La candidatura potrebbe accrescere l’influenza cinese sull’ente internazionale in seguito all’uscita degli Stati Uniti prevista per quest’anno
La Cina ha annunciato la candidatura di una propria rappresentante alla guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Pechino propone per la massima carica nell’agenzia Onu per la salute Song Li, esperta di salute materna, come dichiarato dalla portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, durante un briefing con la stampa. Una mossa che potrebbe accrescere l’influenza cinese sull’ente internazionale in seguito all’uscita degli Stati Uniti, prevista per quest’anno. Del resto l’uscita dall’Oms decisa dal presidente Donald Trump è solo un altro tassello della gigantesca partita a scacchi globale tra la Cina e gli Usa che spazia dall’intelligenza artificiale alle tensioni sul mar Pacifico. E questa candidatura da parte della Cina sembra appunto una nuova mossa in questa infinita partita a scacchi. La corsa cinese però non è affatto facile per vari motivi a partire dal fatto che sono ben sette i candidati per la guida dell’organismo di Ginevra che governa la Sanità mondiale non senza polemiche soprattutto dopo la pandemia da Covid.
L’annuncio del gigante asiatico arriva dopo la scadenza del 24 settembre fissata per la presentazione delle candidature a questo ruolo. E Song Li competerà con una rosa di 6 nomi – tre uomini e tre donne – proposti da Qatar, Arabia Saudita, Belgio, Spagna, Indonesia e Botswana, per succedere all’attuale direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, il cui mandato scade nell’agosto 2027. L’attuale Dg uscente non può ricandidarsi a causa del limite dei due mandati. Nel dettaglio, i 6 nomi che erano stati proposti finora sono: Hanan Mohammed Al-Kuwari propsta dal Qatar, Hanan Balkhy proposta dall’Arabia Saudita, Hans Henri P. Kluge (che ha ricoperto l’incarico di direttore regionale dell’Oms Europa) proposto dal Belgio, María P. Neira proposta dalla Spagna, Budi Gunadi Sadikin proposto dall’Indonesia, e Gevorg Tamamyan proposto dal Botswana. La candidatura “dimostra il fermo sostegno della Cina al multilateralismo”, ha affermato la portavoce, e “contribuirà a far sì che l’organizzazione svolga un ruolo più attivo nel migliorare la salute e il benessere di tutta l’umanità”. Secondo i dati dell’Oms, Song è a capo del Dipartimento per la salute delle donne e dei bambini nella Commissione sanitaria nazionale cinese e vanta una carriera ventennale. Song ha partecipato alla stesura o all’organizzazione di diverse leggi relative alla salute di donne e bambini, inclusi ambiti quali la diagnosi prenatale e le tecniche di procreazione assistita. Se eletta, Song sarebbe la seconda cittadina cinese a guidare l’Oms dopo Margaret Chan, che è stata a capo dell’organizzazione tra il 2007 e il 2017.
“La candidatura cinese è in qualche modo spiazzante e forse inattesa” sottolinea Gianni Rezza docente straordinario di Igiene all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano che in passato ha lavorato all’Oms. “Difficile capire fra i 7 candidati, almeno per ora, chi ha più chance. Tra i due europei a darsi battaglia ci sono la spagnola che potrebbe avere un certo appeal per i paesi sudamericani, mentre Kluge, il belga, è stato già Direttore nella regione europea; poi due dalla penisola arabica con i sauditi che spingono molto per la loro candidata, che avrebbe anche un passaporto americano, ma deve fare i conti con un qatarino. E infine un indonesiano e un armeno, anch’egli dalla Regione europea, ma proposto da uno stato africano”. Per Rezza “la candidata cinese potrebbe avere un doppio handicap, dal momento che già prima di Tedros l’Oms è stata diretta dalla Chang che veniva da Hong Kong che ormai è cinese a tutti gli effetti e cinese è anche l’attuale direttore della Fao. Il segnale però è forte. Dopo la fuoriuscita degli Usa, che comunque faranno in qualche misura campagna elettorale, la Cina probabilmente punta ad avere più peso all’interno dell’organizzazione, e ciò potrebbe anche significare un crescente investimento nella sanità globale. In termini di soft power la Cina , ad esempio, è già forte nella regione africana e non solo. Per cui quella per la direzione dell’Oms – conclude Rezza – sarà una battaglia difficile ma non impossibile, ma questa candidatura significa comunque molto, a prescindere da quello che sarà l’esito finale, per quanto riguarda l’impegno cinese, specie dopo il disimpegno americano”.
L’iniziativa, secondo le analisi, offre infatti a Pechino l’opportunità di colmare il vuoto lasciato dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’organizzazione in seguito alla sua rielezione a gennaio. Trump ha a lungo accusato l’Oms di essere una “marionetta della Cina”, in particolare durante la pandemia di Covid-19. La Cina, dal canto suo, aveva precedentemente accusato Trump di cercare di “scaricare le responsabilità” sull’Oms. In particolare il presidente Usa non si è scordato della pandemia che ha investito l’ultimo anno del suo primo mandato di Presidente e in qualche modo forse la sua gestione ne ha anche pregiudicato la rielezione. L’Oms già allora finì nel mirino di Trump che la accusò tra le altre cose di “coprire” la Cina sulle origini del virus del Covid che mise in ginocchio il mondo per tre anni e mentre firmava l’ordine di uscita dall’Organismo di Ginevra a favore di telecamere ha ricordato come la Cina destini molti meno soldi all’Oms – nei fatti circa un decimo – rispetto a quanto fanno gli Usa nonostante abbiano 1,4 miliardi di abitanti. Gli Stati Uniti sono stati da sempre il principale supporter, contribuendo a oltre il 15% dell’intero finanziamento – 1,3 miliardi di dollari nel biennio 2022-2023 e 958 milioni preventivati per il 2024-2025 su un budget Oms complessivo di 6,5-6,8 miliardi di dollari – e mettendo a disposizione uffici, banche dati e ricercatori. Ora però l’uscita americana dall’Oms che arriva in contemporanea con la promessa della Cina di portare il suo finanziamento a 500 milioni di dollari.

