
L’aumento della rischiosità delle società del settore è in lieve diminuzione (al 4,5%), ma ben al di sopra della media nazionale (3,3%)
Un settore che da almeno due anni cresce in maniera robusta in termini di mercato ma che, nonostante questo, mantiene alcune fragilità di fondo per quanto riguarda il profilo del rischio creditizio e commerciale, che rimangono su livelli stabili ma sensibilmente superiori alla media delle imprese italiane.
Alla vigilia dell’ultimo fine settimana di agosto – con tre giorni contrassegnati da “bollino nero” sulle strade del Paese dove, secondo l’Osservatorio mobilità stradale Anas, da oggi a domenica saranno in movimento oltre 25 milioni di autoveicoli – è tempo di primi bilanci per l’industria italiana del turismo. I dati di Demoskopika citati dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi giovedì scorso confermano l’ottimo andamento del settore in Italia: quest’estate la spesa dei vacanzieri è cresciuta del 7,5%, trainata da 43,3 milioni di arrivi e 188,8 milioni di pernottamenti. Inoltre, secondo i dati Ad agosto gli agriturismi italiani hanno accolto 1,85 milioni di ospiti, per un totale di 6,5 milioni di pernottamenti, con una permanenza media di circa 3,5 notti
Eppure il mondo del turismo – o per meglio dire del «leisure» secondo la classificazione operata da Crif nel suo Osservatorio sulle imprese – è caratterizzato da questa doppia anima: un mercato in forte crescita e, al tempo stesso, una fragilità strutturale delle imprese. Fragilità rilevata da Crif (società specializzata in sistemi di informazioni creditizie e soluzioni business) in uno studio dedicato alle società del comparto, che comprende circacirca 417mila imprese distribuite tra servizi di ristorazione (324mila aziende), servizi di alloggio (76mila circa) e agenzie di viaggio (17mila). Si tratta in larga maggioranza di ditte individuali (il 44%), seguite da società di capitali (33%) e società di persone (22%), con una netta prevalenza nelle regioni del Sud Italia e nelle Isole, che concentrano il 35,9% delle realtà di questo settore, sebbene sia la Lombardia la regione con il numero prevalente (il 13% del totale nazionale).
«Si tratta di un comparto molto dinamico, che vede una domanda ancora in crescita e un incremento del credito erogato – spiega il ceo di Crif Ratings, Luca D’Amico -. Tuttavia, persistono elementi di fragilità che si mantengono su livelli superiori alla media nazionale, nonostante l’andamento favorevole registrato nei primi mesi del 2026».
L’aumento delle erogazioni da parte delle banche alle società di capitali è infatti aumentato del 6,9% tra aprile 2025 e marzo 2026 (rispetto al periodo precedente: aprile 2024 e marzo 2025), rispecchiando in parte l’andamento positivo del comparto e dunque la necessità delle aziende di rinnovare la propria offerta, e confermando sostanzialmente il dato medio delle società di capitali italiane nel loro complesso. È da sottolineare come positivo il fatto che, anche in un momento di grande difficoltà del mercato, gli istituti di credito non abbiano ridotto il sostegno finanziario alle imprese italiane, osservano gli analisti di Crif.
Anche tasso di rischiosità creditizia, ovvero l’indice di default, migliora leggermente, passando dal 4,6% di fine 2024 al 4,5% di fine 2025, ma rimane ben al di sopra del dato nazionale che, sebbene aumenti leggermente, alla fine dello scorso anno si attestava al 3,3%. Una tendenza che potrebbe confermarsi anche nei prossimi mesi, quando Crif prevede un progressivo peggioramento nella rischiosità delle società di capitali italiane nel loro complesso (cioè di tutti i settori) a causa soprattutto del contesto geopolitico internazionale, mentre il turismo potrebbe continuare a migliorare leggermente, proprio per effetto di un’incertezza globale che sta riportando in Italia (e più in generale in Europa) flussi turistici e quindi investimenti negli ultimi anni destinati soprattutto a mete extra-Ue.
Tuttavia, il gap da cui partono le imprese del turismo è troppo ampio per recuperare il terreno perduto. Se dunque le prospettive di Crif descrivono uno scenario “base” (accordo a breve tra Usa e Iran e riapertura di Hormuz) in cui le società di capitali italiane raggiungeranno a fine 2026 un tasso di default al 3,7% e al 4% nel 2027, «l’aumento della rischiosità per le imprese del turismo sarà inferiore, ma resterà comunque più elevato», spiega D’Amico, precisando comunque che gli analisti non si aspettano un tasso al 5%. Diverso il discorso nel caso in cui si realizzasse lo scenario «adverse» (ovvero un prolungarsi della guerra), perché questo porterebbe anche il tasso generale di default al 4,4% nel 2026 e al 4,9% nel 2027, vicino dunque alla soglia di allerta del 5%.
Va detto per, precisa D’Amico, che all’interno del macro-settore leisure, i tre diversi sotto-settori si comportano in modo anche molto diverso tra loro: «La ristorazione continua a essere il tallone d’Achille dal punto di vista del rischio, perché si parte già da un valore elevato a fine 2025, 5,6%, sebbene in leggerissima riduzione rispetto a dicembre 2024», spiega il ceo. Servizi di alloggio e agenzie di viaggio dimostrano un trend opposto: rischiosità decisamente più bassa, ma in aumento: gli alloggi sono passati dal 2,1% al 2,4% e le agenzie dall’1,5% all’1,8%.
C’è un altro aspetto che dà il polso di un settore in crescita, spinto dalla domanda di mercato, e al contempo fragile strutturalmente ed è la performance di pagamento monitorata da Cribis (società del gruppo Crif), che risulta significativamente peggiore rispetto alla media nazionale: a giugno 2026, le imprese turistiche che pagano puntualmente i propri fornitori sono appena il 23,4% del totale contro il 42% del totale italiano.
Infine, Crif ha realizzato un’analisi sui rischi geopolitici che impattano sul settore: le tensioni e i conflitti bellici a livello globale hanno ovviamente un impatto anche sul settore turistico, calcolato come «medio» da Crif, rispetto all’impatto, ad esempio di alcuni settori manifatturieri, dato che si tratta di effetti soprattutto indiretti, ad esempio il rincaro dei carburanti che hanno fatto schizzare i costi dei biglietti aerei e la chiusura o deviazione di alcune rotte aeree, che sicuramente scoraggiano una parte di turisti dall’intraprendere viaggi in Paesi lontani. Ma questo stesso fattore potrebbe, viceversa, incentivare i viaggiatori italiani ed europei a prediligere le mete locali, con vantaggi evidenti per il mercato nazionale.

