
Studio di Civiqa con OpenEconomics: su 111 poli di manifattura pesante 31 sono più esposti al rischio dei rincari
La Bce la settimana scorsa ha avvertito: lo shock energetico deve ancora arrivare. L’onda dei rincari legati alla corsa delle commodity innescata dalla guerra in Iran e dalla variabile Hormuz sarà inevitabile. Ma dove andrà a cadere maggiormente? Per rispondere a questa domanda, Civiqa (piattaforma di supporto alla pubblica amministrazione) ha realizzato con OpenEconomics lo studio Rischio energetico e struttura produttiva dei territori in cui viene calcolato un indice di esposizione energetica dei distretti italiani.
A guidare la classifica dei territori più vulnerabili, i poli manifatturieri e logistici del Nord-Ovest: Genova, Lodi, Novara, poi Taranto, Piacenza, Livorno, Brindisi, Siracusa, Vigevano, Cagliari, per citare i primi dieci. A guardare l’Italia intera (si veda anche la mappa a fianco), emerge una grande fascia che parte dal Piemonte e fino alla Romagna a Nord, con una configurazione più a enclave a Sud. Le prime posizioni assolute vengono occupate dall’asse logistico-manifatturiero padano occidentale. Si può vedere anche l’asse adriatico centro-meridionale, dove siderurgia e petrolchimica si concentrano in bacini a filiera corta, fino poi arrivare ai porti e ai poli costieri tirrenici.
La base di partenza per questa mappatura sono i 515 «sistemi locali del lavoro» con cui l’Istat delimita i mercati del lavoro italiani, comprendendo anche i sistemi turistici, quelli urbani e quelli non specializzati (senza una vocazione distrettuale). All’interno di questo vasto perimetro, 52 sono i sistemi nella fascia più esposta a shock energetico che emergono dallo studio. Di questi, 31 fanno parte dell’industria pesante, presente sul territorio italiano con 111 distretti: uno su tre, a voler arrotondare, è dunque altamente esposto ai rincari energetici. Sei su dieci fra i più vulnerabili hanno una specializzazione in siderurgia, chimica, ceramica, metalli o cantieristica.
Nei 52 territori vivono 13,1 milioni di italiani, indica ancora lo studio di Civiqa e OpenEconomics: il 22,2% della popolazione italiana complessiva. A voler mettere in fila i valori dal punto di vista geografico: 22 dei 52 sistemi della fascia più esposta stanno al Nord, 9 al Centro, 21 al Sud e nelle isole. Cambia però il grado di concentrazione. Nel Sud nelle isole il 33,6% dei residenti vive in un sistema locale della fascia più esposta, contro il 18,1% al Nord e il 12,7% al Centro.
Come si è arrivati a calcolare questo indice? Incrociando diverse variabili. Due economiche: quanta energia consumano direttamente i diversi sistemi e quanto dipendono da catene di fornitura che hanno rischi a monte; e una demografica: la popolazione. Lo studio tiene conto anche di una condizione di mitigazione dei primi due fattori: si tratta della penetrazione delle rinnovabili sul territorio. Tanto più sono presenti nel mix energetico locale e tanto più si abbassa l’esposizione cosiddetta economica (al netto cioè del peso della popolazione). Lo “scudo” – si legge nello studio – è significativo in Valle D’Aosta, provincia di Bolzano, Basilicata, Marche, provincia di Trento, Sicilia.
Il lavoro di Civiqa e OpenEconomics non mette a fuoco solo la geografia e la tipologia dei distretti più vulnerabili, ma anche attraverso quale canale i rincari energetici si scaricano sui territori. «La domanda non è soltanto dove l’esposizione è più alta, ma per quale via si trasmette», spiega Gianluca Calvosa, presidente di OpenEconomics. «È una distinzione operativa prima che tecnica – continua -. Sul canale diretto agiscono l’efficienza degli impianti, l’elettrificazione dei calori di processo e l’autoproduzione da fonti rinnovabili; sul canale di filiera agiscono la diversificazione dei fornitori, il costo della logistica e gli stoccaggi strategici». L’elenco mostra un catalogo di punti su cui è possibile cominciare a lavorare, tenendo presente i distinguo della mappa. «Due territori collocati alla stessa altezza nella graduatoria nazionale possono richiedere strumenti di intervento diversi, e una misura tarata su un canale ha effetti limitati sui territori esposti sull’altro», specifica ancora Calvosa.
«È un’informazione che serve a chi programma – conclude il presidente, indicando anche l’obiettivo dello studio -: dalla destinazione dei fondi europei, alla scelta fra incentivi all’efficienza e interventi sulla logistica, fino alle politiche di sostegno all’occupazione nei bacini più fragili».
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