Umbria, nei comuni a vocazione culturale redditi più alti di oltre l’8%

A trainare il vantaggio economico sono città e centri urbani economicamente più strutturati. Aree interne e piccoli borghi ancora fragili

Unendo arte, storia e spiritualità e facendo leva sull’unicità del suo Dna territoriale, l’Umbria ha capito di poter superare gli slogan e trasformare il turismo culturale in una risorsa economica concreta. Non solo per gli operatori ma anche per le comunità locali.

A provarlo una recente elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria: secondo la ricerca, realizzata incrociando la classificazione territoriale Istat (usando i dati del 2019 sulla categoria turistica e la revisione del 2022 sulla densità turistica) e quelli del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni dei redditi 2025 per l’anno 2024, la Regione vanta la quota più alta di comuni a vocazione culturale in Italia.

Il 44, 6% dei municipi umbri –41 su 92 – rientra, infatti, nelle categorie del turismo culturale delineate dall’Istituto nazionale di statistica, valutando vocazione territoriale, patrimonio storico-artistico, fattori geografici e antropici, flussi e attività turistiche. In Italia se ne contano, su un totale di 7926 realtà municipali, 1026 (12,9%), con la Toscana al secondo posto (119 su 273, più del 43%), seguita da Trentino Alto-Adige (103 su 291, oltre il 35%) e Marche (55 su 228, 24% circa).

Ma c’è un altro elemento da tenere d’occhio: proprio in quei 41 comuni che hanno fatto di chiese, musei e paesaggio archeologico un asset, il reddito imponibile medio supera di quasi 2mila euro quello rilevato nei restanti 51 (24.280 versus 22.288 euro, con una differenza di 1.992 euro per contribuente con reddito imponibile, pari all’8,9%) e di 423 euro quello della regione (23.857 euro). Resta invece sotto la media nazionale (24.893 euro) e quella del Centro Italia (25.656 euro).

Si tratta di un risultato trainato dalle città economicamente più avanzate e con più abitanti, ma che purtroppo riguarda ancora poco piccoli borghi e aree interne pregiudicati da economie e demografie più deboli: escluse Perugia, Terni e Foligno, i tre principali centri regionali, infatti, il vantaggio sul reddito degli altri 38 municipi culturali cala dall’8,9 al 4,2 per cento.

Rimanendo in questi territori ma spostandosi su scala provinciale, nei 31 comuni culturali del Perugino il reddito imponibile medio è di 24.372 euro contro i 22.455 dei rimanenti 28, con uno scarto dell’8,5 per cento. Vantaggio che cresce nel Ternano: i dieci comuni culturali hanno un reddito medio imponibile di 24.005 euro, i restanti 23 superano i 21mila, con un gap del 10,3 per cento. E il quadro cambia ancora tra i municipi: solo otto dei 41 superano singolarmente la media regionale (Corciano, Perugia, San Gemini, Torgiano, Terni, Foligno, Orvieto e Todi), tre quella italiana (Corciano, Perugia e San Gemini) e due quella del Centro Italia (Corciano e Perugia).

«La cultura diventa risorsa economica quando genera impresa, lavoro e servizi, non solo visitatori», spiega Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di commercio umbra. «Il vantaggio dei comuni culturali resta positivo anche senza Perugia, Terni e Foligno ma la distanza che ancora separa molti piccoli centri da redditi più elevati ci ricorda che il patrimonio, da solo, non basta. Per noi la sfida è contribuire a mettere in relazione cultura, turismo, commercio e artigianato, produzioni locali e competenze, affinché un’identità straordinariamente diffusa diventi anche un’opportunità economica più diffusa e duratura».

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