Trump: «D-Day economico contro l’Iran». Ma sulle nuove sanzioni è scontro con la Cina

Il presidente americano: «Tutti i Paesi devono collaborare all’isolamento di Teheran». Pechino, principale acquirente del petrolio iraniano: «Serve soluzione diplomatica»

Per piegare l’Iran, Donald Trump ha deciso di scatenare «una guerra economica e un isolamento senza precedenti». Quasi sei mesi di attacchi militari e il blocco imposto dalle forze Usa ai porti iraniani non sono riusciti a ottenere la resa e nemmeno la disponibilità del regime di Teheran a negoziare un accordo di pace: la frustrazione e la mancanza di risultati hanno costretto il presidente americano a cambiare strategia con una minaccia che punta a tagliare ogni canale economico verso l’esterno dell’Iran, rafforzando drasticamente le sanzioni.

«Qualsiasi Paese che consenta alle proprie istituzioni finanziarie, aziende, aeroporti o enti governativi di fornire qualsiasi tipo di ancora di salvezza all’Iran dovrà affrontare enormi conseguenze economiche», ha scritto Trump sui social, annunciando la svolta. Mentre i costi del conflitto aumentano, le scorte di missili si riducono, e i cittadini americani (anche quelli della base Maga che ha votato per il tycoon) manifestano sempre più chiaramente il loro dissenso per la guerra in Medio Oriente.

Immediata la risposta del regime di Teheran. «Insistere su politiche fallimentari non farà altro che portare a ulteriori sconfitte e all’inimicizia degli iraniani», ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi «Il cosiddetto D-Day economico, annunciato da Trump, è solo un diversivo dalla crisi americana: un debito senza precedenti e costi degli interessi in rapida crescita», ha aggiunto Araghchi aggiungendo che «il terrorismo economico statunitense minaccia l’economia globale e la sovranità mondiale».

Trump non ha chiarito quali altre sanzioni economiche saranno adottate contro un regime messo sotto controllo da quasi mezzo secolo, ovvero dalla Rivoluzione Islamica del 1979. Tutti i Paesi – secondo le nuove direttive americane – dovranno bloccare con più attenzione l’accesso dell’Iran a uffici di cambio, trasferimenti di denaro, linee di swap, registri navali, società di copertura e canali per le esportazioni di petrolio.

La Casa Bianca richiama dunque all’ordine gli alleati, che dovranno affiancare gli Usa nella «guerra economica», dopo avere rifiutato di farsi coinvolgere nel conflitto: «È giunto il momento che i nostri alleati e il resto del mondo prendano una decisione: o siete con noi o contro di noi», ha affermato il segretario al Tesoro Scott Bessent.

Ma per rendere efficace «l’isolamento» dovrà arrivare inevitabilmente allo scontro con i partner della Repubblica islamica: l’India, la Turchia, gli Emirati Arabi. E soprattutto la Cina, il maggiore acquirente di petrolio dell’Iran, che negli ultimi dieci anni ha creato un sistema di raffinerie dedicate al greggio in arrivo dai porti iraniani, regolando le transazioni in un circuito chiuso in yuan, attraverso una catena di banche e intermediari difficili da tracciare, e senza una significativa esposizione verso gli Usa.

E infatti la Cina ha risposto subito alle affermazioni di Washington. «Le sanzioni e le pressioni economiche sull’Iran non aiuteranno a risolvere i problemi», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante una conferenza stampa ufficiale. «La Cina – ha aggiunto – esorta tutte le parti coinvolte ad adottare misure responsabili e a risolvere la questione attraverso il dialogo politico e i canali diplomatici».

Dall’inizio della guerra, Washington ha già sanzionato diverse raffinerie e aziende cinesi. Finora, tuttavia, gli Stati Uniti si sono astenuti dal colpire le principali banche cinesi che finanziano gli scambi commerciali. Ora i piani americani per colpire l’Iran più duramente rischiano di complicare anche il tentativo di Trump di estendere la tregua sui dazi con il presidente Xi Jinping, che visiterà gli Stati Uniti il mese prossimo.

Arrivare a una soluzione del conflitto è sempre più urgente per Trump: il continuo aumento dei prezzi, dovuto alle tensioni in Medio Oriente e alla chiusura di Hormuz, sta pesando sulla campagna dei repubblicani che rischiano di perdere il controllo del Congresso nelle elezioni di Midterm di novembre. Ma difficilmente la nuova «guerra economica» di Trump potrà dare risultati in pochi mesi.

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