
Lei, lei, e ancora lei: sono tre come sempre le produzioni che ruotano nella stagione estiva in corso al popolare Sferisterio, ma mai come in questa edizione del MOF, Macerata Opera Festival, edizione numero sessantadue, a spiccare nei risultati finali sono state le primedonne. Voci molto diverse, per storia, carattere, vocalità. Ma accomunate da un protagonismo da dive, che amplificato dai vasti spazi del palcoscenico più originale del mondo le ha incoronate regine.Subito i nomi ed è obbligatorio partire dalla prima, Anastasia Bartoli, soprano drammatico dalla esuberante presenza, autentico perno nella nuova produzione di “Nabucco”. La sua Abigaille sovrastava tutti gli altri in locandina, per potenza, taglio, colore e soprattutto per la vertiginosa quantità di note, sgranate con facilità abbagliante. Qualche appunto naturalmente si può fare, volendo proprio fare i meticolosi, ad esempio a proposito della cabaletta del secondo atto, trascinante certo, ma dove il “da capo” pirotecnico virava in direzioni molto personali, con note aggiunte – possibili – ma assai discostanti dal tessuto originale di Verdi. E dove la scrittura prendeva altre direzioni, prediligendo le zone scure, il registro grave: le ombre, più che la luce vittoriosa. Che personalità, comunque, la ormai affermata figlia di Cecilia Gasdia, che autorità sul palcoscenico, che coraggio.
E siamo alla numero due, Martina Gresia. Finora la conoscevano in pochi: una vittoria all’Aslico (che rimane perenne garanzia), il passaggio all’Arena di Verona come più giovane debuttante, e poi tanti ruoli da “cover”. Stai in panchina, pronto a sostituire la titolare in caso di malanno e alla fine canti nell’ultima recita, quando ormai non c’è più nessuno a sentirti e la produzione ha perso smalto, è diventata routine. A Martina Gresia, soprano romano classe 1997, le stelle del cielo aperto sopra lo Sferisterio portano fortuna: la Leonora titolare del “Trovatore”, Marta Torbidoni, bravissima e per di più gloria locale, essendo nativa di Montemarciano, provincia di Ancona, canta solo la sera della prima, con buon successo. Poi cancella. La cover diventa protagonista, tocca a lei farsi valere. La voce è sicura, il colore caldo, il fraseggio vola. Ha accanto da un lato un tenore retrò, Haiyang Guo, anche lui chiamato in corsa a sostituire il previsto Piero Pretti (e ha voce ragguardevole, ma come tanti orientali ha studiato sulle registrazioni del passato, dunque canta ancora il finale secondo “Son io dal ciel disceso”, delirio irrazionale che nessun Trovatore oggi azzarda più) e dall’altro un baritono di esperienza, Vito Priante, bella classe quale Conte di Luna, ma per estensione un poco a disagio. Lei, come è caratteristica delle voci autentiche, gioca il lirismo del ruolo più romantico di Verdi con una sicurezza che mano mano cresce, espandendosi in un colore seducente, in un fraseggio naturale, morbido, innocente nel belcanto. Conquista i duemila e passa dello Sferisterio. Da sostituta trionfa come numero uno.
E siamo al completamento della terna di primedonne con la Rosina del “Barbiere di Siviglia” rossiniano, dove Raffaella Lupinacci, dal bel bagaglio di formazione doc al ROF di Pesaro, restituisce il carattere vincente al mezzosoprano. La partenza è sicura e sfrontata, con la brillantezza della “vipera” pungente, ma poi si umanizza di fronte alle ferite sincere dell’amore. Qui ancora più interessante, proprio nelle malinconie già romantiche, nel distaccarsi dai cliché del buffo a tutti i costi. Lei non solo è pronta nel raccontare il personaggio così originalmente scolpito in partitura, ma anche duttile e disponibile, davvero molto brava, nel seguire le richieste della regia di Daniele Menghini, che qui vuole (l’allestimento nasce nel 2022 e piace molto al pubblico) una Rosina libera e contemporanea, che in poco tempo si trova a detestare la corte del Conte, soprattutto quando questi non si maschera più da Lindoro. Si sveste dell’abito bianco di nozze e scappa via di corsa attraverso la platea, guadagnando l’uscita. Il tutto dopo aver baciato l’Arlecchino onnipresente in scena – presenza spuria, come molte altre nel bizzarro allestimento – e mentre il Conte si consola con Berta. A sorpresa ben diversa dalla solita anziana di casa, e con la voce bella e la presenza disinvolta di Giulia Mazzola.
Messe sul podio le primedonne, lo Sferisterio conferma la vitalità di un luogo teatrale molto amato, con un pubblico misto di turisti e locali, in serate sempre sold out. Toccante l’ultima replica del “Trovatore” con i cinquantatré sindaci della provincia di Macerata, a memoria del decennale del terremoto del 2016. Inno, fasce tricolori, senso di solidarietà territoriale tangibile. La serata è però iniziata in ritardo per un problema tecnico a un leggio d’orchestra: incidenti che capitano, ma con un controllo evitabili. La qualità strumentale di FORM, la compagine Filarmonica marchigiana, è parsa non sempre all’altezza, stanca dal tour de force delle recite consecutive. Forse bisognosa di una guida formativa più unitaria, rispetto all’alternanza di Dmitri Jurowski, chiassoso nel “Trovatore”, Fabrizio Maria Carminati, routinier in “Nabucco” e Jacopo Brusa, il più giovane, generoso ma ancora inesperto sulla gestualità essenziale, la sola efficace nei grandi spazi.
Nel nuovo “Nabucco” di Paul-Émile Fourny dominava una gran confusione, tra assiri e ebrei, senza racconto nel muoversi inerte di porzioni di scena e con video assolutamente dilettanteschi, dove le proiezioni finivano non solo sul muro dello Sferisterio, ma anche sulle facce dei cantanti. Terribile vedere il Coro, discreto ma non sempre a tempo (come un tempo) con addosso fluttuanti le immagini delle onde del mare.
Nabucco
Giuseppe Verdi
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Regia Paul-Émile Fourny
Macerata, Sferisterio, fino al 9 agosto
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