
Le parti sociali chiedono al Governo una politica per creare condizioni che permettano agli under 35 di progettare il futuro nel nostro Paese
Non c’è un sistema fiscale per accompagnare i giovani. Con un appello alla Politica di cambiare verso, lo ha ribadito la presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, Maria Anghileri, dal palco del convegno di Rapallo, a inizio giugno.
Anghileri ha lanciato una proposta a favore degli under 35 per rispondere alla necessità di ampliare il loro reddito disponibile, così da dare un’alternativa rispetto alla tendenza di cercare fortuna all’estero, soprattutto da parte di chi ha un’alta formazione. I Giovani di Confindustria chiedono un sistema che superi i pacchetti spot: Irpef decrescente su cinque anni, fino a 50mila euro di reddito: dal 100% nel primo anno al 20% nel quinto. Una proposta che, al di là dei tecnicismi e delle forme, si colloca nell’alveo del dibattito sulla cosiddetta Start tax. Il punto di partenza – sostenuto dalla presidente Anghileri – è la necessità di aiutare i giovani a scommettere sul proprio futuro, in questo Paese, esercitando qui la capacità di innovare e fare sviluppo.
«Oggi il sistema tende soprattutto a incentivare il rientro di chi è già partito, attraverso regimi agevolativi come quello degli impatriati, mentre dovrebbe creare condizioni tali da rendere conveniente restare in Italia. La competitività di un Paese – spiega Marco Allena, preside di Economia e Giurisprudenza all’università Cattolica e docente di diritto tributario – non si misura soltanto dalla capacità di attrarre talenti dall’estero, ma anche da quella di valorizzare e trattenere i giovani che vi si formano».
Su un regime di Start tax, senza discriminare tra lavoro dipendente e autonomo, si è esercitato l’economista Tommaso Nannicini, insieme con Marcello Orecchia (classe 2001, chief policy analyst Europa 21 Secolo).
Occorre partire dall’esame delle misure messe in campo finora che non hanno prodotto i risultati sperati: prima fra tutte la decontribuzione per i giovani, che trasla il vantaggio economico sul datore di lavoro in cambio di un’assunzione, ma senza migliorare il reddito disponibile.
L’idea della Start tax, invece, punta su una riforma dell’Irpef che ridisegna il prelievo lungo il ciclo di vita, per dipendenti e autonomi, seguendo la curva di formazione della ricchezza, senza sperequazioni orizzontali (in base al tipo di reddito prodotto), che avrebbero dovuto essere eliminate o limate in base alla legge delega fiscale, la 111/2023.
«A inizio carriera – scrivono Nannicini e Orecchia – quando la ricchezza accumulata è quasi nulla ogni euro pesa di più sulla scelta di formarsi, mettersi in proprio, rischiare, restare. La versione più ambiziosa della Start tax rovescia la logica: per gli under 35 tre aliquote ridotte: 10, 20 e 30 per cento». Insomma l’età diventa fattore che governa la progressività.
I conti rispetto alla proposta: senza toccare gli scaglioni, in busta paga ci sarebbero circa 270 euro netti in più al mese per chi guadagna 25mila euro l’anno, quasi 400 per chi ne guadagna 35mila. Il costo ammonterebbe a 10 miliardi. Ma si tratta di un investimento. In una società che invecchia i giovani sono una risorsa strategica, per tutti, ma soprattutto per gli anziani, anche in una prospettiva opportunistica.
In consonanza Confprofessioni, la confederazione che rappresenta i professionisti, che da tempo propone un regime Irpef per i giovani, senza distinguere tra autonomi, dipendenti e imprenditori. Il meccanismo, per gli under 35, prevede una detrazione annua consistente e ad hoc, nell’ordine di 18mila euro.
La formula Start tax, al di là dei particolari tecnici, trova sostenitori nel sindacato dei lavoratori, Cisl e Uil, primi fra tutti. Tra i partiti di Governo, la Lega, invece, accarezza l’idea di una flat tax (tra gli obiettivi di medio-lungo periodo della legge 111): in occasione del passaggio parlamentare della Bilancio 2026 era stata presentata una proposta per un’aliquota del 5% dedicata agli under 30.
Ora si ripartirà con il confronto sulla legge di Bilancio 2027. Per superare le scelte mordi e fuggi occorrerebbe tenere presenti alcuni dati.
Secondo l’Istat («Giovani e mercato del lavoro – Anno 2024», presentato a maggio 2026), i giovani tra i 20 e i 34 anni residenti in Italia sono poco più di 9 milioni: il 17,5% ha al più un titolo secondario inferiore, il 57,5% un titolo secondario superiore e il 25,1% un titolo terziario. Si conferma che in Italia la quota di laureati tra i giovani risulta inferiore, in misura sensibile, rispetto alla media Ue a 27 (-11,3 punti). Il livello di istruzione è una variabile del tasso di occupazione: quest’ultimo tra i 20-34enni con al più un titolo secondario inferiore è pari al 56,2%, sale al 71,1% tra i giovani con diploma e raggiunge l’82,2% tra coloro con titolo terziario. D’altra parte, i giovani non occupati con un basso livello d’istruzione sono più spesso inattivi – il tasso di inattività è al 32,2% contro il 19,8% dei diplomati e l’11,4% dei laureati – o disoccupati: il tasso di disoccupazione è pari al 17,1%, rispetto all’11,3% tra i diplomati e al 7,2% tra i laureati.
