Trump: «Subito i colloqui con Teheran», ma il regime iraniano lo smentisce

Per il presidente Usa è «l’ultima possibilità prima della decapitazione» dell’Iran. Gli ayatollah ribattono: «Non invieremo i nostri negoziatori, le uniche trattative in corso sono quelle con l’Oman su Hormuz»

Il regime di Teheran smentisce Donald Trump, e non è la prima volta. «Non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti e non sono previsti incontri. L’Iran non ha intenzione di ospitare delegazioni straniere o inviare negoziatori all’estero nei prossimi giorni», ha affermato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei. «Tutti i negoziatori iraniani – ha aggiunto Baghaei – si trovano attualmente nel Paese, ad eccezione del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in pellegrinaggio in Iraq. Gli unici colloqui in corso, sono quelli con l’Oman sulla gestione di Hormuz».

Nel fine settimana, Trump aveva ripetuto uno schema già sperimentato, senza risultati, negli ultimi cinque mesi di guerra. Sabato aveva minacciato «nuovi, massicci attacchi» contro l’Iran, addirittura «il più grande attacco militare dalla Seconda Guerra Mondiale». Domenica aveva fatto marcia indietro, su richiesta dei Paesi del Golfo, «per concedere più tempo – così hanno spiegato dalla Casa Bianca – ai negoziati sulla riapertura del traffico nello Stretto di Hormuz».

«Eravamo pronti a partire, ma quando gli alleati hanno chiesto di annullare tutto, non si poteva che rispondere: Beh, vediamo», aveva dichiarato il presidente americano, aprendo ai «colloqui immediati» con l’Iran. «Preferirei raggiungere un accordo? Non ho intenzione di uccidere nessuno. Ora stiamo parlando con loro», aveva detto ancora Trump a bordo dell’Air Force One domenica, senza specificare il luogo o i partecipanti alle trattative.

Ma ieri il governo di Teheran ha smentito, senza mezzi termini, che ci siano colloqui in corso con gli Stati Uniti. E The Donald non ha mancato di mostrare tutta la sua rabbia e la sua frustrazione. «L’Iran dovrà scegliere tra accordo o resa totale», ha affermato su Truth Social per poi vantare il controllo sui porti iraniani: «In Iran non arriva nulla, a meno che non lo vogliamo noi, e nulla arriverà, a meno che non si giunga a un accordo o a una resa totale. Che l’Iran voglia ammetterlo o meno, stiamo, di fatto, parlando di una soluzione a un problema che loro stessi hanno causato, per decenni», ha detto in riferimento al programma nucleare degli ayatollah.

Trump ieri ha poi attaccato nuovamente la leadership iraniana definita «incredibilmente ipocrita», ha vantato il controllo dalla Marina degli Stati Uniti su Hormuz, e ha insistito sui negoziati. «Voglio dare loro un’ultima possibilità prima della decapiazione. Lo Stretto di Hormuz – ha detto dallo Studio Ovale – potrebbe essere aperto letteralmente entro domani. Lo saprete presto, le cose andranno rapidamente in un senso o nell’altro. Non è una questione molto complessa. La prima fase è l’apertura dello stretto. La seconda sarà la denuclearizzazione, ci vorrà un po’ di tempo, ma siamo molto determinati su questo».

L’operazione Epic Fury lanciata dagli Usa e da Israele contro l’Iran è entrata nel sesto mese, e si trascina tra minacce e trattative quasi inesistenti. Mentre Pakistan e Svizzera continuano a tentare una mediazione, il regime iraniano ha pubblicamente respinto ogni negoziato dopo il fallimento del memorandum d’intesa con Washington, firmato a giugno per garantire una tregua durata poche settimane.

Le ripetute escalation statunitensi sono state seguite da risposte iraniane altrettanto intense contro le forze statunitensi nella regione, gli alleati arabi del Golfo e le navi mercantili, concludendosi ogni volta con un passo indietro di Trump. «Non vogliamo un allargamento delle tensioni, ma agiremo con forza per difendere la nostra sicurezza, i nostri interessi e la nostra integrità territoriale». ha detto il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian alla tv.

Il controllo di Hormuz resta cruciale, per la fine della guerra e per le forniture globali di petrolio e gas, mentre il traffico navale rallenta anche attraverso lo Stretto di Bab al Mandeb, un’altra rotta strategica per l’energia, a causa del blocco messo in atto degli Houthi yemeniti (vicini all’Iran) per colpire i porti dell’Arabia Saudita. Secondo gli analisti della società Kpler, da quando alla fine di luglio Riyad è entrata direttamente in guerra al fianco degli Usa, solo due petroliere cariche di petrolio saudita hanno attraversato lo Stretto che lo Stretto che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

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