Trump stringe la morsa sulla Corte penale internazionale: sanzionata anche la presidente Akane

Sanzioni ai magistrati, minacce all’istituzione e pressioni sugli Stati membri: in un anno e mezzo la Casa Bianca ha allargato il fronte dello scontro con l’Aia

Prima i procuratori, poi i giudici. Ora la presidente. Donald Trump ha imposto sanzioni a Tomoko Akane, giudice giapponese alla guida della Corte penale internazionale (Cpi), portando fino al vertice dell’istituzione dell’Aia l’offensiva avviata con il suo ritorno alla Casa Bianca. Una battaglia nata attorno ai procedimenti su Israele e alla vecchia inchiesta sull’Afghanistan e diventata, nel giro di un anno e mezzo, uno scontro aperto sui confini della giurisdizione della Corte.

Per Akane l’ingresso nella lista nera del Tesoro americano significa il congelamento degli eventuali beni sotto la giurisdizione Usa, ma soprattutto il rischio di essere tagliata fuori da una parte del sistema finanziario internazionale. Il peso delle sanzioni, infatti, supera i confini americani: banche, circuiti di pagamento e società con interessi negli Stati Uniti possono interrompere i rapporti con le persone colpite per evitare di esporsi a loro volta.

A finire nel mirino è proprio la magistrata che negli ultimi mesi ha denunciato con maggiore forza il rischio che la pressione americana comprometta l’indipendenza e il funzionamento della Cpi. Tutto era cominciato poche settimane dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, quando il presidente aveva firmato l’Executive Order 14203, accusando la Corte di azioni «illegittime» contro Stati Uniti e Israele e autorizzando sanzioni contro chi partecipasse a indagini o procedimenti nei confronti di cittadini americani o di Paesi alleati non aderenti allo Statuto di Roma.

Il primo bersaglio fu Karim Khan, allora procuratore capo della Cpi, che aveva chiesto i mandati d’arresto – poi spiccati – contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi a Gaza.

Ma Gaza è soltanto una parte della storia. Nel 2020 la Cpi aveva autorizzato un’indagine sui presunti crimini commessi durante il conflitto in Afghanistan, comprendendo anche possibili responsabilità del personale statunitense. Un precedente che aveva riacceso un timore radicato nella politica americana da ben prima di Trump: che un tribunale internazionale al quale Washington non ha mai aderito potesse giudicare cittadini Usa.

È questo il cuore giuridico dello scontro. Gli Usa non fanno parte dello Statuto di Roma, così come Israele, Russia e Cina, e contestano che la Cpi possa esercitare la propria giurisdizione sui loro cittadini senza consenso. La Corte sostiene invece di poterlo fare, in determinate circostanze, quando i presunti crimini sono stati commessi sul territorio di uno Stato che ne riconosce l’autorità.

Con il secondo mandato Trump ha trasformato questa storica diffidenza in un’offensiva sistematica. Dopo Khan sono stati sanzionati i giudici Solomy Balungi Bossa, Luz del Carmen Ibáñez Carranza, Reine Alapini-Gansou e Beti Hohler, per decisioni legate all’Afghanistan e al procedimento su Israele. Poi è toccato ai giudici Kimberly Prost e Nicolas Yann Guillou, ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang e, infine, a Gocha Lordkipanidze ed Erdenebalsuren Damdin.

A quel punto, però, lo scontro aveva già cambiato natura. Washington non puntava più soltanto a colpire i singoli magistrati, ma a restringere il raggio d’azione della Corte. L’amministrazione chiedeva lo stop ai procedimenti contro i leader israeliani, la chiusura definitiva del dossier sul personale americano in Afghanistan e garanzie contro possibili azioni future nei confronti di Trump e di altri funzionari statunitensi. Sullo sfondo, una minaccia ancora più pesante: sanzionare direttamente la Cpi.

Una misura del genere avrebbe potuto colpire la macchina stessa della Corte, dai rapporti con le banche al pagamento degli stipendi, fino ai contratti con i fornitori. La forza delle sanzioni americane, del resto, sta proprio nella loro capacità di produrre effetti fuori dagli Stati Uniti: la centralità del dollaro e del mercato Usa induce banche e aziende straniere a evitare i soggetti colpiti pur di non mettere a rischio i propri rapporti con Washington.

Nel frattempo, l’offensiva è diventata anche diplomatica. A luglio il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato l’intenzione di spingere altri Paesi a prendere le distanze dalla Cpi, sostenendo che in futuro nel mirino della Corte potrebbero finire militari americani e funzionari coinvolti nelle politiche migratorie o nelle operazioni contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga.

Il timore riguarda anche i vertici dell’amministrazione. Trump ha negato che la campagna contro la Cpi serva a proteggere se stesso, indicando nella difesa di Netanyahu e di altri esponenti israeliani il suo obiettivo principale. Washington punta però anche a scongiurare che in futuro il presidente o altri funzionari americani possano essere chiamati a rispondere davanti alla Corte per operazioni condotte dagli Stati Uniti all’estero. Al momento non esiste alcun procedimento della Cpi contro Trump.

La battaglia è arrivata anche nei tribunali americani. A giugno tre giudici della Corte hanno fatto causa a Trump e alla sua amministrazione, sostenendo che le sanzioni siano illegittime e mirino a punirli per le loro decisioni.

E per la Cpi il momento è già delicato. Burkina Faso, Mali e Niger hanno avviato le procedure per lasciare lo Statuto di Roma, mentre Washington cerca apertamente di convincere altri Paesi a prendere le distanze dall’Aia.

Resta, infine, una contraddizione che attraversa da tempo il rapporto tra Washington e la giustizia internazionale. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma e contestano la giurisdizione della Cpi sui propri cittadini. Questo, però, non ha impedito loro di sostenerne l’azione quando coincideva con i propri interessi, come nel caso delle indagini sui crimini commessi durante l’invasione russa dell’Ucraina.

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