Queste caratteristiche del mercato del lavoro si incardinano nel generale invecchiamento della popolazione, con il progressivo innalzamento dell’età dei lavoratori, specie tra gli autonomi. Nel mondo del lavoro si assiste a un altro fenomeno messo in luce dall’indagine di Confprofessioni «Generazioni a confronto tra demografia e redditi», presentata il 7 luglio. In parallelo all’invecchiamento degli occupati, cambia la distribuzione dei redditi lungo il ciclo di vita. «La fascia 25-34 anni passa dal 97% del reddito medio nel 1987 al 78% nel 2022. Il picco reddituale si sposta dalla classe 45-54 anni alla classe 55-64 anni», spiega Marco Natali, presidente di Confprofessioni, commentando i dati elaborati dall’Osservatorio sulle libere professioni. Il conseguimento di un reddito più congruo si sposta sempre più in là negli anni ed è particolarmente rilevante nel lavoro autonomo.
In questo contesto il regime forfettario per le partite Iva (sostitutiva al 15% fino a 85mila euro di ricavi o compensi, 5% per i primi cinque anni di attività, limite di 20mila euro per spese di lavoro dipendente) è sì favorevole dal punto di vista fiscale, ma – come sintetizzato anche dalla Commissione europea nel Country report – soglie di accesso e requisiti per la permanenza nel regime possono produrre effetti distorsivi, inducendo alcuni contribuenti a limitare volontariamente il volume della propria attività per non decadere dall’agevolazione. Rinviare fatture, organizzare il lavoro in modo da non superare la soglia degli 85mila euro sono alcune delle strategie che vengono messe in campo, con il rischio di scoraggiare la crescita e gli investimenti. Oltre al limite per i dipendenti, il forfettario è in antitesi con un esercizio collettivo dell’attività. Insomma, la morale è: “accontentati di restare piccolo” e anche un po’ solo.
Sono forse anche queste evidenze che spiegano il flusso di giovani verso l’estero. Nel 2024 si è toccato il picco: se ne sono andati in 141mila; nel 2025 sono stati 109mila (si veda il rapporto «Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente», pubblicato dall’Istat il 3 agosto).
Secondo il rapporto annuale Istat sulla situazione del Paese, tra il 2015-2024, il saldo migratorio dei cittadini italiani è rimasto sistematicamente negativo, con un aumento di espatri che, non compensato dai rimpatri, ha determinato una perdita netta di circa 590mila residenti.
Nel 2024, tra i giovani italiani di 25-34 anni in possesso almeno della laurea, gli espatri (25mila) hanno superato ampiamente i rimpatri (oltre 4mila). La perdita di giovani altamente istruiti ha riflessi sul Pil, oltre a determinare un impoverimento per gli investimenti effettuati in istruzione dallo Stato e dalle famiglie. Nel 2023 i cittadini italiani laureati partiti oltreconfine sono 16mila, ma il saldo totale è positivo di circa 3mila unità per l’ingresso di circa 19mila giovani stranieri tra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione terziaria. Nel complesso, tra il 2019 e il 2024 si calcola che siano sono stati 78mila i giovani laureati tra i 25 e i 34 anni a lasciare l’Italia (88mila gli stranieri arrivati).
All’interno del Paese, se al Centro-Nord gli spostamenti di giovani laureati provenienti dal Mezzogiorno compensano quasi del tutto le uscite verso l’estero, al Sud l’emorragia è doppia. Alla perdita verso l’estero, infatti, si somma quella derivante dai trasferimenti interni: tra il 2019 e il 2025, il saldo complessivo era negativo di 150mila unità (si vedano anche gli articoli a pagina 2-3).
In questo quadro, la pubblica amministrazione si muove. A giugno ha preso il via il roadshow dell’agenzia delle Entrate e dell’Inps dedicato a fisco, previdenza e servizi digitali per le imprese, i lavoratori e le nuove generazioni. Da settembre gli incontri si sposteranno nelle università: «Il nostro obiettivo – afferma Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia – è offrire risposte concrete a tutti quei giovani che stanno per iniziare il loro percorso professionale e che hanno bisogno di essere consapevoli dei diritti e delle responsabilità che li attendono con l’ingresso nel mondo del lavoro». Secondo il direttore, «ogni tappa sarà un’occasione per raccogliere domande, spiegare le regole e aiutare i ragazzi a orientarsi fra le opportunità a disposizione, magari poco note. È soprattutto un investimento in termini di fiducia, perché un sistema fiscale più semplice passa anche dalla capacità di parlare alle nuove generazioni».

