Un’auto d’epoca va vista in movimento. Meglio se tra curve e passi alpini

Uno dei più grandi collezionisti di vintage car, il californiano David Sydorick, spiega come ha costruito la sua selezione di Zagato e perché è tornato in Italia per la Louis Vuitton Classic Run.

Come per l’innamoramento – con cui condivide la vertigine dell’ossessione –, anche il collezionismo si nutre di particolari, di seduzioni che nascono dal dettaglio. Per conferma chiedere a David Sydorick, che a 79 anni, nel suo garage di Beverly Hills, ancora non si è stancato di girare intorno alla sua selezione di auto classiche carrozzate Zagato. Riconoscibili tra tutte per un dettaglio inconfondibile, la doppia gobba sul tetto, col suo andamento quanto meno evocativo. «È strano che negli ultimi 50 anni nessuno abbia pensato di imitarlo», spiega, confessando qualcosa che raramente un collezionista si lascia sfuggire, ovvero avere raggiunto un punto di insuperabile appagamento. «Ho posseduto praticamente tutte le Zagato migliori e amo quelle che oggi ho nel mio garage».

A differenza di Utz di Chatwin, insomma, Sydorick non intende inseguire tutte le porcellane di Meissen, nel suo caso una raccolta di autovetture da sogno, prodotte in più di cento anni dalla carrozzeria milanese. La sua è una lezione di pragmatismo applicato al collezionismo: «Quando ho iniziato ad acquistare auto d’epoca, avrei voluto un esemplare di tutto quello che mi piaceva. Ma questo è impossibile. Così mi sono chiesto quale fosse la mia auto preferita, ed è venuto fuori che non era un’auto mobile, ma una carrozzeria. Zagato, appunto, perché ha sempre disegnato auto leggere, aerodinamiche, inconfondibili con quel tetto a doppia gobba. Insomma, auto italiane. E ho cercato di mettere nel mio garage tutte le vetture più belle che hanno realizzato, non importa se erano Aston Martin o Fiat, Maserati o Ferrari».

Esemplari che – se finissero sul mercato – sarebbero facilmente battuti nell’ordine di (molti) milioni di euro, anche se parlare di denaro per provare a dare un numero a una collezione che tutti gli appassionati gli invidiano è decisamente sconveniente. Anche perché, ammette, non servono somme stratosferiche per concedersi vetture iconiche e bellissime. «La prima auto che mi ha fatto battere il cuore, da giovane, era la Jaguar E-Type», incoronata l’auto più bella del mondo da un certo Enzo Ferrari. «Ancora oggi se ne trovano tantissime», spiega Sydorick. E con prezzi intorno ai 60mila euro per un esemplare in buone condizioni, è difficile dargli torto. Volendo restare nel mondo Zagato, poi, con 20-30mila euro si portano a casa esemplari più popolari (ma comunque iconici) del marchio, come la Lancia Fulvia Sport degli anni Settanta.

Circoscrivere il desiderio non limita la passione, anzi. Anche se in una selezione di automobili leggendarie, Sydorick non nasconde di avere una favorita, una Ferrari 250 GTZ del 1956. Una coupé elegantissima nelle sue linee filanti e nella sua colorazione blu e bianca, un esemplare che ha avuto una vita travagliata, quando il collezionismo di coupé di Maranello era ancora acerbo, ma che Sydorick ha recuperato e riportato in condizioni se possibile migliori di quando è uscita dalla carrozzeria milanese. «Una volta un gentleman si avvicinò guardando prima me e poi la Ferrari», racconta. «Alla fine mi disse: “Scommetto che non riesce mai a dirle di no”. E io gli risposi: “Come potrei?”».

Al volante di questa 250 GTZ (una delle sole 5 esistenti), il collezionista americano ha raccolto i riconoscimenti più prestigiosi, ma non si è ancora stancato di portarla in giro per il mondo, quasi che diffondere tanta bellezza fosse una missione e non una dimostrazione di esclusività. Come ha fatto in questi giorni per la Louis Vuitton Dolomites Classic Run 2026, gara-evento dedicata alle auto d’epoca, in un percorso iniziato a Villa Pisani, sulla Riviera del Brenta, e concluso a Monza, in occasione del GP di Formula 1.

In una vita divisa in due, nella prima parte in veste di broker di successo, nella seconda di collezionista e connoisseur, Sydorick ha sempre guardato all’Italia con infinito affetto, senza mancare uno degli appuntamenti che contano. «Il mio posto del cuore è Forte dei Marmi, ma da voi è sempre bello tornare, c’è sempre qualcuno felice di parlare di automobili con te». Fra i suoi ricordi indelebili, la Mille Miglia corsa nel 1997 al fianco di Phil Hill, una leggenda delle corse, campione del mondo di Formula 1 nel 1961, alla guida – inutile dirlo – di una Ferrari, la 166 Spider Corsa del 1947.

Ma questa è la stoffa di cui sono fatte le leggende del motorismo d’epoca, dove la competizione non si gioca più su potenza o velocità massima, ma sulle emozioni. Come quelle promesse dall’edizione 2026 della Louis Vuitton Classic Run, un appuntamento con cui – dopo una pausa di 14 anni – la maison francese è tornata a coniugare viaggio e glamour. «Sono stato felice di essere stato invitato in questo gruppo selezionatissimo di 25 lucky few», ammette, sottoscrivendo la scelta di chiudere la gara a Monza, che «non solo è il tempio della velocità, ma è anche una pista dove la mia Ferrari ha corso nel 1956».

«D’altronde ho partecipato a quasi tutte le edizioni della Classic Run e sono eventi in cui ho vissuto esperienze uniche. Nel 1998, quando secondo tutti i miei conoscenti sembrava impossibile, abbiamo corso la China Run da Dalian a Pechino, ed è stata una esperienza davvero emozionante, a iniziare dalle notti passate in tende mongole, le yurte, che Louis Vuitton aveva preparato appositamente per noi, nelle quali dormivamo in sacchi a pelo firmati LV. È chiaro che conoscono l’art du voyage».

Avendo definito nel tempo l’oggetto della sua passione – «le Zagato sono auto che appartengono a un diverso modo di guidare, ma anche di vivere» –, Sydorick non fa mistero di essere poco sensibile alle hypercar sfornate negli ultimi anni: «Il fatto è che molti modelli hanno smarrito l’eleganza, ma mi piace pensare che gli italiani riescano ancora a disegnare vetture in grado di combinare bellezza e velocità. Solo da voi c’è quella passione che permette di creare automobili che sono arte in movimento».

Per l’aspirante collezionista, infine, un suggerimento: «Molte delle mie auto le ho scelte dopo averle viste in movimento. Certo devono essere belle da ferme, osservandole da tutti i lati, ma devono esserlo ancora di più quando sono in moto». È il metodo Sydorick che assomiglia, ancora una volta, alle forme dell’innamoramento che – inopinatamente –, può spegnersi per una frase sbagliata, per un gesto inopportuno.

Nel suo caso però non c’è solo passione, ma la consapevolezza che collezionare automobili non ha solo a che fare con il possesso. Anzi, conclude, «significa preservare un’eredità: in realtà siamo i custodi delle nostre vetture e il nostro compito è portare nel futuro la loro bellezza e il loro valore».

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