicare dove vadano eventualmente rafforzati.
Trump la definisce una «corsa» almeno dal luglio 2025, quando la Casa Bianca pubblicò «Winning the AI Race», oltre novanta azioni federali per accelerare l’innovazione, costruire le infrastrutture necessarie e portare tecnologia e standard americani sui mercati internazionali. «Whoever has the largest AI ecosystem will set global AI standards», si legge nel piano. Chi controllerà l’ecosistema più grande stabilirà gli standard globali e ne ricaverà, secondo la Casa Bianca, vantaggi economici e militari.
Per costruire quell’ecosistema non bastano i modelli sviluppati da OpenAI, Google, Anthropic o xAI. Servono semiconduttori, data center, elettricità, reti, capitali e accesso ai mercati. Il piano incarica i dipartimenti del Commercio e di Stato di lavorare con l’industria per offrire agli alleati pacchetti americani «full-stack». Vale a dire hardware, modelli, software, applicazioni e standard.
«If we don’t, then China will easily catch us in the AI race», «se non lo facciamo, la Cina ci raggiungerà facilmente nella corsa all’intelligenza artificiale», avvertiva Trump due anni fa mentre preparava l’offensiva contro le leggi statali considerate troppo restrittive. L’ordine firmato pochi giorni dopo incaricò il dipartimento di Giustizia di creare una task force per contestare le norme incompatibili con la politica federale e chiese un quadro nazionale «minimally burdensome», «il meno oneroso possibile». Washington puntava a impedire che regole diverse da Stato a Stato imponessero alle aziende una rete crescente di obblighi proprio mentre la Casa Bianca chiedeva loro di accelerare.
Di recente, il presidente ha sostenuto che gli Stati Uniti siano circa diciotto mesi avanti rispetto alla Cina nell’intelligenza artificiale e ha respinto l’idea di rallentarne lo sviluppo per ragioni di sicurezza. Farlo, ha detto, significherebbe rischiare di perdere quel vantaggio su Pechino.
Il 5 giugno Trump ha ordinato di accelerare l’impiego dell’intelligenza artificiale «nelle attività di intelligence e nelle operazioni militari». Il memorandum presidenziale sulla sicurezza nazionale chiede di facilitare l’accesso ai modelli più avanzati e di costruire infrastrutture di calcolo ad alta sicurezza capaci di farli funzionare su larga scala. Tra i destinatari, il Director of National Intelligence, il direttore della Cia, l’Fbi e i vertici della Difesa. L’obiettivo dichiarato è conservare la «superiorità tecnologica» americana sugli avversari e sui concorrenti strategici.
Per i rischi che nascono dentro le aziende, Trump ha scelto finora una strada diversa. Nvidia, SpaceX, OpenAI, Anthropic, Meta e Google hanno sottoscritto alla Casa Bianca un accordo che le impegna a rafforzare i controlli interni, sottoporre i propri sistemi a verifiche indipendenti e proteggerli da accessi non autorizzati e attacchi. L’adesione è volontaria e non sono previste sanzioni specifiche per chi non rispetta gli impegni. Il presidente ha definito l’accordo «morally binding», «moralmente vincolante».
Il 73% degli americani intervistati in un sondaggio Reuters/Ipsos di settembre riteneva che le aziende tecnologiche non stessero facendo abbastanza per impedire che l’intelligenza artificiale producesse gravi danni alla società. Il 55% considerava positivo rallentarne lo sviluppo per lavorare sulla sicurezza. Lo Studio Ovale continua invece a spingere sull’acceleratore, lasciando alle aziende una parte sostanziale dei controlli e affidando ora alla Super Intelligence Force il compito di valutare se gli strumenti a disposizione del governo siano sufficienti.
Intanto, la corsa che Trump vuole vincere non si chiama più intelligenza artificiale. Dal 29 settembre, nei documenti dell’esecutivo americano, «Artificial Intelligence» deve lasciare il posto a «Super Intelligence». L’Executive Order 14434 impone a dipartimenti e agenzie federali, nei limiti consentiti dalla legge, di utilizzare «SI» al posto di «AI» nella corrispondenza ufficiale, sui siti e nei rapporti. Settant’anni dopo la nascita dell’espressione «artificial intelligence», sostiene la Casa Bianca, le capacità raggiunte dalla tecnologia l’avrebbero resa ormai inadeguata.
Non è però cambiata la tecnologia che il diritto americano mette dietro quelle parole. Lo stesso ordine stabilisce che «Super Intelligence», almeno per ora, continui a indicare i sistemi già compresi nella definizione federale di «artificial intelligence». Né il decreto sostiene che gli Stati Uniti abbiano raggiunto quella superintelligenza che nel dibattito scientifico indica, in genere, sistemi capaci di superare le capacità cognitive umane. La definizione dovrà inseguire il nome. Entro sessanta giorni il consigliere presidenziale per la Scienza e la Tecnologia dovrà proporne una nuova e indicare quali modifiche legislative siano necessarie per introdurla nel diritto federale.
Per ora Washington ha una Super Intelligence Force, un Director of National Intelligence incaricato di guidarla e un governo che deve chiamare «Super Intelligence» ciò che la legge continua a definire «artificial intelligence».
Articolo precedente
Nba Europe al bivio: martedì l’incontro con Eurolega sul progetto Usa

