
Il presidente promette di ampliare i reati punibili con la pena capitale. Il Tennessee sospende le esecuzioni dopo il caso Pike, mentre una sentenza della Corte Suprema del 2008 lascia aperto il nodo dei grandi narcotrafficanti
Mentre il Tennessee cerca di capire come sia stato possibile somministrare due volte l’iniezione letale a una condannata senza riuscire a ucciderla, Donald Trump promette di allargare la pena di morte negli Stati Uniti. «La approveremo per i grandi trafficanti di droga, per i trafficanti di esseri umani e per chiunque uccida un agente di polizia», ha detto la sera di venerdì 3 ottobre a Mobile, in Alabama.
Christa Pike, 50 anni, è stata condannata per aver partecipato alla tortura e all’omicidio nel 1995 di Colleen Slemmer, 19 anni. Il 30 settembre è sopravvissuta a due somministrazioni di pentobarbital ed è stata trasferita in ospedale in condizioni critiche. È il secondo tentativo di esecuzione fallito in Tennessee dall’inizio dell’anno: a maggio quello di Tony Carruthers era stato interrotto dopo circa un’ora e mezza passata a trovare un accesso venoso. Il governatore repubblicano Bill Lee ha quindi sospeso le esecuzioni per il resto del 2026 e disposto una revisione indipendente. Frank Strada, commissario del Department of Correction, lascerà l’incarico entro il mese di ottobre.
Per trasformare l’annuncio in legge Trump avrà bisogno del Congresso. La pena di morte è già prevista a livello federale per alcuni dei reati citati dal presidente, in circostanze specifiche. A Mobile, però, il tycoon ha parlato più genericamente di «grandi trafficanti di droga», senza fare riferimento all’uccisione di una persona e senza dettagliare la proposta.
Sono anni, d’altronde, che l’idea solletica l’inquilino dello Studio Ovale. Già durante il primo mandato aveva invocato la pena capitale per i grandi narcotrafficanti, citando i Paesi asiatici che puniscono con la morte il traffico di droga. A luglio 2020 fu proprio la sua amministrazione a far ripartire le esecuzioni federali dopo diciassette anni di stop: nei sei mesi successivi furono messe a morte 13 persone, fino agli ultimi giorni prima dell’insediamento di Joe Biden.
Biden fermò le esecuzioni e commutò in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale 37 delle 40 condanne a morte federali. A Trump bastarono poche ore per invertire nuovamente la rotta. Il 20 gennaio 2025, nel giorno del ritorno alla Casa Bianca, firmò un ordine esecutivo per ripristinare pienamente la pena capitale federale e chiese al procuratore generale di perseguirla nei casi consentiti dalla legge, a partire dagli omicidi degli agenti delle forze dell’ordine. Nello stesso documento gli affidò anche il compito di cercare casi attraverso i quali contestare i precedenti della Corte Suprema che ne limitano l’applicazione.
Ad aprile il dipartimento di Giustizia ha revocato la moratoria sulle esecuzioni federali e ripristinato il protocollo con il pentobarbital già utilizzato durante la prima amministrazione Trump. Sul tavolo sono tornati anche altri metodi consentiti dalla legge, compreso il plotone d’esecuzione, mentre il Dipartimento ha accelerato l’esame dei casi nei quali può essere chiesta la pena capitale e annunciato una proposta legislativa da presentare al Congresso.
È qui che entra in gioco la Corte Suprema. Nel 2008 i giudici si trovarono davanti al caso di Patrick Kennedy, condannato a morte in Louisiana per lo stupro della figliastra di otto anni. La bambina era sopravvissuta. Con cinque voti contro quattro, la Corte annullò la condanna e stabilì che, per un reato contro la persona, la pena capitale non poteva essere inflitta quando la vittima non era stata uccisa.
Il caso Kennedy v. Louisiana, tuttavia, non riguardava i reati contro lo Stato e i giudici citarono espressamente, tra quelli sui quali non intendevano pronunciarsi, tradimento, spionaggio, terrorismo e «drug kingpin activity» («attività dei grandi narcotrafficanti»). Quella precisazione non autorizzava la pena di morte per un narcotrafficante che non avesse ucciso nessuno, lasciava semplicemente la questione fuori dalla sentenza.
Da allora quel limite non è stato messo alla prova. Una legge che introducesse la pena capitale per i grandi narcotrafficanti indipendentemente da un omicidio potrebbe riportare la questione davanti alla Corte Suprema, mentre l’amministrazione Trump cerca nuovi casi con cui contestare i precedenti che limitano l’applicazione della pena di morte.
Nel 2025, negli Stati Uniti, le esecuzioni sono state 47, contro le 25 del 2024. Al 29 settembre di quest’anno erano 29 in sei Stati. A maggio il 52% degli americani considerava la pena di morte moralmente accettabile, secondo Gallup, quattro punti in meno rispetto all’anno precedente.
Per il Tennessee, quello di Pike è anche un ritorno al passato. Nel 2022 Bill Lee aveva sospeso le esecuzioni dopo che un’indagine indipendente aveva riscontrato ripetute violazioni delle procedure, compresi i controlli sui farmaci utilizzati per le iniezioni letali. Lo Stato riscrisse il protocollo e alla fine del 2024 scelse il solo pentobarbital, il farmaco somministrato due volte a Pike senza successo. I suoi avvocati sostengono che gli accessi endovenosi non abbiano funzionato correttamente e che parte della sostanza sia finita nei tessuti. Il Department of Correction afferma che il protocollo sia stato rispettato. Ora toccherà all’indagine ordinata dal governatore stabilire che cosa sia accaduto. Fino ad allora, in Tennessee non verrà giustiziato nessuno. A Washington, però, Trump lavora per allungare la lista di chi potrebbe esserlo.

