Tumore al seno: l’impatto già prima della diagnosi, ecco perché la psico-oncologia è utile

Il Mese Rosa è anche un’occasione per riflettere su un aspetto meno visibile della malattia: il peso delle parole con cui viene raccontata e la qualità delle relazioni che accompagnano chi la attraversa

L’impatto psicologico del tumore al seno può iniziare ben prima di una diagnosi. Può farsi sentire già di fronte all’invito a effettuare una mammografia di controllo, quando la paura del risultato porta a rimandare l’esame, e può accompagnare una donna lungo tutto il percorso di cura, influenzando anche il modo in cui guarda il proprio corpo e torna a riconoscersi allo specchio. Il Mese Rosa, che ogni ottobre richiama l’attenzione sulla prevenzione del tumore al seno, è anche un’occasione per riflettere su un aspetto meno visibile della malattia: il peso delle parole con cui viene raccontata e la qualità delle relazioni che accompagnano chi la attraversa.

La metafora della battaglia ricorre spesso nei discorsi sul tumore. Si parla di persone che lottano, combattono, vincono o perdono. Per alcune donne questo linguaggio può trasmettere energia e determinazione; per altre può diventare un peso ulteriore. Se guarire significa “vincere”, infatti, un esito negativo rischia implicitamente di essere associato all’idea di non aver combattuto abbastanza. La malattia, però, non è una prova di forza e il suo decorso non dipende dalla capacità di essere forti o positivi.

Anche le parole della rassicurazione richiedono attenzione. Frasi come “vedrai che non è niente” o “andrà tutto bene” nascono dal desiderio di proteggere, ma nessuno può garantire quale sarà l’esito. Rassicurare non significa promettere che tutto andrà bene, ma offrire informazioni comprensibili e far sentire alla persona che non dovrà affrontare da sola ciò che verrà.

Un passaggio delicato è il tempo dell’attesa tra un esame e l’esito. L’ansia nasce dalla paura di una possibile diagnosi e l’incertezza riduce temporaneamente la sensazione di controllo e lascia aperti molti scenari, che la mente tende a percorrere talvolta in modo ripetitivo. Per questo la comunicazione dei risultati è parte del processo di cura. Leggere da soli un referto, magari scritto in un linguaggio tecnico, non equivale a ricevere e comprendere quell’informazione all’interno di una relazione con un professionista.

Una quota di preoccupazione in questi momenti è comprensibile e non va automaticamente trasformata in un problema clinico. Può essere utile mantenere, per quanto possibile, le proprie abitudini, limitare la ricerca di informazioni online e parlare con persone capaci di ascoltare senza minimizzare. Anche sapere quando arriverà il referto, come verrà comunicato e a chi rivolgersi per chiarimenti aiuta a ridurre l’incertezza.

Non esiste una reazione psicologica universale alla malattia oncologica. La stessa diagnosi può assumere significati diversi a seconda dell’età, della fase della vita, delle relazioni, dei riferimenti culturali e della propria storia personale. Nel tumore al seno, inoltre, gli effetti delle terapie possono incidere sull’immagine corporea, sulle relazioni e sulla sessualità. Nelle prime sono soprattutto le cure ad occupare il centro delle preoccupazioni. Con il tempo, però, le cicatrici, la perdita dei capelli, le variazioni di peso e gli altri cambiamenti legati ai trattamenti possono incidere sul modo in cui una donna percepisce il proprio corpo, si riconosce e torna a stare in relazione con gli altri.

In questo percorso la psico-oncologia ha un ruolo importante: integra la dimensione psicologica nel percorso di cura, accompagnando la persona nei diversi momenti della malattia, dalla diagnosi ai trattamenti e anche nella fase successiva alle cure. Lo psicologo può contribuire a riconoscere precocemente le situazioni di maggiore vulnerabilità, sostenere l’adattamento alla malattia e ai cambiamenti del corpo e accompagnare, quando necessario, anche partner e familiari.

La rete affettiva rappresenta infatti una risorsa fondamentale, purché la vicinanza non si trasformi in una prescrizione emotiva. “Devi essere forte” o “devi pensare positivo” sono frasi pronunciate per incoraggiare, ma possono comunicare che paura, tristezza o rabbia siano reazioni inopportune, da nascondere. Non esiste un modo giusto di reagire a una diagnosi oncologica e la malattia coinvolge anche chi sta accanto alla persona, che può sperimentare a sua volta paura, fatica e difficoltà di adattamento.

Prendersi cura di una donna con un tumore al seno vuol dire quindi considerare non soltanto la malattia, ma anche la dimensione psicologica e relazionale che accompagna l’intero percorso che non termina necessariamente con la fine dei trattamenti, ma prosegue nel tempo necessario per ritrovare un equilibrio, ricostruire un contatto con il proprio corpo e tornare alla propria vita.

* Presidente Ordine degli Psicologi della Lombardia, Ordinaria di Psicologia Dinamica in Università Vita-Salute San Raffaele e Coordinatrice del Servizio di Psicologia Clinica e della Salute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, dove è anche Responsabile del Programma “Salute allo Specchio”

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