
Nelle sale il nuovo film di Ali Asgari presentato in concorso a Venezia
Il cinema iraniano continua a scuotere: se negli ultimissimi anni sono usciti film del calibro de “Il seme del fico sacro”, “Put Your Soul On Your Hand and Walk” o “Un semplice incidente”, in questa stagione il testimone è stato raccolto da “Un po’ di luce”, titolo presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia e tra i protagonisti del weekend in sala.
Dietro la macchina da presa c’è Ali Asgari, autore di un cinema sempre solido e impegnato che prima di questo film aveva firmato “La bambina segreta”, “Kafka a Teheran” e “Divine Comedy”.
Al centro di “Un po’ di luce” c’è la storia di un medico iraniano che, dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere il suo studio specialistico, perde ogni fiducia nel futuro e decide di togliersi la vita.
Prima di compiere il gesto estremo, sceglie però di trascorrere un’ultima giornata con il fratello, le sorelle e la madre, nel tentativo di prepararli alla sua decisione. Il tempo trascorso insieme, fatto di ricordi, dialoghi e momenti di affetto, porta però l’uomo a confrontarsi con ciò che si sta lasciando alle spalle.
La compassione e l’amore della sua famiglia iniziano a poco a poco a far vacillare la sua determinazione, spingendolo a riconsiderare la propria scelta e a riscoprire un legame con la vita e con il mondo che credeva ormai perduto.
Operazione toccante e profondamente sentita, “Un po’ di luce” ha una regia molto statica, ma le inquadrature riescono comunque a trasmettere emozioni forti, grazie agli sguardi in macchina che ci permettono di empatizzare ancor di più con il protagonista e all’attenzione che ha Asgari per la messinscena.
Se si possono trovare echi dei film impegnati di Mohammad Rasoulouf e Jafar Panahi (rispettivamente i registi dei già citati “Il seme del fico sacro” e “Un semplice incidente”), c’è però un nome della grande storia del cinema iraniano che viene richiamato con ancora più forza: quello di Abbas Kiarostami e, in particolare, dello splendido “Il sapore della ciliegia”, lungometraggio che ha molti punti in comune con la trama di “Un po’ di luce”.
Quest’ultimo ha inoltre il merito di essere un vero e proprio instant-movie, capace di parlare dell’attualità iraniana (viene anche citato Donald Trump) con forza e delicatezza allo stesso tempo.
Il film fatica un po’ a carburare, ma cresce poi alla distanza raggiungendo il suo apice in un finale emozionante al punto giusto. Come la stragrande maggioranza dei film iraniani che arrivano nel nostro paese, è un titolo assolutamente da vedere.
Una piacevole sorpresa è anche “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, liberamente ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore Premio Strega Nicola Lagioia, che ripercorre la tragica vicenda di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nel marzo del 2016.
Nel film di Gabbriellini, Luca trascorre le sue giornate con il suo gruppo di amici e vive una relazione sentimentale molto intensa. È in quella fase sospesa in cui il futuro sembra spalancato e, allo stesso tempo, sfuggente. Nel tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, finisce per condurre un’esistenza frammentata, fatta di equilibri fragili e identità contrastanti. Ma basta una sola notte, un incontro che sembra del tutto casuale, a cambiare drasticamente tutto.
Ribaltando i classici canoni del crime-movie, Gabbriellini effettua un’operazione davvero intelligente e anticonvenzionale, puntando sulla quotidianità del ragazzo e della sua famiglia adottiva e giocando su un minimalismo e un’essenzialità rari per un prodotto di questo tipo.
Non c’è niente di urlato in questa pellicola che procede lentamente, rendendo ciò che racconta ancor più inquietante. È un film talmente radicale che può essere amato o odiato, ma certo non può lasciare indifferenti.

