Dopo Vicenza il progetto completo verrà presentato al Lac di Lugano dal 15 al 17 gennaio 2027, poi al Piccolo di Milano e al Vascello di Roma
Orfeo ed Euridice in farmacia, Narciso dal parrucchiere, Dedalo e Icaro in una stamperia, Pandora in un negozio di tessuti e Atteone in macelleria. La programmazione del ciclo di spettacoli classici dell’Olimpico di Vicenza, affidata da quest’anno alla compagnia Stivalaccio Teatro, si è aperta il 13 settembre con gli attori di questa formazione pronti a stabilire un aggancio immediato con la città, portando, col progetto Cinque cadute, ideato da Michele Mori, frammenti di vicende legate al mito nelle botteghe storiche del centro vicentino, e la reazione degli abitanti è stata di un vivo e immediato interesse.
Compiuta questa dichiarazione programmatica di legame col territorio in cui il gruppo vive e lavora, l’apertura ufficiale della rassegna assestava poi un altro colpo ben riuscito: l’anteprima in due serate, il 18 e il 19 settembre, della prima parte del lavoro che Carmelo Rifici sta realizzando sull’Orestea di Eschilo. In questo caso l’accoglienza del pubblico si coagulava in un silenzio teso e partecipe per tutte le due ore della rappresentazione, in quello spazio sublime e insidioso del’Olimpico, tra nostalgie di un emiciclo dell’antica Roma, nuvole dipinte sul soffitto e quell’imponente proscenio con le fughe prospettiche ideate per l’inaugurazione e mai più rimosse. Pietra, legno, stucco e cartapesta nel sogno di una nuova classicità, reso concreto da Palladio e dal suo allievo Scamozzi tra il 1580 e il 1585 . Difficile agire in un concentrato di questa potenza architettonica, e molti registi, anche illustri ne hanno subito le conseguenze.
L’artefice di questa operazione vince invece la scommessa, e la sua creazione, che vedrà in gennaio al Lac di Lugano il debutto dell’intera opera con appositi apparati scenici, sembrava modularsi proprio per vivere tra quegli archi, quegli stucchi e quei cieli affrescati, usati con discrezione, oscurati o fatti riemergere con sapienti tocchi di luce, così, quando venivano chiamate in ballo le divinità, alcune delle statue si illuminavano come presenze pallide e inerti nelle loro pose inutilmente retoriche. E’ un solenne lavoro di pieni e di vuoti quello spazio scenico, di vie di fuga vere e illusorie, è un luogo di inganni e di passaggi obbligati, e forse proprio per questo dialogava perfettamente con la lettura che Rifici fa del capolavoro di Eschilo, con l’intenzione evidente di andare a stanare le diverse angolature e gli incastri geometrici della vicenda, rendendo così evidenti e lancinanti le tante direttrici parallele di dolore e di morte. Perchè è l’istinto di vendetta a intessere la trama: qui tutti hanno un motivo per inanellare la lunga sequenza di delitti, a partire dal sacrificio di Ifigenia, immolata dal padre Agamennone agli dei affinchè il vento rendesse possibile il muoversi delle navi verso la conquista di Troia, ma allora sarà poi la moglie Clitemnestra a uccidere il marito, al ritorno dall’impresa vittoriosa, istigata dal suo amante Egisto, anche lui, scopriamo, con profondi motivi di astio nei confronti del condottiero a causa di un altro orribile intrigo di omicidi.
E, di seguito, sarà il figlio Oreste, in accordo con la sorella Elettra, a trafiggere la madre, responsabile dell’assassinio del padre. Miti persi nella notte dei tempi? Favole arcaiche? Nulla di tutto ciò, sembra suggerirci il regista che fa risuonare certe nefaste costanti dell’umanità, oggi quantomai evidenti in un mondo in cui si combattono guerre sostenute da falsi ideali e animate soltanto da obiettivi di conquista, col radicalizzarsi dei conflitti tra gli esseri umani, individuando nella violenza e nella distruzione l’unica possibilità di risoluzione delle controversie. Ed è proprio nel dipanarsi di queste storie che, seppure in gioco ci siano legami familiari e affetti, prevale l’idea che soltanto il male e la sopraffazione possano ristabilire un ordine dissestato proprio dalla prevaricazione e dalla malvagità. Nel proseguire del ciclo tragico e nel suo esito il tragediografo greco vuole mostrare la nascita di una forma di giudizio rispetto al crimine e la nascita della democrazia occidentale. Ma nota con scetticismo Rifici “La polis non elimina la barbarie, la trasforma. Il logos non risolve ma è contenimento della forza arcaica” Una riflessione non riferibile, certo, soltanto al nostro passato. Per dire tutto questo, sembra che qui il regista abbia compreso quale sia il respiro più interno e profondo della tragedia, quale sia il tempo di quei passi, di quei movimenti, quale ritmo dare a quelle parole feroci o cariche di ombre profonde, grazie anche alla limpida traduzione di Riccardo Favaro. Tutto è basato sull’orchestrazione di quelle parole e di quei gesti, con pochi oggetti, tronchi di statue mozze e sanguinanti, qualche anfora per i riti funebri, una tomba di sassi e luce, secondo il progetto visivo di Daniele Spanò, mentre il coro veste tuniche insanguinate con maschere di tela bianca, e i costumi restano essenziali per tutti, in bianco o in nero, disegnati da Margherita Baldoni, mentre boati sembrano sorgere dalle cavità più profonde della terra e si intrecciano, di quando in quando, con la recitazione che si fa canto, secondo le linee musicali create da Federica Furlani e Zeno Gabaglio, col sound design di Andrea Gianessi. L’alito, il fiato scandito o irregolare, solenne o concitato della tragedia e della potente scrittura eschilea, si incarna con la nitida e vibrante forza espressiva degli interpreti, in un accordo perfetto di quel tempo e di quel passo, dove poi ognuno fornisce carattere e singolarità al personaggio affidatogli. Con ritratti femminili di straordinario vigore e infinita sottigliezza, dalla Clitemnestra discinta (per lussuria o per squilibrio interiore?) di Valentina Picello, ferina e subdola, lucida e percorsa da brividi angosciosi nell’accogliere il suo sposo, con l’Elettra di Monica Piseddu che bilancia la sua sensibilità e la fermezza delle sue intenzioni, con la Cassandra di Valeria Milillo, tormentata dalle sue visioni, accanto all’energica nutrice di Giusi Merli e all’ancella di Anhai Traversi. Voci femminili anche quelle del coro con Francesca Osso e Roberta Ricciardi, mentre gli uomini, allenati per la guerra e per le armi sono l’intenso Agamennone di Fausto Cabra comunque segnato da tante disgrazie e scosso da brividi di rabbia, l’Oreste di Alfonso De Vreese, attonito e pensoso, l’Egisto di Igor Horvat fermo nelle sue angosciose ragioni, e l’officiante di Stefano Iagulli. Un’umanità tanto dolente quanto spietata, tenuta su una costante linea di tensione, attraverso la quale si illumina il testo di Eschilo e se ne individua la forza, intatta nel tempo.
“Orestea – Mythos” da Euripide. Regia di Carmelo Rifici. Al teatro Olimpico di Vicenza il 18 e il 19 settembre. Prima parte del progetto completo che verrà presentato al Lac di Lugano dal 15 al 17 gennaio 2027, poi al Piccolo di Milano e al Vascello di Roma.
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