Uve eccellenti, cantine piene: il paradosso del vino siciliano

Assovini annuncia una vendemmia 2026 di qualità mentre Confcooperative, Legacoop, Unci e Unicoop chiedono interventi contro le eccedenze. Nei depositi quasi tre milioni di ettolitri: il nodo è governare l’offerta

La vendemmia in Sicilia è cominciata ormai da qualche giorno e promette uve di grande qualità. Intanto ci sono produttori che cercano il modo di liberare le cantine dal vino che hanno già prodotto. È il corto circuito con cui il settore entra nella campagna 2026: quasi tre milioni di ettolitri nei serbatoi, giacenze cresciute di quasi il 32% in un anno, sette milioni di sostegni pubblici per la vendemmia verde e la richiesta delle centrali cooperative di ricorrere alla distillazione di crisi. Risorse per produrre meno uva e altre che potrebbero servire per togliere dal mercato il vino in eccesso. Proprio mentre Assovini annuncia una vendemmia dalle premesse positive.

La presidente di Assovini Sicilia Gabriella Favara rivendica «un percorso fatto di qualità, innovazione e costante ricerca dell’eccellenza, contribuendo a dare valore ai territori e alle persone che li custodiscono». E appena eletta aveva indicato anche l’altra priorità: «Il nostro obiettivo è ascoltare sempre più le esigenze del mercato». «Le premesse per la vendemmia 2026 in Sicilia sono decisamente positive», aggiunge il vicepresidente Pietro Pollara, che segnala riserve idriche ricostituite e buono stato fitosanitario. «Ci aspettiamo una vendemmia di elevata qualità».

Gaetano Mancini, presidente di Confcooperative Sicilia, Filippo Parrino di Legacoop Sicilia, Andrea Amico di Unci Sicilia e Felice Coppolino di Unicoop Sicilia mettono nero su bianco l’altra faccia: «Le cantine si preparano ad accogliere la nuova vendemmia mentre i serbatoi sono ancora carichi di vino». Se le scorte crescono più rapidamente della capacità del mercato di assorbirle, avvertono, si comprimono prezzi e liquidità.

Ma anche il mondo cooperativo restituisce fotografie diverse. Cantine Ermes, la più grande cooperativa vitivinicola italiana di primo livello, ha aperto proprio nel Trapanese la vendemmia 2026 con una struttura che supera largamente i confini siciliani: oltre 3.000 viticoltori, più di 16.000 ettari, 16 stabilimenti e una raccolta che in circa cento giorni attraversa sette regioni. Il presidente Rosario Di Maria prevede rese «verosimilmente inferiori rispetto a un’annata ordinaria», ma segnala prime uve con «un buon equilibrio e caratteristiche qualitative interessanti». Un modello basato su scala e diversificazione territoriale che introduce una variabile ulteriore dentro lo stesso sistema cooperativo.

I dati Icqrf danno comunque la misura del fenomeno siciliano. Al 30 giugno nelle cantine dell’Isola erano detenuti 2,94 milioni di ettolitri, contro 2,23 milioni un anno prima: oltre 711 mila in più. Di questi, 1,56 milioni sono Dop e 1,10 milioni Igp: oltre il 90% delle scorte. Non significa che siano tutti invenduti: una quota è in affinamento, certificata, destinata all’imbottigliamento o già impegnata. Ma il rapporto tra ciò che resta in cantina e ciò che sta per essere prodotto segnala uno squilibrio.

Il corto circuito diventa ancora più evidente guardando agli strumenti messi in campo. Per la vendemmia verde 2026 sono state finanziate 1.188 domande per circa sette milioni di euro: contributi per eliminare i grappoli prima della maturazione e azzerare la resa delle superfici interessate. La Regione spiega che la misura serve a riequilibrare domanda e offerta dove si verificano eccedenze.

Adesso Mancini, Parrino, Amico e Coppolino chiedono anche la distillazione di crisi, cioè il ritiro di parte del vino dal mercato. «Non rappresenta una soluzione strutturale – scrivono – ma può contribuire a ristabilire un equilibrio tra domanda e offerta». Il rischio è correggere ogni anno a valle ciò che non viene governato a monte.

La contrazione dei consumi sta spostando anche a livello nazionale il confronto dalla sola promozione alla gestione dei volumi. È un tema ricorrente nelle analisi del Sole 24 Ore sul settore: nuovi impianti, rese, stoccaggio e monitoraggio dell’offerta diventano leve per evitare che la produzione cresca più velocemente della domanda.

Per la Sicilia il paradosso è più evidente perché convive con il racconto di una trasformazione riuscita: più qualità, più denominazioni, più identità territoriale e maggiore attenzione ai mercati. Eppure una parte consistente del vino resta nei depositi proprio mentre sta per arrivarne altro.

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